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«No, dico, con tutto quello che ci costa. Con tutto quello che ci costa lo studio di registrazione tu lasci il cellulare acceso mentre registriamo. Mila, te lo dico col cuore in mano, guarda, te lo dico senza la minima ombra di dubbio, mi sento di avere la certezza dell'oracolo di Delfi: tu, cara Mila, sei una deficiente».
Gianna è furibonda, e la furia le accelera il passo al limite della gara podistica.
«Non ti permettere, non ti permettere, sai? Mi son dimenticata! Oh, non sono mica infallibile! Mi sbaglio anch'io, sai?»
«Che tu non sia infallibile ce n'eravamo accorte: è la terza volta che ti parte il cellulare mentre siamo in studio. Tre volte che abbiamo dovuto ricominciare il pezzo da capo! Tre, diavolo porco! E via tempo, e via soldi. Come se ne avessimo da buttare nel cesso, di soldi».
«Gianna, hai notato che il cellulare le scatta sempre mentre suoniamo Ti spacco quella lurida faccia? Vorrà pur dire qualcosa» annota Anna, che arranca dietro la marcia nervosa di Gianna e Mila.
«Certo. Vuol dire che se capita ancora, io passo alle mani: ti spacco quella lurida faccia, Mila».
Gianna, Anna e Mila sono appena uscite dallo studio di registrazione e camminano (se così si può definire un'andatura più consona al galoppo dei puledri imbizzarriti che all'andamento di tre esseri umani) camminano, si diceva, in direzione del parcheggio.
La situazione è tesa, le gambe sono tese, le parole che volano peggio ancora. Le male parole sgorgano floride, poi pian piano scemano in borbottii livorosi sempre più fiochi (come di temporalino in ritirata), infine arriva il silenzio ostile.
Succede sempre così. Si mangiano la faccia, rognano con furore, gracchiano tra i denti digrignati, poi arriva il silenzio ostile che dura in genere una decina di minuti, prima che qualcuna offra alfine parole d'armistizio.
«Senti, ma di chi era poi la telefonata? Almeno era il conte?» Stavolta è Anna che cambia discorso e registro.
«No, figurati. Un numero che non conosco. C'è il prefisso di Roma».
Anna si entusiasma: «Il prefisso di Roma? Ma magari è un produttore! Magari si è sparsa la voce, magari ci cercano, magari qualcuno si è accorto che incarniamo la rinascita del punk, magari hanno...»
«See. Magari». Taglia corto Gianna.
«Tu Gianna sei una cornacchia, sei l'uccello del malaugurio. Noi non ci capita mai niente perché tu non hai fede».
«Io? Io ne ho anche troppa di fede. Chi è che ha procurato tutte le date della scorsa estate? Chi è? Chi è? Io mi sbatto, io mi spendo, mi dissanguo per trovare gli ingaggi. E voi due lì col culo imbalsamato. Te Anna che stai a dire facciamo questo, facciamo quello, e poi nel concreto? Eh? Ti gratti. Questo fai. E quell'altra, poi! Eccola là, sempre attaccata al telefono ad aspettare le chiamate del vampiro, tanto da far finta di dimenticarsi il cellulare acceso quando invece lo tiene acceso apposta...»
«Ingaggi? E li chiami ingaggi quelli lì? La sagra della porchetta ti pare un ingaggio serio?» Salta fuori Mila piccata dall'allusione alla sua malafede telefonica.
«Be'? Hai qualcosa in contrario? Intanto siamo andate fino a Poggio Bustone».
«Appunto. Cinquecento chilometri e non abbiamo visto un soldo. E tu ti lamenti perché perdiamo un quarto d'ora in studio di registrazione».
«Guarda che son due cose diverse: a Poggio Bustone prima non ci conoscevano, adesso ci conoscono. È così che si amplia il raggio d'azione, è così che si diffonde il verbo».
«Alla sagra della porchetta?»
«Ricordati Mila che il gesto punk è un gesto piccolo, quotidiano. Noi non abbiamo bisogno di suonare al Madison Square Garden per compiere un atto musicale rivoluzionario. Noi, mettitelo bene in testa, non ci servono le televisioni. Noi le spacchiamo con le spranghe, le televisioni».
Al che, calano due minuti di silenzio meditativo.
