Rivista on line di racconti e interventi sulla

narrativa contemporanea (ISSN 1972-649X)

Rubriche

 



        passaparola

    Sette stelle nel cielo di Roma 

    Terzo capitolo

    Eliselle (luglio 2010)

 

     

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Eliselle

«Sei proprio una stronza».
«E tu sei una zoccola!».
«Senti chi parla, quella che l’altro giorno rideva come un’idiota alle battute della Spaventapassere».
«Chi?!»
«Non fare la finta tonta, l’ho notato sai?!»
«Sei paranoica. E poi se ridevo significa che le sue battute facevano ridere».
«Ah, ma guarda che t’è tornata la memoria. Certo. Le sue battute fanno ridere solo te. E chi punta a quella fica secca che si ritrova tra le gambe».
«Quanto sai essere volgare…»
«Sarai fine tu, con quei pantaloni che ti si vedono anche le tonsille».
«Basta così, finiamola qua, ora prendi i tuoi quattro stracci e sloggi dal mio appartamento».
«Dal tuo cesso di monolocale, vorrai dire».
«Certo, tesoro, come dici tu. Vediamo se sei capace di comprartelo da sola, un cesso di monolocale come il mio, dove tra l’altro sei ospite e per il quale se non sbaglio finora non hai sganciato nemmeno un euro».

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        passaparola

    Sette stelle nel cielo di Roma 

    Quarto capitolo

    Francesca Bonafini (luglio 2010)

 

     

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Francesca Bonafini

«No, dico, con tutto quello che ci costa. Con tutto quello che ci costa lo studio di registrazione tu lasci il cellulare acceso mentre registriamo. Mila, te lo dico col cuore in mano, guarda, te lo dico senza la minima ombra di dubbio, mi sento di avere la certezza dell'oracolo di Delfi: tu, cara Mila, sei una deficiente».
Gianna è furibonda, e la furia le accelera il passo al limite della gara podistica.
«Non ti permettere, non ti permettere, sai? Mi son dimenticata! Oh, non sono mica infallibile! Mi sbaglio anch'io, sai?»
«Che tu non sia infallibile ce n'eravamo accorte: è la terza volta che ti parte il cellulare mentre siamo in studio. Tre volte che abbiamo dovuto ricominciare il pezzo da capo! Tre, diavolo porco! E via tempo, e via soldi. Come se ne avessimo da buttare nel cesso, di soldi».
«Gianna, hai notato che il cellulare le scatta sempre mentre suoniamo Ti spacco quella lurida faccia? Vorrà pur dire qualcosa» annota Anna, che arranca dietro la marcia nervosa di Gianna e Mila.
«Certo. Vuol dire che se capita ancora, io passo alle mani: ti spacco quella lurida faccia, Mila».

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Marco Candida

Come libertà comanda

(una rubrica di Marco Candida. Seconda puntata)

 

 

 

Cibo 

 

Ricordo quando Elizabeth e io ci siamo concessi una bottiglia di Cola-Champagne rimediata al Valley Dairy di Grand Forks nell’ultimo lembo dello Stato del North Dakota che – come recitano gran parte dei cartelli pubblicitari che si trovano da quelle parti – è un po’ come dire in the middle of nowhere. Ha il sapore di un bubble gum e forse non ha aiutato a celebrare al meglio il momento che Liz e io stavamo cercando di festeggiare (alcune parti di un mio romanzo tradotte da lei erano apparse su un giornale studentesco universitario dal nome Grub Street a Baltimore nel Maryland), però filosoficamente la bottiglia che trangugiavamo passandocela stipati in auto in qualche angolo di strada era forse, a ripensarci, la più adatta all'occasione. Infatti per me pubblicare per un giornale studentesco americano era una cosa che mandava alle stelle la mia parte più ragazzina, mi sembrava addirittura un traguardo importante, ma per Elizabeth non aveva quasi nessun significato: così per lei avremmo potuto benissimo brindare a Coca-Cola, quando per me uno champagnino (magari non della migliore marca) non avrebbe certo stonato.
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Patrizia Rocchi.jpgIl cuore sotto al camice. Storie di medici e pazienti

 

(una rubrica di Patrizia Rocchi)

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Fuori scena 



Veramente ho sempre avuto un’affinità per la tragedia, per le situazioni complesse e drammatiche, quelle nelle quali tendi ad essere molto più che uno spettatore partecipe, e diventi piuttosto un protagonista dei tormenti umani degli amici, dei vicini di casa, dei parenti degli amici.
Proprio per questo il dramma mi appartiene. Anche da piccolo mi muovevo a mio agio tra le lamentele della nonna che non era mai soddisfatta della propria evacuazione quotidiana, si lagnava dell’artrosi progressiva che la riempiva di dolori, esitava affannando per le scale, e il diabete del nonno, che lui viveva anche troppo allegramente, fin quasi a dimenticarsene, poco cosciente della pericolosità di questa disattenzione. Così ogni tanto, abbastanza spesso, mio padre, e mia madre con lui, doveva correre a casa da loro, che per fortuna, o per scelte avvenute in tempi remoti e a me sconosciuti, abitavano a un paio di chilometri di distanza, e preoccuparsi di una nuova piccola ulcera sulla gamba, che trascurata andava assumendo la forma e la profondità di un cratere, o di una crosta in cima alla testa praticamente calva, che aveva “inspiegabilmente” ripreso a sanguinare, e ora si mostrava in tutta la sua vasta e irregolare misura, con margini turgidi e sanguinanti, ripugnanti di pus, oppure confortare mia nonna che pencolava sbilanciata da una scaletta, incapace di ritrovare il pavimento senza rompersi un osso.

