Rivista on line di racconti e interventi sulla

narrativa contemporanea (ISSN 1972-649X)

Racconti

Il silenzio
Daniele Borghi
 

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Daniele Borghi. Foto di Ilaria Borghi

La parola è una chiave,
ma il silenzio è un grimaldello
(Gesualdo Bufalino)

Pensava al futuro come ad un luogo dove andare in vacanza. Un posto meraviglioso e lontanissimo in cui ritrovare la serenità, a dispetto della dolorosa sensazione d’essere prossima alla fine. Negli ultimi anni aveva sempre camminato accanto all'ombra della morte, ma da alcuni giorni le sembrava che questa le avesse poggiato un braccio sulle spalle, con un gesto falsamente amichevole.
A farla sentire in quel modo erano gli sguardi di suo marito. Da quando erano arrivati nella casa di montagna, lui la osservava come uno strano insetto o come un testo scientifico di cui si riescono a capire le singole parole ma non il significato complessivo. Due settimane prima di partire per quell'insolito soggiorno montano, si era sottoposta al consueto controllo semestrale ed era certa che suo marito ne avesse ritirato i risultati il giorno che aveva preceduto la partenza. Da quando cinque anni prima era stata operata al seno, quella dei controlli era diventata una routine a cui non riusciva ad abituarsi. Ogni volta l'attesa degli esiti era una tortura insopportabile che le ricordava quel film di Bergman in cui il protagonista gioca a scacchi con la morte. Anche se ci pensava da molto tempo non era ancora riuscita a ricordare il titolo di quel film, e il non saperlo si era trasformato in un rito scaramantico. Si era convinta che venire a conoscenza di quel titolo sarebbe stata la sua fine, come se le cellule tumorali potessero avere qualche oscura relazione con la filmografia del regista svedese.

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Rubriche


Patrizia Rocchi.jpgIl cuore sotto al camice. Storie di medici e pazienti

 

(una rubrica di Patrizia Rocchi)


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Lamborghini 


La Lamborghini bianca, perfetta come appena uscita dal concessionario, mi si affianca con un rombo di impazienza. Non c’è molto spazio nel sottopasso, siamo quasi fermi, le sue ruote aggressive a sinistra delle mie, i suoi cerchioni lucenti e raffinati vicino alle mie miserabili gomme, il tetto basso e il parabrezza panoramico a un metro dallo sportello della mia Fiat. Per pochi secondi riesco addirittura a passare in testa alla splendida creatura dalla carrozzeria immacolata. Una Gallardo da 610 cavalli! Non vedo chi la guida, non ci provo nemmeno, accarezzo con gli occhi la sua linea piatta e affilata, i vetri oscurati e i fari come occhi sottili pronti a illuminare la galleria.
Poi, come per miracolo, la fila si sblocca, un varco si apre, “lei” vi penetra con un suono melodioso del motore e scompare, punta di freccia, lancia dritta e limpida nel caos del traffico quotidiano. Immagino il conducente che scala la marcia, il tocco di velluto sul cambio, la leva corta, gli interni in pelle, l’odore di nuovo, di gomma, di legno. Quanto può costare? Penso al tipo di vita che conduce il fortunato che la possiede, al suo reddito paragonato al mio. Quando la mia Punto si ferma in salita senza un gemito ho la visione di “lei” davanti a me che apre la strada e mi porta con sé. Poi la dimentico fino a sera. Vedo solo gente nervosa, sofferente ma più spesso insofferente, esponenti autorevoli della classe dominata, poveri diavoli abitanti in un quartiere della periferia di Roma nemmeno tanto disastrato, piccoli borghesi appena più piccoli e più borghesi di qualche anno fa.

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Rubriche

Marta CasariniAstrazioni: l'oroscopo letterario di Marta Casarini (febbraio 2010)


Segno del mese: ACQUARIO (21 gennaio - 20 febbraio)
Amici dell'Acquario, è da gennaio che non fate altro che sentirvelo dire: «Questo è il vostro anno, siate ottimisti!» e tutti, dal telegenico Paolo Fox alla rantolante Linda Wolf, si sprecano nel predirvi mesi sfavillanti. «Finalmente si entra nell'era dell'Acquario!»
Cari amici, date retta a me: mettete via zatteroni e braghe a zampa e, almeno per questo mese, prendetevi una pausa. Fate finta di non sentire il telefono, negatevi ai creditori e dedicatevi a un progetto che da tempo avete chiuso nel cassetto, come quel vostro vecchio sogno di dedicarvi a chiudere i cassetti. Oppure, potreste trovare il tempo di organizzare il cambio di stagione degli armadi. Lo sappiamo, io e la mia schiera di Pianeti, che andate ancora in giro in scamiciato. Venere, nel vostro segno da gennaio, vi aiuterà porgendovi preziosi zuccherini di naftalina e dividendo i maglioni per colore. Passate del tempo con lei, non ve ne pentirete. Indugiate in frivole chiacchiere e lasciate perdere quel che dice Giove di lei, è solo invidia. Magari v'insegna pure a leggere le etichette dietro ai colli delle camicie.
Consiglio del mese: per il vostro compleanno continuate a sognare a occhi aperti e ante spalancate con Il sogno più dolce, del premio Nobel Doris Lessing
Consiglio musicale scontato, da ascoltare canticchiando mentre riponete le gonne indiane: la colonna sonora del musical Hair.