«Sì, in effetti ha ragione Gianna» interviene a chiusura Anna. «Un testo come Intercettazioni, per esempio, vallo a fare allo stadio di San Siro, vallo a fare alla sagra della porchetta, sempre una goccia sovversiva e fastidiosa che scava nella roccia è».
«Io vi dico solo una cosa: ricordatevi che le nostre liriche rappresentano una boccata d'aria pura in questo paese asfittico. Qui la situazione è grave, manca poco che ci tolgano del tutto la parola. Succede così: ti infilano in bocca una pantegana morta raccontandoti che è una prelibatezza, e tu ci credi e mastichi e dici buona, buona, squisita. La situazione è grave, non so se vi rendete conto».
«Appunto. E noi siamo qui a sprecare il nervoso per un trillo di cellulare in studio».
«Chiudiamo l'argomento telefono, Mila, prima che ti tiri il collo come a una gallina da brodo una volta per tutte, così la facciamo finita».
«Be', a proposito di argomento telefono» rincalza Anna, «sapete cosa ha detto il Menzogna? Ha detto che la stragrande maggioranza degli italiani è stanca di non poter usare il telefono per paura delle intercettazioni. La stragrande maggioranza degli italiani. Ha detto così. La stragrande maggioranza».
«Eh, certo, figuriamoci. Infatti la stragrande maggioranza degli italiani ce l'ha sì la paura delle intercettazioni: quelle della propria moglie che li intercetta al telefono con l'amante» commenta Gianna.
«Guarda che di solito dall'amante si fanno comprare una sim card nuova, così il numero non figura neanche intestato a loro nome. Son furbi, sai?» puntualizza Anna. «Scheda telefonica alternativa, intestata all'amante: non sia mai che magari arrivino nella cassetta della posta familiare le comunicazioni e le pubblicità dell'operatore telefonico, figuriamoci, mica sono scemi. Ecco cosa si inventano. E poi si fanno telefonare lì, sul numero segreto. Il nostro numero, lo chiamano. Schifosi, bugiardi, falsi come l'Iscariota. Nostro numero un cazzo. Poi li scopri che si fanno chiamare lì anche dalle altre, che dicono il nostro numero anche alle altre...»
«Nostro è plurale, per l'appunto» commenta Gianna sarcastica.
«Sì, sarà anche plurale, ma la schedina telefonica l'hai comprata tu, che sei singolare, è a nome tuo, e quello stronzo ci fa l'amoroso con tutte. Questo è quel che si dice essere dei vermi».
«Io non ho mai comprato schede per nessuno, io. Ci mancherebbe altro».
«Eh, tu. Ma certa gente che so io...»
«Possiamo per favore cambiare argomento?» Taglia corto Mila.
Che qualcuno, per mezzo dell'uso infingardo delle schede telefoniche, a Mila le ha già spaccato il cuore.
Mila rientra a casa e si chiude in camera a leggere l'Orlando Furioso. Ultimamente non fa altro che leggere l'Orlando Furioso perché si è messa in testa di trarne un musical punk: il primo musical punk della storia della musica.
Fa fatica a concentrarsi, però. Ogni due minuti butta l'occhio al display del cellulare. Caso mai la chiamasse il conte, caso mai. Lui, sì sì, proprio lui. Il conte Dracula, il vampiro: un bel giovane mendace, appropriatamente battezzato conte Dracula dalle sue amiche. Un battesimo a prima vista.
«Quello lì ti caverà il sangue» aveva sentenziato Gianna non appena aveva capito che Mila, al semplice apparire del sudicio pipistrello calato in avvenente sembiante umano, aveva smarrito il senno sulla luna.
«Cosa vuoi mai che sia un po' di sangue. Sono una donatrice, lo sai» aveva scherzato Mila.
«Gianna, lasciala stare, va'. I vampiri vanno di moda» aveva sospirato Anna.
Gianna e Anna erano in effetti straordinariamente dotate di occhio lungo a raggi infrarossi che captava nello spazio circostante la presenza di maschi filibustieri: raggi infrarossi, o anche semplice buon senso. Di fatto, avevano visto giusto. Perché a distanza di un anno dal primo abbagliante incontro con il transilvano delle Puglie, Mila sa bene che i litri di succo ematico a lui donati in ripetuti viaggi nella ridente città di Foggia, sono ormai parecchi. Troppi, troppi anche per lei.