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Rubriche

Un anno a Casale Nuovo
Un anno a Casale Nuovo  
(una rubrica di Francesca Violi. Luglio 2010)

 


La lezione


Ti sfilo la cannuccia dalle labbra e un po' di succo ti sgocciola lungo il mento, finendo sulla bavaglia.
Prima di iniziare a rassettare te e il letto (le lenzuola a fiorellini di quando eri bambina, chi avrebbe mai pensato) cambio canale che tra poco inizia il Meteo Cinque.
«Vediamo se arriva la perturbazione che dicevano!»
Non credo ti piaccia molto la TV: nel tuo appartamento non l'avevi neppure. Ma quando esco dalla stanza mi sembra meno mostruoso lasciarti in compagnia di movimenti e voci, piuttosto che nel tuo cubo di silenzio totale. Nel tempo che sono qui, invece, i programmi mi danno qualche spunto di conversazione, se così si possono chiamare le frasi che ti dico ad alta voce. E anche una scusa per distogliere lo sguardo dalla tua faccia.

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Un anno a Casale Nuovo
Un anno a Casale Nuovo  
(una rubrica di Francesca Violi. Luglio 2010)

 


Settima sagra del prugnòlo

La piazza è un viavai: si crepa di caldo, eppure guardali come si affollano per queste tre bancarelle sfigate! La gente non ha veramente un cazzo da fare.
La giostra, con le luci intermittenti, i cavalli finto-antico di plastica e le canzonette insopportabili, è presa d'assalto. La figlia di Nando, che è più grande lei del cavallo, sarà al decimo giro: ci scommetto che vomita, con tutto il gelato che ha mangiato prima, ma suo padre invece di farla scendere le fa ciao-ciao con la mano.
«Pronti i due macchiati!» quasi tocca urlare per farsi sentire sopra al casino generale. Il bar è pieno: dentro e fuori non c'è un tavolino libero. L'incasso sarà ottimo, sicuro. Ma io sono già stufa marcia.
E poi entra Mario.
Bermuda, Rolex, abbronzato come sempre, va dritto al bancone da papà, che lo saluta contento. Si dicono qualcosa, e Mario ride.
Ci credo che te la ridi!

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Rubriche

trentarighe.jpg Trentarighe - luglio 2010 - «Cime»


Cari lettori e scrittori di Trentarighe,
questa è la seconda edizione in cui il nostro concorso ha cadenza bimestrale, il che è coinciso con un forte calo dei racconti ricevuti in redazione.
Ma non so se la minore popolarità del concorso si debba solo al fatto che 30R non c'è più ogni mese. Può anche darsi, semplicemente, che 30R abbia un po' stufato e che si stia chiudendo una stagione (tra l'altro molto lunga, 30R è iniziato nell'autunno del 2007, e non ha mai perso un'edizione!).
Questa volta sono arrivati quattro testi. Troppo pochi, no?
Propongo di fare così: andiamo avanti e vediamo se i seguaci (vecchi o nuovi) di 30R riescono a metabolizzare la nuova cadenza. Vediamo quanti testi arriveranno entro il prossimo termine per l'invio (il 20 agosto per la pubblicazione a settembre), e trarremo le conclusioni più logiche, ok?

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Marta CasariniAstrazioni: l'oroscopo letterario di Marta Casarini (luglio 2010)


Segno del mese: CANCRO (22 giugno - 22 luglio)
Cari amici del Cancro, questo mese sarete tali e quali gli onnipresenti protagonisti dell'estate: i floridi mazzi di basilico dalle foglie cicciute che solo in questa stagione riescono a dare il meglio. Fragranti, brillanti, ottimi per condire qualsiasi tipo di sugo e insalata, anche voi ravviverete con il vostro aspetto fresco e sano i balconi di ogni appartamento e i banconi dei verdurai. E proprio come il basilico, con il proseguire dell'estate diventerete sempre più vigorosi e rigogliosi, grazie alla materia di cui siete fatti, l'acqua, che non mancherà di apportare vitale energia anche nei periodi più aridi. Così come farà l'amore: sì, cari basilici, è giunto il momento di lasciar stritolare le foglioline dal sentimento più puro conosciuto dall'uomo, e di disperdere il vostro aroma tra le braccia e i condimenti dello chef amato. È finito il tempo di nascondersi tra le gramigne, in attesa di sbocciare: siete pronti, spargete il vostro odore, donate il vostro gusto leggero a chi sarà così saggio da cogliervi. Io so che c'è qualche cuoco che non vede l'ora di aggiungervi a una delle sue ricette estive. E voi?
Consiglio per un cuoco da cui farsi stritolare: Anthony Bourdain
Consiglio culinar-letterario: Il viaggio di un cuoco, di Anthony Bourdain (sì, perché, un cuoco non può essere anche un ottimo scrittore?), Feltrinelli.