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Un anno a Casale Nuovo
Un anno a Casale Nuovo  
(una rubrica di Francesca Violi. Febbraio 2010)

 


Api

Oh, le piccole, deliziose depressioni che formi coi tuoi gomiti appena sopra le ginocchia! Nel nido roseo delle tue mani, lampi di smalto blu sui tasti del telefonino. A chi scrivi a quest'ora del mattino, romantica Anna, al tuo ragazzo? È per questo che non senti il freddo morderti la carne tenera che deborda dai jeans?
Oh, la frangetta a filo d'occhi che freme quando ti giri di scatto, neanche avessi sentito lo sguardo del tuo grasso compagno di fermata accarezzarti i fianchi. E allora, innocente Anna, perché ti pieghi ancora più in avanti, al punto che si affaccia il gattino giapponese che vive appena sopra l'orlo delle tue mutande?
Anch'io ho un tatuaggio, ma tranne il tatuatore non lo ha mai visto nessuno, neanche mia madre. Tanto meno mia madre! È un'ape, tipo illustrazione di vecchio dizionario.

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Un anno a Casale Nuovo
Un anno a Casale Nuovo  
(una rubrica di Francesca Violi. Febbraio 2010)

 


C'era un topino

Guarda, prima ne mangia un po' la nonna, com'è buona la merendina, e adesso un po' Leo, aaahmm. No? Cantiamo la canzone magica che cantavo al tuo papà? Veramente lui già mangiava come un lupo, ma... Allora: C'era un topino, con un tegamino, andò nel bosco... Dài, apri la bocca... Che poi la tua mamma... Solo perché a casa mandi giù poco e niente, lei non ci crede che invece con me... Anche ieri quando è tornata dal negozio, arriva suona entra e lascia come al solito la macchina accesa, che lo sa che non lo sopporto, ma spegnila, cosa ti cambierà per dieci secondi, e perché poi non manda dentro Luca, no, viene sempre dentro solo lei, così fa prima, mi saluta appena e subito: Ha mangiato Leo? E io, sì, guarda, è stato bravissimo, al nido dicono che ha preso qualche cucchiaio di pastina al pomodoro, ma poi qui alle quattro tutta la merendina col latte, tutta, vero Leo? Eh? Ma lei non mi ha fatto neanche finire, è andata in cucina a prendere la borsa con le tue cose e fa, Ma Mirella, scusi, la merendina è qui sul seggiolone! È intera! Non aveva detto che… insomma, l'ha mangiata o no? È importante che lo sappiamo, la pediatra ha detto...

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trentarighe.jpg Trentarighe - febbraio 2010 - «Salvataggio»


Salvataggio di Andrea Masotti prende alla lettera il tema del mese e mette in acqua un bagnino (non è il solo), in questo caso più preoccupato del proprio tran-tran amministrativo che delle sorti dell’affogante. Il pezzo però suona un po’ irrisolto.
Stefano Mascella in Il SUV usa lo stile della cronaca, in modo lineare dall’inizio alla fine. Il testo è piacevole, ma in un tratto perde sintesi come se Mascella si fosse distratto: «Ora però il salvataggio della compagnia lo garantiva da eventuali problemi di assistenza tecnica, che una vettura fuori produzione − e soprattutto di un’azienda scomparsa dal mercato − prima o poi gli avrebbe di certo procurato».

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Rubriche


In manicomio

 

(una rubrica di Caterina Falconi. Sesta parte. Febbraio 2010)

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In manicomioCapodanno al circolo

I giorni scivolano via. La presenza di Luisa e il lavoro all’istituto fanno da anestetico. Margie non vuole essere compianta in vita, ha detto così, mi evita e mi maltratta, e continua a sgobbare per l’associazione femminile zoppicando furiosamente dentro e fuori casa. Stregatto si è graffiato tutto il muso, nel tentativo di liberarsi del fiocco, e adesso sembra un randagio rognoso.
Questi sono i giorni che precedono la chiusura dell’anno, e della mia giovinezza. Con molte perdite, e nessuna garanzia per l’avvenire.
Mi sento vivere in una pesta insopportabile attesa. In un cordoglio anticipatorio e nauseabondo. Guardo alle cose con stupore, come se l’accumulo di dolori pregressi e incombenti, e le assenze, mi avessero fatto nuovo.