Meno male che Mila ha la sua adorata batteria Pearl verde scuro, il progetto del musical punk, le serate in sala prove, le bevute di birra nel baretto lì accanto, proprio quello sotto il palazzo dietro la chiesa, il palazzo che dicono delle puttane e dei mafiosi al confino, quello dove si è saputo che una volta una slava l'hanno buttata giù dalla finestra e poi han fatto sparire il corpo e buonanotte. Manco sui quotidiani locali è uscita la notizia.
E ora Mila ha anche un demo in lavorazione. In fondo cosa può volere di meglio? Niente. Fanculo l'amore, e fanculo a te, brutto animale sgraziato e maligno. Se lo ripete spesso, Mila, il vaffanculo all'amore e al conte Dracula. Un mantra di allontanamento: vaffanculo, vaffanculo, vaffanculo.
Poi però le viene sempre da piangere. Sarà che a seguito delle trasfusioni uno si sente debole, si sa. Prima o poi passa, certo, prima o poi capiterà di sedersi ancora a un bel banchetto innamorevole nuovo di zecca, un posto ristoro amoroso in cui trovare buontempo e riprendere allegrezza. Anche questo si sa. Ma lì per lì, dopo il passaggio dei topi volanti senza creanza e coi denti aguzzi, ci si sente deboli, pallidi, deprivati, e pare che non ci sia scampo. Come se l'amore dovesse per forza avere quella faccia di topo lì, sebbene sia chiaro che il topo è una bestia che porta brutte malattie, anche mortali.
Tra un'ottava del poema ariostesco e uno sguardo al cellulare muto, Mila si ricorda improvvisamente della chiamata da Roma.
Ma chi cacchio sarà stato? Che nervoso che non ho fatto in tempo a rispondere! pensa Mila. Tutta colpa di Gianna, che dalla rabbia mi ha lanciato addosso il microfono.
Di Roma, Mila ha un ricordo infantile.
Perché era una bimba piccola la prima volta che c'è andata. Poi dopo ci è stata spesso, a lungo, perché lì ci giravano le puntate di “Sette stelle nel cielo di Roma”, e lei era una di quelle stelle.
Ma da adulta, Mila a Roma non ci è tornata più.
Roma le era entrata negli occhi per la prima volta attraverso la mediazione papale della città del Vaticano e l'imponenza della basilica di San Pietro.
Correva l'anno millenovecentottanta quando da Verona partirono ben quattordici pullman per assistere alla beatificazione di Gastaldo Bertelli: quattordici pullman di pellegrini armati di bandiere raffiguranti il volto del beato Gastaldo, fazzoletti con l'iscrizione we love beato Gastaldo, spille con sopra inciso hip hip hurrah beato Gastaldo.
Mila viaggiava su uno di quei pullman insieme ai genitori, del tutto ignara di chi cavolo fosse il beato Gastaldo e propensa piuttosto ad occuparsi delle vicende di gatto Silvestro, suo idolo indiscusso.
Tutto accadde in un bar nei pressi di via della Conciliazione. Così, per caso. In un modo che a raccontarlo in un romanzo la gente ti dice, ma va' là, ma figurati, non è realistico, queste son cose che succedono solo nei romanzi. E invece era capitato, era capitato di fuori dal romanzo, anche se la gente magari non ci crede e pensa che sia una trovata da romanzo, o da pubblicità.
Un produttore televisivo bucò una gomma, entrò in un bar per telefonare al gommista, e trac. Folgorazione. Vide Mila in braccio alla mamma circondata da un gruppo di fan del beato Gastaldo Bertelli, immediatamente riconoscibili dalle magliette indossate, recanti l'aureolata effige del beato. Il produttore si innamorò. (Di Mila, non del beato.) Infatuazione artistica, s'intende. Si presentò, si profuse in complimenti, lasciò un biglietto da visita.
Ecco, tutto era cominciato così.
Stasera Mila, che guarda il cellulare aspettando infami cenni di vita dal suo vampiro, non sa che qualcosa sta per riportarla indietro a un passato di cui ricorda poco, e di cui poco vuole ricordare.
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