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Racconti

Diario di un impostore 
Michela Tilli

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Michela Tilli

Sono morto a Milano un giorno di settembre, nell’ora del pomeriggio in cui, persino qui, i colori si fanno più intensi, e improvvisi triangoli azzurri sbucano tra i profili sconnessi delle case. Mese meraviglioso, settembre, il più prodigioso dell’anno, tempo di trasformazione, con un piede nel passato e uno nel futuro, zona di confine tra ciò che già sappiamo ma non riusciamo a spiegare, e ciò che proviamo a dire senza averlo ancora vissuto.
Ammetto che avevo pensato spesso di farla finita, negli ultimi tempi, ma quel giorno in particolare l’idea non mi aveva sfiorato nemmeno per un momento, date le cose straordinarie che mi erano accadute; anzi, proprio quel giorno avevo intravisto uno spiraglio e avevo provato l’incredibile sensazione di essere a un passo dal comprendere qualcosa di essenziale sul senso della mia vita, come se di punto in bianco avessi potuto guardarmi con gli occhi di Dio.
Ma quel giorno, per me, è stato troppo breve per capirci davvero qualcosa, della mia vita, perché la situazione è – come si suol dire – precipitata. Precisamente, precipitata dal quarto piano del palazzo di via Pilo in cui abitavo e, sebbene le circostanze della mia morte mi siano apparse subito inverosimili, e io abbia avuto tutto il tempo di pensare no, non è possibile, non sta capitando a me, tuttavia un marciapiede che si avvicina come un treno in corsa può essere alquanto persuasivo.

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Racconti

Sacro cuore
Michela Tilli

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michela tilli

Don Maurizio attraversò le navate con il passo svelto, lieve per abitudine, di quando era solo e non doveva rendere conto a nessuno. Passò rapido davanti all’altare, senza voltarsi, e l’istintivo irrigidirsi del collo gli rammentò un’epoca in cui si sarebbe fermato, anche se andava di fretta, e avrebbe piegato il ginocchio e chinato il capo, mentre i pizzi che orlavano il marmo, i grossi ceri spenti e la sagoma nera del crocifisso di bronzo che incombeva a mezz’aria scivolavano via.
La chiesa era vuota e fredda, anche più del solito: il debole raggio di sole che filtrava dalle vetrate non era che un’illusione.
Con impazienza raggiunse la cappella situata alla sinistra del portale, dove si trovava il dipinto del Sacro Cuore di Gesù che dava il nome alla chiesa di Treccascine e che da molti decenni – da quando il fuoco si era mangiato tutto lasciando intatta solo l’immagine sacra – raccoglieva attorno a sé le offerte e gli ex voto di chi aveva da chiedere una grazia o si era convinto di averla ricevuta. Venivano anche da fuori, per curiosare o per lasciare biglietti, fotografie incorniciate, cuori di stoffa, reperti di natura sospetta adagiati nell’ovatta. Maurizio era già passato da lì, quella mattina, quando all’alba era rientrato in canonica ed era andato ad aprire il portale, ma, forse per stanchezza, forse perché evitava sempre di guardare quell’orrenda accozzaglia di pegni, non aveva notato niente di strano.

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Racconti

L'elefante sulle scale 
Nadia Terranova

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Nadia Terranova

Berlino, 2000
«Il grande altrove», sentenzio allontanando il dizionario che non ho neppure aperto.
«Per me è la grande distanza», Andrea batte la mano sul foglio.
«Distanza? La distanza è tangibile, è da qui a lì, come fai a dire che è distanza?»
«Capisco che l’altrove ti affascini. Ma beyond non significa altrove».
Mi arrendo alla sua ottusità. Scosto il foglio bianco, la stampata da tradurre, le nostre penne e il dizionario. Allungo le braccia sulla scrivania e lascio cadere la testa sui gomiti. «Andrea… tu uccidi la poesia» boccheggio.
È incerto tra ridere e offendersi. «Paka, sei strana», decide. Va a farsi un tè nella mia cucina e già che c’è alza al massimo il volume dello stereo.
Dovrei fidarmi di quell’attimo in cui sento che non ha capito nulla dei miei sentimenti. Strana? Rispetto al punto da cui sono partita mi sento più che normale.


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Racconti

Alzati e cammina (Get Up, Stand Up)
Franca Di Muzio

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Non so di preciso come fosse cominciata. So solo che a un certo punto, da qualche parte dell’Appennino abruzzese, qualcuno aveva scombussolato il normale ordine delle cose e fatto pensare al miracolo. Poi la buona novella era approdata in riva all’Adriatico, fino a raggiungere il nostro quartiere: e in un mercato, una piazza, una chiesa qualsiasi, qualcuno l’aveva ascoltata e raccontata a qualcun altro, che a sua volta l’aveva riferita a una nostra vicina, che ne aveva infine parlato alla famiglia di Angela. Da lì, dall'ascolto di quelle parole eccitate e speranzose, la nostra piccola carovana ci aveva messo poco a formarsi e a partire; tutti in cammino verso l'incredibile istante in cui Angela si sarebbe finalmente alzata da quella brutta, pesante carrozzella.

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Rubriche


In manicomio

 

(una rubrica di Caterina Falconi. Ottava e ultima parte. Aprile 2010)

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In manicomioSchiarite
 

Primo febbraio. Forse le nove del mattino
Le navate della cattedrale convergono sulla bara, come ali oscure, velature che fibrillando scompaginano il presente in istantanee che non combaciano. Cammino tra i banchi vergognandomi di indossare un vestito beige estivo, e di essere spettinato e sporco, come se un incubo mi avesse ghermito da una spiaggia in un altrove, e catapultato qui, in una penombra teramana e in un presente lento. C’è la possibilità che stia ancora sognando. Me lo auguro, ma non riesco a vincere questa oppressione, la vergogna. La chiesa è affollata, strapiena, otturata di fedeli parenti conoscenti. Uno sciame di sagome grigie che rifluisce sulle gradinate, e di certo ingombra la piazza.
Cammino verso la bara come uno sposo in un horror, verso il cadavere della mia matrigna cucito in un abito spesso, con un ago infilato nell’ombelico!
Guardatele nella pancia! Grido.
E apro gi occhi.