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stefano_amato.jpg

 

L'apprendista libraio

Testimonianze sul campo di un commesso (frustrato) di libreria 


(una rubrica di Stefano Amato) 

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Fra depistaggi e Mary Poppins

Peggio dei clienti che non hanno idea di cosa vogliono, o che ne hanno soltanto una vaga («mi sembra che la copertina sia verde»), ci sono quelli che operano un vero e proprio depistaggio, inventando di sana pianta titoli, autori e case editrici fittizie. Per questa gente l’ultimo romanzo di Margareth Mazzantini, Venuto al mondo, s’intitola in realtà Il ragazzo venuto dall’Est, o Venuto dall’altro mondo, quando va bene.
Principianti, la raccolta di racconti di Carver pubblicata l’anno scorso da Einaudi, è diventata Gli spiantati. Lo ricordo bene perché la signora che me lo ha chiesto, continuando a girare tra gli scaffali si è imbattuta nel libro giusto, ne ha preso una copia, e poi avvicinandosi alla cassa ha detto: «Eccolo qua, giovanotto. Perché mi ha detto che non c'era?»
«Forse perché lei mi ha chiesto se avevamo Gli spiantati
«Va be’», ha detto lei esasperata. «Avrebbe dovuto capirlo che intendevo questo!»

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Racconti

La terrazza sull'oceano
Silvia Monteverdi
 

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Silvia Monteverdi

A mia discolpa potrei dire che non è partita da me l'idea di trasferirsi in Thailandia. Anzi, mentre Jolanda mi sventolava sotto il naso la copia di Dove in cui aveva scovato l'annuncio, non le ho dato quasi retta. Avevo già infilato il cappotto per uscire.
«Sarebbe la soluzione ideale per i miei attacchi d'ansia» aveva detto fermandomi sulla porta. I suoi «attacchi d'ansia» non erano altro che fulminee crisi isteriche che scoppiavano di botto e di botto sparivano previo lancio di qualcosa contro il muro. «E poi» aveva aggiunto picchiettando l'unghia rossa sull'annuncio di vendita della villa «ho bisogno di trovare il mio equilibrio. Tu con la connessione internet potresti lavorare da lì senza problemi».
L'idea mi era subito parsa surreale, come molte delle pensate di mia moglie, ma l'ho liquidata con un «ci si può pensare», risposta che al momento mi era sembrata adatta alle circostanze e con un "coefficiente di rischio scenata" pari a zero. Inoltre non volevo acuire la distanza già abissale che c'era tra noi, liquidando con sufficienza ciò che per lei sembrava essere vitale. Jolanda ha ventisette anni meno di me, trovavo naturale che manifestasse queste puerili esigenze di fuga. Sono fisiologiche.

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Racconti

Così felice
Federica Marzi
 

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federica marzi

I. Graz Hauptbahnhof

La notizia del giorno, riportata a caratteri cubitali sulla prima pagina della Kleine Zeitung, era che la relazione tra Antonio Banderas e Melanie Griffith stava andando a gonfie vele, al punto che presto avrebbero dato l’annuncio del loro matrimonio.
«So glücklich nach der Verlobung», così felici dopo il fidanzamento, titolava infatti l’articolo nella cui lettura Emir sembrava particolarmente assorto. Intanto lei continuava a spiare i suoi movimenti zitta e buona, incrociando le dita e facendo gli scongiuri. Superstiziosa com’era (non per niente era del sud), sperava che quell’interesse di Emir fosse un segno del destino, che forse stava per compiersi. Perché non poteva essere solo un caso che proprio quel giorno si parlasse della felicità da cui era stata baciata la coppia Banderas-Griffith, e che l’attenzione di Emir fosse stata attirata proprio da quell’articolo in particolare.

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Racconti

Una valigia a metà
Laura Bottazzi

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Laura Bottazzi

Mi faccio la valigia e me la filo. Ho deciso. Se riesco a sganciarmi velocemente, arrivo in città per l’ora di pranzo.
Fuori ancora nevica e forse dovrei sentirmi in colpa a lasciare Angelo qui in albergo da solo, ma io devo sopravvivere, e un altro giorno con questo tordo deficiente potrebbe essermi fatale.
Mi fisso a guardare la neve che scende morbida e copre il mondo, lo rende tutto bianco, come un fungo o una malattia. Ci saranno tre metri di neve là fuori, non so immaginarmi cosa possa voler dire rimanere qui a primavera, quando tutto questo si sarà sciolto.
Però è bella la neve. Una volta mi piaceva un sacco, molto più di adesso.
Adesso c’è Angelo, che se potesse piallerebbe ogni singola cima innevata per farci un centro commerciale.
Certo, andarsene ora, senza nessuna spiegazione, è una vera bastardata. Mi chiedo se si meriti tanta cattiveria, se non dovrei magari andare giù alla hall e farlo chiamare. Forse dovrei aspettarlo in camera e affrontarlo, dirgli semplicemente "ti lascio, bello. Me ne vado".
Ah! Come godrei a vedere quella sua faccia da pollo morto gonfiarsi di rabbia!