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stefano_amato.jpg

 

L'apprendista libraio

Testimonianze sul campo di un commesso (frustrato) di libreria 


(una rubrica di Stefano Amato)  

ULTIMA PUNTATA

 

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Il cliente difficile

E così eccoci arrivati all’ultima puntata di questa serie dell’«Apprendista libraio». Sono passati due anni esatti da quando, in preda a una serie crescente di tic nervosi, proposi la rubrica alla redazione di Fernandel. Che cosa è successo nel frattempo?

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Racconti

Il silenzio
Daniele Borghi
 

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Daniele Borghi. Foto di Ilaria Borghi

La parola è una chiave,
ma il silenzio è un grimaldello
(Gesualdo Bufalino)

Pensava al futuro come ad un luogo dove andare in vacanza. Un posto meraviglioso e lontanissimo in cui ritrovare la serenità, a dispetto della dolorosa sensazione d’essere prossima alla fine. Negli ultimi anni aveva sempre camminato accanto all'ombra della morte, ma da alcuni giorni le sembrava che questa le avesse poggiato un braccio sulle spalle, con un gesto falsamente amichevole.
A farla sentire in quel modo erano gli sguardi di suo marito. Da quando erano arrivati nella casa di montagna, lui la osservava come uno strano insetto o come un testo scientifico di cui si riescono a capire le singole parole ma non il significato complessivo. Due settimane prima di partire per quell'insolito soggiorno montano, si era sottoposta al consueto controllo semestrale ed era certa che suo marito ne avesse ritirato i risultati il giorno che aveva preceduto la partenza. Da quando cinque anni prima era stata operata al seno, quella dei controlli era diventata una routine a cui non riusciva ad abituarsi. Ogni volta l'attesa degli esiti era una tortura insopportabile che le ricordava quel film di Bergman in cui il protagonista gioca a scacchi con la morte. Anche se ci pensava da molto tempo non era ancora riuscita a ricordare il titolo di quel film, e il non saperlo si era trasformato in un rito scaramantico. Si era convinta che venire a conoscenza di quel titolo sarebbe stata la sua fine, come se le cellule tumorali potessero avere qualche oscura relazione con la filmografia del regista svedese.

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Racconti

La terrazza sull'oceano
Silvia Monteverdi
 

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Silvia Monteverdi

A mia discolpa potrei dire che non è partita da me l'idea di trasferirsi in Thailandia. Anzi, mentre Jolanda mi sventolava sotto il naso la copia di Dove in cui aveva scovato l'annuncio, non le ho dato quasi retta. Avevo già infilato il cappotto per uscire.
«Sarebbe la soluzione ideale per i miei attacchi d'ansia» aveva detto fermandomi sulla porta. I suoi «attacchi d'ansia» non erano altro che fulminee crisi isteriche che scoppiavano di botto e di botto sparivano previo lancio di qualcosa contro il muro. «E poi» aveva aggiunto picchiettando l'unghia rossa sull'annuncio di vendita della villa «ho bisogno di trovare il mio equilibrio. Tu con la connessione internet potresti lavorare da lì senza problemi».
L'idea mi era subito parsa surreale, come molte delle pensate di mia moglie, ma l'ho liquidata con un «ci si può pensare», risposta che al momento mi era sembrata adatta alle circostanze e con un "coefficiente di rischio scenata" pari a zero. Inoltre non volevo acuire la distanza già abissale che c'era tra noi, liquidando con sufficienza ciò che per lei sembrava essere vitale. Jolanda ha ventisette anni meno di me, trovavo naturale che manifestasse queste puerili esigenze di fuga. Sono fisiologiche.

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Racconti

Così felice
Federica Marzi
 

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federica marzi

I. Graz Hauptbahnhof

La notizia del giorno, riportata a caratteri cubitali sulla prima pagina della Kleine Zeitung, era che la relazione tra Antonio Banderas e Melanie Griffith stava andando a gonfie vele, al punto che presto avrebbero dato l’annuncio del loro matrimonio.
«So glücklich nach der Verlobung», così felici dopo il fidanzamento, titolava infatti l’articolo nella cui lettura Emir sembrava particolarmente assorto. Intanto lei continuava a spiare i suoi movimenti zitta e buona, incrociando le dita e facendo gli scongiuri. Superstiziosa com’era (non per niente era del sud), sperava che quell’interesse di Emir fosse un segno del destino, che forse stava per compiersi. Perché non poteva essere solo un caso che proprio quel giorno si parlasse della felicità da cui era stata baciata la coppia Banderas-Griffith, e che l’attenzione di Emir fosse stata attirata proprio da quell’articolo in particolare.

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Racconti

Una valigia a metà
Laura Bottazzi

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Laura Bottazzi

Mi faccio la valigia e me la filo. Ho deciso. Se riesco a sganciarmi velocemente, arrivo in città per l’ora di pranzo.
Fuori ancora nevica e forse dovrei sentirmi in colpa a lasciare Angelo qui in albergo da solo, ma io devo sopravvivere, e un altro giorno con questo tordo deficiente potrebbe essermi fatale.
Mi fisso a guardare la neve che scende morbida e copre il mondo, lo rende tutto bianco, come un fungo o una malattia. Ci saranno tre metri di neve là fuori, non so immaginarmi cosa possa voler dire rimanere qui a primavera, quando tutto questo si sarà sciolto.
Però è bella la neve. Una volta mi piaceva un sacco, molto più di adesso.
Adesso c’è Angelo, che se potesse piallerebbe ogni singola cima innevata per farci un centro commerciale.
Certo, andarsene ora, senza nessuna spiegazione, è una vera bastardata. Mi chiedo se si meriti tanta cattiveria, se non dovrei magari andare giù alla hall e farlo chiamare. Forse dovrei aspettarlo in camera e affrontarlo, dirgli semplicemente "ti lascio, bello. Me ne vado".
Ah! Come godrei a vedere quella sua faccia da pollo morto gonfiarsi di rabbia!

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Racconti

Verso la madre di tutte le feste
Laura Bottazzi

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Laura Bottazzi alla Biennale di Venezia

Sono seduto sul bordo della piscina del tennis club e faccio dondolare pigramente le gambe nell’acqua. Mi piace osservare le increspature che creo a ogni movimento. Il propagarsi delle onde e l’incresparsi dell’acqua rimandano a concetti profondi e sostanziali che in questo momento non ho voglia di focalizzare e che quindi lascio scorrere in superficie.
Carlo è in ritardo come al solito. Allungo una mano verso il mio cuba libre e lo finisco in una sorsata, poi faccio cenno alla bagnina di portarmene un altro. Lei fa finta di non vedermi ma io insisto fino a quando non si arrende e, pur di essere lasciata in pace, va a chiamare il cameriere.

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Racconti

Sotto i tuoi occhi
Caterina Falconi

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caterina-falconi-allo-zammu.jpg

Gli anni trasformano. Io a ventidue sembro un barbaro. Capelli corvini raccolti in una lunga coda bassa. Pelle scura. Zircone al lobo sinistro. Canotta della squadra e pantalone lungo di una tuta qualsiasi. Spalle e braccia da lottatore. E un piede spolpato sulla pedana della mia sedia a rotelle.
La partita sta per finire.
Sul parquet della palestra ci affolliamo attorno al pallone come uno stormo di pesanti uccelli incassati tra le ruote divaricate delle nostre carrozzine. Innestati ai sedili imbottiti, agli schienali bassi, ci sentiamo mischiati ai sostegni. Le nostre braccia e le nostre mani sono dispositivi di precisione. Muovono le ruote imprimendo spinte calibrate da un istinto sicuro. Siamo le nostre braccia, le mani e le dita. Che mancano la palla, l’afferrano, la lanciano. Si alternano sui cerchi in lega delle ruote, applaudono, coprono il viso, si alzano.

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Racconti

Essere il capitano
Azzurra D'Agostino

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Azzurra D'AgostinoIl medico si avvicinò alla bambina e lei pensò che il suo fiato odorasse di formaggio, o forse di ragù, e che la sua pelle avesse qualcosa di unto. Ma non era questa, forse, la cosa fastidiosa; quello che la metteva a disagio era il fatto che le facesse male.

E che dopo sarebbe dovuta uscire all’aria aperta con quella sensazione di stordimento addosso, con l’occhio che le pungeva e la luce del sole trasformata in spine.

Bendata e malconcia e stranamente oppressa: qualcosa che la strappava al suo essere bambina.

Ogni volta cercava di fare finta di niente, che tanto sarebbe passato presto; ma un giorno che era uscita dall’ospedale con l’occhio buono vide un gatto con la coda annodata correrle davanti nel vialetto e qualcosa cambiò. Per la prima volta ebbe un presagio.

«Perché quel gatto ha un nodo nella coda?», chiese a sua madre camminando.

«Non lo so, glielo avrà fatto qualcuno».

«E che cosa non doveva scordare?»

«I nodi per ricordare si fanno ai fazzoletti, non ai gatti. Non si fanno queste cose. Il gatto ha male».

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Racconti

Una bella sensazione
Arianna Pelagalli

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Arianna Pelagalli

Sedici anni sono una bella età del cazzo. I miei oggi hanno di nuovo rotto i coglioni per il motorino. Cosa me l’avete comprato a fare se ogni volta che lo uso dev’essere una tragedia? E stai attento, e non lo usare la sera, e se esci dicci esattamente a che ora torni. Ma bóna, ormai abituatevi, quando avrò la patente che supplizio sarà?

L’allenamento oggi è stato abbastanza pesante. È il secondo dopo le vacanze estive e ovviamente la palla il mister non ce l’ha ancora fatta vedere. Preparazione atletica. Corsa, corsa, corsa, esercizi, esercizi, esercizi. Forse dalla prossima settimana inizieremo a fare i palleggi. Poi, il mese prossimo, finalmente partite. Sono bravo in campo, gioco da terzino. Mi piace correre, sentire le scarpe che affondano nell’erba mentre tocco la palla. Rivedere i compagni di squadra dopo l’estate mi rende felice, ne ho sentito la mancanza in questi due mesi in cui non ci si è visti. E poi, dopo le vacanze tutti hanno le loro storie da raccontare, così ascolto un po’ le vite degli altri. Le mie vacanze non sono mai particolarmente interessanti, quindi di solito sono quello che ascolta e fa le battute su quello che hanno fatto gli altri. Raccontare del mare dai nonni non mi sembra particolarmente divertente, quindi evito di parlarne.