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Racconti

Verso la madre di tutte le feste
Laura Bottazzi

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Laura Bottazzi alla Biennale di Venezia

Sono seduto sul bordo della piscina del tennis club e faccio dondolare pigramente le gambe nell’acqua. Mi piace osservare le increspature che creo a ogni movimento. Il propagarsi delle onde e l’incresparsi dell’acqua rimandano a concetti profondi e sostanziali che in questo momento non ho voglia di focalizzare e che quindi lascio scorrere in superficie.
Carlo è in ritardo come al solito. Allungo una mano verso il mio cuba libre e lo finisco in una sorsata, poi faccio cenno alla bagnina di portarmene un altro. Lei fa finta di non vedermi ma io insisto fino a quando non si arrende e, pur di essere lasciata in pace, va a chiamare il cameriere.

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Racconti

Sotto i tuoi occhi
Caterina Falconi

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caterina-falconi-allo-zammu.jpg

Gli anni trasformano. Io a ventidue sembro un barbaro. Capelli corvini raccolti in una lunga coda bassa. Pelle scura. Zircone al lobo sinistro. Canotta della squadra e pantalone lungo di una tuta qualsiasi. Spalle e braccia da lottatore. E un piede spolpato sulla pedana della mia sedia a rotelle.
La partita sta per finire.
Sul parquet della palestra ci affolliamo attorno al pallone come uno stormo di pesanti uccelli incassati tra le ruote divaricate delle nostre carrozzine. Innestati ai sedili imbottiti, agli schienali bassi, ci sentiamo mischiati ai sostegni. Le nostre braccia e le nostre mani sono dispositivi di precisione. Muovono le ruote imprimendo spinte calibrate da un istinto sicuro. Siamo le nostre braccia, le mani e le dita. Che mancano la palla, l’afferrano, la lanciano. Si alternano sui cerchi in lega delle ruote, applaudono, coprono il viso, si alzano.

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Racconti

Essere il capitano
Azzurra D'Agostino

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Azzurra D'AgostinoIl medico si avvicinò alla bambina e lei pensò che il suo fiato odorasse di formaggio, o forse di ragù, e che la sua pelle avesse qualcosa di unto. Ma non era questa, forse, la cosa fastidiosa; quello che la metteva a disagio era il fatto che le facesse male.

E che dopo sarebbe dovuta uscire all’aria aperta con quella sensazione di stordimento addosso, con l’occhio che le pungeva e la luce del sole trasformata in spine.

Bendata e malconcia e stranamente oppressa: qualcosa che la strappava al suo essere bambina.

Ogni volta cercava di fare finta di niente, che tanto sarebbe passato presto; ma un giorno che era uscita dall’ospedale con l’occhio buono vide un gatto con la coda annodata correrle davanti nel vialetto e qualcosa cambiò. Per la prima volta ebbe un presagio.

«Perché quel gatto ha un nodo nella coda?», chiese a sua madre camminando.

«Non lo so, glielo avrà fatto qualcuno».

«E che cosa non doveva scordare?»

«I nodi per ricordare si fanno ai fazzoletti, non ai gatti. Non si fanno queste cose. Il gatto ha male».

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Racconti

Una bella sensazione
Arianna Pelagalli

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Arianna Pelagalli

Sedici anni sono una bella età del cazzo. I miei oggi hanno di nuovo rotto i coglioni per il motorino. Cosa me l’avete comprato a fare se ogni volta che lo uso dev’essere una tragedia? E stai attento, e non lo usare la sera, e se esci dicci esattamente a che ora torni. Ma bóna, ormai abituatevi, quando avrò la patente che supplizio sarà?

L’allenamento oggi è stato abbastanza pesante. È il secondo dopo le vacanze estive e ovviamente la palla il mister non ce l’ha ancora fatta vedere. Preparazione atletica. Corsa, corsa, corsa, esercizi, esercizi, esercizi. Forse dalla prossima settimana inizieremo a fare i palleggi. Poi, il mese prossimo, finalmente partite. Sono bravo in campo, gioco da terzino. Mi piace correre, sentire le scarpe che affondano nell’erba mentre tocco la palla. Rivedere i compagni di squadra dopo l’estate mi rende felice, ne ho sentito la mancanza in questi due mesi in cui non ci si è visti. E poi, dopo le vacanze tutti hanno le loro storie da raccontare, così ascolto un po’ le vite degli altri. Le mie vacanze non sono mai particolarmente interessanti, quindi di solito sono quello che ascolta e fa le battute su quello che hanno fatto gli altri. Raccontare del mare dai nonni non mi sembra particolarmente divertente, quindi evito di parlarne.