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Racconti

Mara chiuse gli occhi
Cynthia Collu

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cynthia collu.jpgLa donna che le aprì la porta era grassa e intabarrata in un lungo caffettano viola. Aveva i capelli cortissimi, irrigiditi in ciuffi ispidi come cardi selvatici. Spesse lenti grigie le nascondevano gli occhi. Mara istintivamente cercò oltre la sua spalla qualcun altro. Lei dov’era? Tornò a guardare la grassona. «Sono Mara Fini», disse con un sorriso forzato.
Non voleva essere villana. Aveva solo fretta. Dopo vent’anni d’attesa aveva una fretta terribile.
La donna le sorrise, comprensiva. «Lo so. Prego, entri».
Ci volle ancora qualche secondo perché Mara comprendesse che la persona davanti a lei era la stessa che le aveva risposto al citofono. Osservò la grassona con stupore, incapace di nascondere il proprio sgomento. L’altra la invitò a seguirla nello studio.
Era un locale piccolo ma straordinariamente luminoso. In una frazione di tempo che pure le sembrò scorrere indolente, Mara notò che i muri erano tinti di un giallo caldo, dato a spatola con rilievi diversi, e che i quadri appesi avevano tutti cornici dorate.
«La prego, si accomodi».
La donna l’osservava e continuava a parlarle con la voce di Eva.
Dunque quella era Eva

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Racconti

L'uovo di Pasqua
Luca Martini

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luca_martini.jpgChiedere aiuto a un amico, alla fine solo questo mi venne in mente di fare.
Nell’affannosa costruzione di un pensiero che schiacciava il mio orgoglio in un angolo buio, senza darmi tregua, pensai che quella fosse l’unica soluzione che mi rimaneva da mettere in atto.
Mi capitava di svegliarmi all’improvviso, nel cuore della notte, di accendere la lampada sul comodino e di restare a guardarla in silenzio, senza che lei si accorgesse di nulla. Potevo rimanere così, con i gomiti affossati nel materasso di lattice e lo sguardo perso nei suoi capelli, anche per un’ora, sempre nella stessa posizione, sempre senza dire o fare assolutamente nulla.
Nulla tranne che pensarci.

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Racconti

Questioni Morali
Caterina Falconi

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caterina-falconi-questioni.jpgInsegnavo etica alla facoltà teologica di Nantes, ed era da più di un anno ormai che l’Ufficio per le Questioni Morali non mi spediva in missione, sicché stavo dimenticando di essere un ufficiale ecclesiastico, e della specie che ha la vita meno facile, in questa nostra epoca di tribolazione.
Vent’anni prima, quando fui assoldata, era divampata la moda delle autopunizioni corporali. Ero giovanissima, ma la chiesa cattolica poteva reclutare laici e consacrati solo tra i giovanissimi e i vecchi. Il resto del mondo se ne andava per i fatti suoi. E il fanatismo religioso, di matrici diversissime, degenerava nella stravaganza e nelle perversioni collettive. Io ero fresca di laurea e non mi capacitavo di come nell’anno duemilatrecento, mentre la terraformazione di Marte era arrivata alla fase dell’inserimento delle colonie di insetti, e il cielo si andava tingendo di blu attorno al vecchio pianeta fulvo, la gente potesse riprendere a indossare il cilicio sotto i vestiti di tessuto sintetico. Eppure accadeva. Così come ogni giorno nasceva una nuova setta.

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Racconti

Simba
Luca Martini

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luca_martini.jpgMio padre arrivava sempre in ritardo.
Quando doveva passare a prendermi per il fine settimana mi faceva aspettare anche per un'ora. Io restavo ad attenderlo già vestito, con lo zainetto in mano e la speranza negli occhi, seduto sul letto della mia cameretta.
Ogni volta pregavo che arrivasse davvero, con la paura che invece non l'avrei più visto, forse arrabbiato per qualcosa che avevo fatto o detto. Sempre colpa mia, insomma, fin da allora.
Mia madre me lo ripeteva in continuazione: «Vedrai Tobia che un giorno tuo padre non verrà più a prenderti, e sparirà. Andrà a finire così, ne sono sicura».
E invece arrivava. Tardi, ma arrivava.

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Racconti

Ritornare a Natale
Caterina Falconi

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caterina-falconi-seduta.jpgIl talento salta una generazione. Forse perché i nonni hanno con i nipoti un rapporto privilegiato. Riparano ai danni e alle omissioni di quando erano soltanto dei genitori, riversando sui bambini dei figli il meglio di sé.
Questo deve essere accaduto tra mio padre e Giovanni. Mi auguro. Soltanto questo.
Papà è stato il più grande biologo del ventunesimo secolo. Ha sfiorato il nobel. Collaborato a ricerche segretissime. Pubblicato caterve di volumi. Infestato decine di facoltà, e contaminato centinaia di studentesse.
Forse studenti... mi auguro di no, perché escludere la sua bisessualità mi aiuta a sperare che non abbia messo le mani su mio figlio quand'era ragazzo.
Con me lo fece, una vigilia di Natale.
Per questa, e altre ragioni, io odio il Natale.

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Racconti

La casa vecchia
Natale Masi

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natale-masi.jpgAlle due, dopo pranzo, andai alla casa vecchia con mio fratello Marco. La casa vecchia era il nostro doposcuola, situato in una casa fatiscente che celava un imperscrutabile mistero che nessuno riusciva a svelare: com'era possibile che quel decrepito fabbricato non ci avesse tutti sotterrati sotto le sue macerie? Era un edificio su due piani puntellato da più parti e al quale si giungeva salendo una stretta rampa di scale buia e maleodorante. Al primo piano era situata la stanza adibita allo studio, con due enormi tavoloni e lunghe panche di legno. Un’altra scala un po’ più larga ma altrettanto puzzolente portava invece al secondo piano, dove c’era una piccola stanza disadorna, arredata solo da un letto e un materasso e illuminata da un pertugio non più alto di un metro e mezzo che portava in un piccolo terrazzo. Era quest’ultima la stanza dei giochi. Una delle peculiarità della casa vecchia era l’assenza del bagno. In sua vece avevamo un pitale di plastica posto dietro una tendina nell’androne delle scale. La regola voleva che il pitale fosse svuotato in un grosso secchio di latta, il quale era diventato l’oggetto dei nostri peggiori incubi. Quando il secchio era pieno il fetore inondava le scale, un miasma che era capace di tenere lontani perfino i topi, e ogni qualvolta la porta s’apriva fiotti di olezzo invadevano la stanza studio, sconvolgendoci lo stomaco. Il fatto di essere esposti a rischi di malattie epidemiche rendeva quel doposcuola uno dei più economici del paese e in quanto tale molto ambito. Dovevamo ritenerci fortunati a farne parte.

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Racconti

La fortuna di chiamarsi Mario
Luisa Ventola

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luisa-ventola.jpgMi chiamo Mario.
Mario, che nome da vecchio per uno che ha da poco compiuto tredici anni!
Era destino che mi chiamassero così.
Gli psicologi mi includerebbero nella fascia preadolescenziale nella quale di solito tendono a classificare i tredicenni come me.
Questi dottori dell'animo umano non sanno un cazzo!
Sono così rigidamente chiusi nelle loro teorie, in quello che hanno studiato, come se la gente fosse tutta uguale, che non riescono a vedere la persona che hanno davanti, ma sanno solo affibbiarle una categoria, preadolescente con problemi relazionali.

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Racconti

Come l'aria che respiro
Laura Bottazzi

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laura-bottazzi2.jpg«So tell me you love me…» canticchia talmente sottovoce che quasi non si riesce a sentirla. Intanto sorride divertita forse dalla sua faccia seria o forse per l’imbarazzo. I Coldplay accompagnano quel cantare sommesso, quasi non la volessero prevaricare, come fossero lì, spettatori consapevoli del loro piccolo tempo; così precario e difficile da difendere.

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Racconti

Ecce omo
Barbara Ferretti

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barbara-ferretti.jpgNon ricordo la prima volta in cui ho cominciato a guardare le persone negli occhi. L’unica cosa che ricordo è che frequentavo già l’università e adoravo i posti che Marc Augé definisce "nonluoghi", come le stazioni e gli aeroporti, o come i bagni pubblici, perché in quei luoghi tutti vanno di fretta e nessuno ti guarda dall’alto in basso, non si parla di politica o di religione, al massimo l’impiegato intabarrato nella sua mantella grigia ti chiede l’ora, e l’uomo con la faccia da vecchio zio che sta in fila dietro di te ti tocca il culo. Ma nessuno ti giudica o ti fa domande sulla tua vita.

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Racconti

Salsa borotalca
Eva Clesis

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eva-clesis.jpgA cinque anni non è facile accettare l'idea che tua madre rimanga dieci giorni in ospedale a causa di un'anguria.
Avrebbe potuto benissimo mangiarla come facevano tutti, stampando quattro morsi a mezzaluna su di una bella fetta.
Invece no.
Invece s'era beccata un'indigestione ingoiando il frutto per intero, con la scorza e tutto, senza neanche masticarlo. Mi pareva incredibile come ci fosse riuscita. Doveva essere dotata di una bocca enorme, da supereroe, e di una gola elastica come il corpo di un boa. Era una cosa mostruosa.
Per questo le era venuto il pancione sporgente.
Papà cercò di fregarmi dicendo che mamma andava a farsi un viaggetto. E che lui l'accompagnava alla stazione mentre io sarei stata per qualche giorno dalla zia. È una bugia, gli risposi subito. La mamma va in ospedale, dove i dottori le apriranno la pancia con un coltello. Poi le tireranno fuori l'anguria che s'è mangiata, e la ricuciranno se promette di non farlo più...
Certo che non lo farà più, due sono già abbastanza, concluse lui, mentre prendeva i miei bagagli e li sistemava in macchina.
Due angurie? Gli chiesi io.
No, mi rispose lui. Due figli.