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Racconti

Mara chiuse gli occhi
Cynthia Collu

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cynthia collu.jpgLa donna che le aprì la porta era grassa e intabarrata in un lungo caffettano viola. Aveva i capelli cortissimi, irrigiditi in ciuffi ispidi come cardi selvatici. Spesse lenti grigie le nascondevano gli occhi. Mara istintivamente cercò oltre la sua spalla qualcun altro. Lei dov’era? Tornò a guardare la grassona. «Sono Mara Fini», disse con un sorriso forzato.
Non voleva essere villana. Aveva solo fretta. Dopo vent’anni d’attesa aveva una fretta terribile.
La donna le sorrise, comprensiva. «Lo so. Prego, entri».
Ci volle ancora qualche secondo perché Mara comprendesse che la persona davanti a lei era la stessa che le aveva risposto al citofono. Osservò la grassona con stupore, incapace di nascondere il proprio sgomento. L’altra la invitò a seguirla nello studio.
Era un locale piccolo ma straordinariamente luminoso. In una frazione di tempo che pure le sembrò scorrere indolente, Mara notò che i muri erano tinti di un giallo caldo, dato a spatola con rilievi diversi, e che i quadri appesi avevano tutti cornici dorate.
«La prego, si accomodi».
La donna l’osservava e continuava a parlarle con la voce di Eva.
Dunque quella era Eva

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Racconti

L'uovo di Pasqua
Luca Martini

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luca_martini.jpgChiedere aiuto a un amico, alla fine solo questo mi venne in mente di fare.
Nell’affannosa costruzione di un pensiero che schiacciava il mio orgoglio in un angolo buio, senza darmi tregua, pensai che quella fosse l’unica soluzione che mi rimaneva da mettere in atto.
Mi capitava di svegliarmi all’improvviso, nel cuore della notte, di accendere la lampada sul comodino e di restare a guardarla in silenzio, senza che lei si accorgesse di nulla. Potevo rimanere così, con i gomiti affossati nel materasso di lattice e lo sguardo perso nei suoi capelli, anche per un’ora, sempre nella stessa posizione, sempre senza dire o fare assolutamente nulla.
Nulla tranne che pensarci.

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Racconti

Questioni Morali
Caterina Falconi

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caterina-falconi-questioni.jpgInsegnavo etica alla facoltà teologica di Nantes, ed era da più di un anno ormai che l’Ufficio per le Questioni Morali non mi spediva in missione, sicché stavo dimenticando di essere un ufficiale ecclesiastico, e della specie che ha la vita meno facile, in questa nostra epoca di tribolazione.
Vent’anni prima, quando fui assoldata, era divampata la moda delle autopunizioni corporali. Ero giovanissima, ma la chiesa cattolica poteva reclutare laici e consacrati solo tra i giovanissimi e i vecchi. Il resto del mondo se ne andava per i fatti suoi. E il fanatismo religioso, di matrici diversissime, degenerava nella stravaganza e nelle perversioni collettive. Io ero fresca di laurea e non mi capacitavo di come nell’anno duemilatrecento, mentre la terraformazione di Marte era arrivata alla fase dell’inserimento delle colonie di insetti, e il cielo si andava tingendo di blu attorno al vecchio pianeta fulvo, la gente potesse riprendere a indossare il cilicio sotto i vestiti di tessuto sintetico. Eppure accadeva. Così come ogni giorno nasceva una nuova setta.

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Racconti

Simba
Luca Martini

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luca_martini.jpgMio padre arrivava sempre in ritardo.
Quando doveva passare a prendermi per il fine settimana mi faceva aspettare anche per un'ora. Io restavo ad attenderlo già vestito, con lo zainetto in mano e la speranza negli occhi, seduto sul letto della mia cameretta.
Ogni volta pregavo che arrivasse davvero, con la paura che invece non l'avrei più visto, forse arrabbiato per qualcosa che avevo fatto o detto. Sempre colpa mia, insomma, fin da allora.
Mia madre me lo ripeteva in continuazione: «Vedrai Tobia che un giorno tuo padre non verrà più a prenderti, e sparirà. Andrà a finire così, ne sono sicura».
E invece arrivava. Tardi, ma arrivava.

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Racconti

Ritornare a Natale
Caterina Falconi

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caterina-falconi-seduta.jpgIl talento salta una generazione. Forse perché i nonni hanno con i nipoti un rapporto privilegiato. Riparano ai danni e alle omissioni di quando erano soltanto dei genitori, riversando sui bambini dei figli il meglio di sé.
Questo deve essere accaduto tra mio padre e Giovanni. Mi auguro. Soltanto questo.
Papà è stato il più grande biologo del ventunesimo secolo. Ha sfiorato il nobel. Collaborato a ricerche segretissime. Pubblicato caterve di volumi. Infestato decine di facoltà, e contaminato centinaia di studentesse.
Forse studenti... mi auguro di no, perché escludere la sua bisessualità mi aiuta a sperare che non abbia messo le mani su mio figlio quand'era ragazzo.
Con me lo fece, una vigilia di Natale.
Per questa, e altre ragioni, io odio il Natale.