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Racconti

Non fermarti a pensare
Mascia Di Marco

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di-marco.jpgChiudo gli occhi e penso al sapore dell'acqua, al frigo vuoto, al mio cuore infranto. Alle lacrime che ho versato, al Martini che ho ingoiato. Alle mie giornate ubriache, ai batuffoli di cotone nelle orecchie.
Quante volte, dottore, ho pregato mio marito di non essere troppo accomodante con lei, di non lasciarle sempre l'ultima parola, di non dargliela vinta ad ogni piccolo capriccio. Da quando era ancora piccolissima, e mandava giù con ostinazione qualunque cosa le capitasse davanti agli occhi. Davanti a noi, che non dicevamo niente. Non era normale, dottore, per una bambina di otto anni avere tutta quella fame, sempre, anche di notte. Non le dispiaceva niente, mentre mio marito diceva che era solo una bambina bene educata, non come quegli schizzinosetti figli delle mie amiche, bambini anoressici costretti a nutrirsi di pillole ricostituenti e vitamine per non diventare deboli di vista e di ossa.

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Racconti

Tanti gatti blu
Massimo Vasini

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Ci saranno altri giorni, / ci saranno altre voci. / Sorriderai da sola. / I gatti lo sapranno. (Cesare Pavese)

massimo-vasini.jpgNon mi hanno creduta. Quelli del pronto soccorso non hanno minimamente creduto alla storia che ho raccontato. Il medico ha detto che una persona non si riduce un occhio come il mio cadendo per le scale. Mi ha chiesto se è successo altre volte. Senza neanche versare una lacrima ho spiegato che Matteo, da quando i galleristi lo ignorano, beve in modo incontrollato e a volte si dispera e se la prende con me.
«Vuole denunciare il suo compagno?», mi ha chiesto il dottore.
«No», ho risposto.  

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Racconti

Susanna
Laura Bottazzi

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laura-bottazzi.jpg«Vi prego di fare silenzio».
La voce perentoria, eppure calda e avvolgente come una sciarpa di seta. Ti guardo arrossendo e mi perdo nei tuoi magnifici occhi grigi. Ti volti verso la lavagna e ricominci a spiegare e a narrare di vecchie storie polverose, piene di date e guerre, come se l’uomo non avesse fatto altro che combattere.
La classe tace per qualche istante.
Un breve passaggio di mani e arriva sul mio banco un bigliettino di Cristina: «MA QUANTO FICO È??!!»
Sorrido, a lettere minuscole aggiungo: «Io lo amo già! Vorrei che tutti i giorni ci fosse storia! Speriamo che la Fanton non torni più». Poi semino qua e là qualche cuoricino e passo il foglio.

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Racconti

La spiaggia
Elisa Ruotolo

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elisa-ruotolo.jpg...quando la neve si scioglie,
il bianco dove va a finire?
W. Shakespeare


Ormai gli autobus non mi piacciono più. Mi fanno venire in mente solo strani pensieri. Li guardo appena quei dieci passeggeri stentati che cercano ogni volta il posto più lontano, anche da me, e li vedo in piedi, nudi davanti alla specchiera un istante prima di vestirsi.
Lo facevamo da ragazze quel gioco lì, Giovanna ed io: immaginare da dove partivano. Alle volte si pettinavano prima d'infilare la testa nel buco circolare delle maglie, e c'era chi per stendersi i calzini fin sotto le ginocchia si stropicciava i pantaloni verso il basso.

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Racconti

Prove generali
Caterina Falconi

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caterina-falconi-con-gatto.jpgIl mare è da sempre lo scenario dei miei dolori.
Mi siedo sulla riva, e guardo le bambine che fanno il bagno. Il sole scivola nella parte bassa del suo arco e mi morde la schiena. È piacevole il contatto della sabbia umida e ruvida contro le natiche, le piante dei piedi. Mi abbraccio le ginocchia. Le bambine si spruzzano l'acqua, strillano, ridono chiassose in quell'azzurro lucente. Riemergono e sono di smalto. Provano qualche passo del balletto facendo ruotare le braccia tese sopra la testa. Tra due giorni hanno il saggio di danza. La scuola è chiusa da sette. L'estate è esplosa. Il cielo è una voragine di luce, la crepa in un crogiolo di oro fuso.

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Racconti

bebemorozzi.jpg

Le nuove avventure di zio Savoldi
(cover di uno qualsiasi dei racconti di Le umiliazioni non finiscono mai, Guanda Editore)

di Gianluca Morozzi & Paolo Alberti

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«E come ti sembra questa storia qua, di Verona?»
«Boh. Impegnativa. Ma vale la pena provare, no?»
«Infatti. Tanto ho già promesso che ci saremo tutti e due».
«Bravo. A che ora passo a prenderti?»
«Alle tre».
«Sabato alle tre. D’accordo».
 
Tutti e due riagganciano.
Pensando che sabato, alle tre, il sole sarà una supernova.
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Racconti

at-the-end-of-the-world.jpgL'emiro di Comacchio
Elena Battista

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È da un po' che Angela e Walter hanno perso l'abitudine di uscire la sera.
Da ragazzi lo facevano. Walter guardava l'orologio già dalle quattro del pomeriggio, e non gli importava niente se il funzionario si spazientiva e cercava di rifilargli una pratica rognosa e urgente, apposta. Qualunque cosa gli scivolava addosso, qualunque cosa che non fosse Angela.

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Racconti


caterina-falconi.jpgCome in un incipit

di Caterina Falconi

La presentazione di Mangiacuore a Pescara (29 marzo 2008)  

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È stata una giornata faticosa.
Riunione al liceo di mia figlia per la programmazione didattica, in un edificio che sembrava di farina, incassato tra portici suggestivi, davanti a un preside agguerrito, con altre madri un po’ peste.
Poi il compleanno di mio padre, in un ristorante di campagna, a stiparmi in corpo compulsivamente cibo e acqua gassata.

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