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Racconti

La casa vecchia
Natale Masi

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natale-masi.jpgAlle due, dopo pranzo, andai alla casa vecchia con mio fratello Marco. La casa vecchia era il nostro doposcuola, situato in una casa fatiscente che celava un imperscrutabile mistero che nessuno riusciva a svelare: com'era possibile che quel decrepito fabbricato non ci avesse tutti sotterrati sotto le sue macerie? Era un edificio su due piani puntellato da più parti e al quale si giungeva salendo una stretta rampa di scale buia e maleodorante. Al primo piano era situata la stanza adibita allo studio, con due enormi tavoloni e lunghe panche di legno. Un’altra scala un po’ più larga ma altrettanto puzzolente portava invece al secondo piano, dove c’era una piccola stanza disadorna, arredata solo da un letto e un materasso e illuminata da un pertugio non più alto di un metro e mezzo che portava in un piccolo terrazzo. Era quest’ultima la stanza dei giochi. Una delle peculiarità della casa vecchia era l’assenza del bagno. In sua vece avevamo un pitale di plastica posto dietro una tendina nell’androne delle scale. La regola voleva che il pitale fosse svuotato in un grosso secchio di latta, il quale era diventato l’oggetto dei nostri peggiori incubi. Quando il secchio era pieno il fetore inondava le scale, un miasma che era capace di tenere lontani perfino i topi, e ogni qualvolta la porta s’apriva fiotti di olezzo invadevano la stanza studio, sconvolgendoci lo stomaco. Il fatto di essere esposti a rischi di malattie epidemiche rendeva quel doposcuola uno dei più economici del paese e in quanto tale molto ambito. Dovevamo ritenerci fortunati a farne parte.

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Racconti

La fortuna di chiamarsi Mario
Luisa Ventola

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luisa-ventola.jpgMi chiamo Mario.
Mario, che nome da vecchio per uno che ha da poco compiuto tredici anni!
Era destino che mi chiamassero così.
Gli psicologi mi includerebbero nella fascia preadolescenziale nella quale di solito tendono a classificare i tredicenni come me.
Questi dottori dell'animo umano non sanno un cazzo!
Sono così rigidamente chiusi nelle loro teorie, in quello che hanno studiato, come se la gente fosse tutta uguale, che non riescono a vedere la persona che hanno davanti, ma sanno solo affibbiarle una categoria, preadolescente con problemi relazionali.

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Racconti

Come l'aria che respiro
Laura Bottazzi

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laura-bottazzi2.jpg«So tell me you love me…» canticchia talmente sottovoce che quasi non si riesce a sentirla. Intanto sorride divertita forse dalla sua faccia seria o forse per l’imbarazzo. I Coldplay accompagnano quel cantare sommesso, quasi non la volessero prevaricare, come fossero lì, spettatori consapevoli del loro piccolo tempo; così precario e difficile da difendere.

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Ecce omo
Barbara Ferretti

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barbara-ferretti.jpgNon ricordo la prima volta in cui ho cominciato a guardare le persone negli occhi. L’unica cosa che ricordo è che frequentavo già l’università e adoravo i posti che Marc Augé definisce "nonluoghi", come le stazioni e gli aeroporti, o come i bagni pubblici, perché in quei luoghi tutti vanno di fretta e nessuno ti guarda dall’alto in basso, non si parla di politica o di religione, al massimo l’impiegato intabarrato nella sua mantella grigia ti chiede l’ora, e l’uomo con la faccia da vecchio zio che sta in fila dietro di te ti tocca il culo. Ma nessuno ti giudica o ti fa domande sulla tua vita.

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Racconti

Salsa borotalca
Eva Clesis

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eva-clesis.jpgA cinque anni non è facile accettare l'idea che tua madre rimanga dieci giorni in ospedale a causa di un'anguria.
Avrebbe potuto benissimo mangiarla come facevano tutti, stampando quattro morsi a mezzaluna su di una bella fetta.
Invece no.
Invece s'era beccata un'indigestione ingoiando il frutto per intero, con la scorza e tutto, senza neanche masticarlo. Mi pareva incredibile come ci fosse riuscita. Doveva essere dotata di una bocca enorme, da supereroe, e di una gola elastica come il corpo di un boa. Era una cosa mostruosa.
Per questo le era venuto il pancione sporgente.
Papà cercò di fregarmi dicendo che mamma andava a farsi un viaggetto. E che lui l'accompagnava alla stazione mentre io sarei stata per qualche giorno dalla zia. È una bugia, gli risposi subito. La mamma va in ospedale, dove i dottori le apriranno la pancia con un coltello. Poi le tireranno fuori l'anguria che s'è mangiata, e la ricuciranno se promette di non farlo più...
Certo che non lo farà più, due sono già abbastanza, concluse lui, mentre prendeva i miei bagagli e li sistemava in macchina.
Due angurie? Gli chiesi io.
No, mi rispose lui. Due figli.

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Racconti

Non fermarti a pensare
Mascia Di Marco

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di-marco.jpgChiudo gli occhi e penso al sapore dell'acqua, al frigo vuoto, al mio cuore infranto. Alle lacrime che ho versato, al Martini che ho ingoiato. Alle mie giornate ubriache, ai batuffoli di cotone nelle orecchie.
Quante volte, dottore, ho pregato mio marito di non essere troppo accomodante con lei, di non lasciarle sempre l'ultima parola, di non dargliela vinta ad ogni piccolo capriccio. Da quando era ancora piccolissima, e mandava giù con ostinazione qualunque cosa le capitasse davanti agli occhi. Davanti a noi, che non dicevamo niente. Non era normale, dottore, per una bambina di otto anni avere tutta quella fame, sempre, anche di notte. Non le dispiaceva niente, mentre mio marito diceva che era solo una bambina bene educata, non come quegli schizzinosetti figli delle mie amiche, bambini anoressici costretti a nutrirsi di pillole ricostituenti e vitamine per non diventare deboli di vista e di ossa.

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Racconti

Tanti gatti blu
Massimo Vasini

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Ci saranno altri giorni, / ci saranno altre voci. / Sorriderai da sola. / I gatti lo sapranno. (Cesare Pavese)

massimo-vasini.jpgNon mi hanno creduta. Quelli del pronto soccorso non hanno minimamente creduto alla storia che ho raccontato. Il medico ha detto che una persona non si riduce un occhio come il mio cadendo per le scale. Mi ha chiesto se è successo altre volte. Senza neanche versare una lacrima ho spiegato che Matteo, da quando i galleristi lo ignorano, beve in modo incontrollato e a volte si dispera e se la prende con me.
«Vuole denunciare il suo compagno?», mi ha chiesto il dottore.
«No», ho risposto.  

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Racconti

Susanna
Laura Bottazzi

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laura-bottazzi.jpg«Vi prego di fare silenzio».
La voce perentoria, eppure calda e avvolgente come una sciarpa di seta. Ti guardo arrossendo e mi perdo nei tuoi magnifici occhi grigi. Ti volti verso la lavagna e ricominci a spiegare e a narrare di vecchie storie polverose, piene di date e guerre, come se l’uomo non avesse fatto altro che combattere.
La classe tace per qualche istante.
Un breve passaggio di mani e arriva sul mio banco un bigliettino di Cristina: «MA QUANTO FICO È??!!»
Sorrido, a lettere minuscole aggiungo: «Io lo amo già! Vorrei che tutti i giorni ci fosse storia! Speriamo che la Fanton non torni più». Poi semino qua e là qualche cuoricino e passo il foglio.

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Racconti

La spiaggia
Elisa Ruotolo

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elisa-ruotolo.jpg...quando la neve si scioglie,
il bianco dove va a finire?
W. Shakespeare


Ormai gli autobus non mi piacciono più. Mi fanno venire in mente solo strani pensieri. Li guardo appena quei dieci passeggeri stentati che cercano ogni volta il posto più lontano, anche da me, e li vedo in piedi, nudi davanti alla specchiera un istante prima di vestirsi.
Lo facevamo da ragazze quel gioco lì, Giovanna ed io: immaginare da dove partivano. Alle volte si pettinavano prima d'infilare la testa nel buco circolare delle maglie, e c'era chi per stendersi i calzini fin sotto le ginocchia si stropicciava i pantaloni verso il basso.

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Racconti

Prove generali
Caterina Falconi

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caterina-falconi-con-gatto.jpgIl mare è da sempre lo scenario dei miei dolori.
Mi siedo sulla riva, e guardo le bambine che fanno il bagno. Il sole scivola nella parte bassa del suo arco e mi morde la schiena. È piacevole il contatto della sabbia umida e ruvida contro le natiche, le piante dei piedi. Mi abbraccio le ginocchia. Le bambine si spruzzano l'acqua, strillano, ridono chiassose in quell'azzurro lucente. Riemergono e sono di smalto. Provano qualche passo del balletto facendo ruotare le braccia tese sopra la testa. Tra due giorni hanno il saggio di danza. La scuola è chiusa da sette. L'estate è esplosa. Il cielo è una voragine di luce, la crepa in un crogiolo di oro fuso.

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Racconti

bebemorozzi.jpg

Le nuove avventure di zio Savoldi
(cover di uno qualsiasi dei racconti di Le umiliazioni non finiscono mai, Guanda Editore)

di Gianluca Morozzi & Paolo Alberti

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«E come ti sembra questa storia qua, di Verona?»
«Boh. Impegnativa. Ma vale la pena provare, no?»
«Infatti. Tanto ho già promesso che ci saremo tutti e due».
«Bravo. A che ora passo a prenderti?»
«Alle tre».
«Sabato alle tre. D’accordo».
 
Tutti e due riagganciano.
Pensando che sabato, alle tre, il sole sarà una supernova.
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Racconti

at-the-end-of-the-world.jpgL'emiro di Comacchio
Elena Battista

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È da un po' che Angela e Walter hanno perso l'abitudine di uscire la sera.
Da ragazzi lo facevano. Walter guardava l'orologio già dalle quattro del pomeriggio, e non gli importava niente se il funzionario si spazientiva e cercava di rifilargli una pratica rognosa e urgente, apposta. Qualunque cosa gli scivolava addosso, qualunque cosa che non fosse Angela.

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Racconti


caterina-falconi.jpgCome in un incipit

di Caterina Falconi

La presentazione di Mangiacuore a Pescara (29 marzo 2008)  

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È stata una giornata faticosa.
Riunione al liceo di mia figlia per la programmazione didattica, in un edificio che sembrava di farina, incassato tra portici suggestivi, davanti a un preside agguerrito, con altre madri un po’ peste.
Poi il compleanno di mio padre, in un ristorante di campagna, a stiparmi in corpo compulsivamente cibo e acqua gassata.

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Racconti


andrea-dagostino.jpgMaiali

di Andrea D'Agostino

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I maiali mangiano tutto. Lo dice voltando la testa all'indietro. Con le mani, senza controllare quello che fa, trova il chiavistello grosso e lo sfila. Apre la porta, mi lascia passare. Maiali dappertutto, puzza, grugniti, il macinio sinistro delle fauci.

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Racconti

elena-battista.jpgI pesci dormono sospesi
Elena Battista

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Ho aperto gli occhi in una stanza che subito non ho riconosciuto. Non è casa mia. C’è più luce, le pareti sono più spoglie. Accanto a me non c’è nessuno. Sono sempre stata una donna impulsiva. Ho sempre agito d’istinto, preso treni. Mi è sempre parso un pregio. Ora non lo so più.

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Racconti


virna-paolini.jpgAnalista amore mio

di Virna Paolini


Quando Giulia venne lasciata dal suo compagno (anni di convivenza quattro, età di lei ventisette, età di lui trentuno), la  sua amica Elena la convinse ad andare dal suo analista: «Non che sia bene che due persone che si conoscono vadano dallo stesso terapeuta, ma se non facciamo così tu non ci vai. Vorrà dire che eviteremo accuratamente l'argomento».

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Racconti

covers-piccolo.pngAscesa e caduta di Lucio Graziani, scrittore 
(cover di Penna offresi di Woody Allen. Con rispetto e genuflessioni.)
di Gianluca Morozzi


«È arrivato?» chiese il Sommo, fumando un sigaro dietro la scrivania.

«È qui fuori» rispose il Leccapiedi, con un impercettibile tremito nella voce.

«Be’, cosa aspetti, allora? Fallo entrare».

«Ecco, Capo, non so…»

«Insomma, è qui fuori o no? È troppo difficile farlo entrare? Il tuo incarico ti provoca stress, per caso?»

«No, Capo, è che…»

«Perché posso spostarti d’incarico, se vuoi. Addetto all’Assegnazione Posti Auto. Vuoi diventare Addetto all’Assegnazione Posti Auto, o vuoi fare entrare Lucio Graziani nei prossimi trenta secondi?»

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Racconti

In viaggio con papà
di Susanna Bissoli

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susanna-bissoli1.jpgPosso?, chiedo a mio padre.
Fai quello che vuoi, mi risponde. Così appoggio i piedi sul cruscotto, sposto il sedere più avanti sul sedile e appoggio la testa. Scomodo. Già capito che non dormirò. Fuori, nella luce bianca dell’alba, una nebbia bassa è stesa sulle risaie allagate come una coperta. Un uccello grande e bianco plana sull'acqua.
Quello lì è un airone, dice mio padre. Sono comparsi di punto in bianco. Non se n’erano mai visti da queste parti.
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Racconti

A tempo determinato

di Francesca Bonafini

Mi dicono che dovrei sistemarmi.

Che vorrebbero vedermi sistemata.

Che ho trent’anni.

Lo so che ho trent’anni. Mi crescono nella carne da trent’anni. Me ne sono accorta. Lo so.

Mi dicono che vorrebbero vedermi sistemata e io non ho neanche capito cosa vuol dire, sistemarsi.

Se sistemarsi vuol dire un lavoro buono, forse non sono capace.

Se vuol dire un lavoro fisso, manco so cosa sia.

Se vuol dire un uomo da sposare, figuriamoci.

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Racconti

Il mattatoio dei conigli

di Annarosa Pederzoli

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La prima volta che ho incontrato Ulisse, ha capito subito chi fossi. Quasi ce l’avessi scritto in faccia. Erano le due del pomeriggio, ma sembrava già sera. Stavo facendo colazione nel bar di fronte all’ospedale. Avevo fatto il turno di notte, però, essendo nuova, avevo accettato di sostituire una collega. Ulisse chiacchierava con la barista e mi ha gettato solo un’occhiata rapida, ma precisa.

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