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        passaparola

    Sette stelle nel cielo di Roma 

    Terzo capitolo

    Eliselle (luglio 2010)

 

     

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Eliselle

«Sei proprio una stronza».
«E tu sei una zoccola!».
«Senti chi parla, quella che l’altro giorno rideva come un’idiota alle battute della Spaventapassere».
«Chi?!»
«Non fare la finta tonta, l’ho notato sai?!»
«Sei paranoica. E poi se ridevo significa che le sue battute facevano ridere».
«Ah, ma guarda che t’è tornata la memoria. Certo. Le sue battute fanno ridere solo te. E chi punta a quella fica secca che si ritrova tra le gambe».
«Quanto sai essere volgare…»
«Sarai fine tu, con quei pantaloni che ti si vedono anche le tonsille».
«Basta così, finiamola qua, ora prendi i tuoi quattro stracci e sloggi dal mio appartamento».
«Dal tuo cesso di monolocale, vorrai dire».
«Certo, tesoro, come dici tu. Vediamo se sei capace di comprartelo da sola, un cesso di monolocale come il mio, dove tra l’altro sei ospite e per il quale se non sbaglio finora non hai sganciato nemmeno un euro».

«Brava, buttala sempre sui soldi, fai sempre l’emancipata che “s’è fatta da sé”, mi raccomando, che c’hai le pezze al culo. L’unica botta che hai avuto è stata partecipare a quello sceneggiato di merda. Famosa di qua, famosa di là, famosa un cazzo! Scendi dal piedistallo, che non ti si fila manco più mia nonna ormai!»
«Sei solo una frustrata! Una vipera invidiosa!»
«Frustrata io, eh? Chi è che gioca sempre col manico del coltello? Chi è che deve sempre dimostrare quanto vale? O meglio, quanto valeva, visto che con te tocca parlare al passato».
«Fuori da casa mia, stronza, vai a farti mantenere da qualcun’altra!»
«Non preoccuparti, qui dentro non ci sto manco se mi pagano. Sei un’arpia come poche al mondo, anzi, sei la regina delle arpie travestita da attrice fallita. Me ne vado, e con immenso piacere!»
Una porta che sbatte, un vetro che tintinna, e cala il silenzio stampa. Di piombo.

La piccola iguana nella teca aveva assistito con occhio vitreo e inespressivo all’ultimo, ennesimo litigio tra le due procacciatrici di cibo. Non sapeva proprio cosa pensare di loro: due esseri a sangue caldo e senza squame che un giorno sì e l’altro pure si lanciano dietro di tutto almeno una volta ogni sei ore, e poi all’improvviso, senza un motivo apparente, sembrano cambiare idea e si scagliano l’una contro l’altra, avviluppandosi come serpenti in amore, esplorandosi a vicenda senza un minimo di pudore. Roba vista solo nei rettilari nelle stagioni fertili. E tutto questo sempre davanti a lei, che sentiva ormai il bisogno di preservare in qualche modo la propria innocenza. Così, per l’ennesima volta, l’iguana con occhio vitreo e inespressivo aveva tirato fuori la lingua velocemente, aveva assaggiato il cespo d’insalata appoggiato con cura nel terrario accanto a lei, e visto che le era sembrata abbastanza fragrante si era messa a mangiucchiarla beata. Una tenera insalatina verde che si scioglieva sul palato come spuntino, e le due ragazze non le interessavano già più. Puff, sparite. Come per magia. L’unico metodo che poteva continuare ad adottare per sopravvivere in quella casa era l’indifferenza a tutto ciò che le accadeva intorno. Compresi i litigi. Soprattutto i litigi. Tanto era comunque inutile, i cambiamenti d’umore dei due esseri a sangue caldo e senza squame erano sempre troppo repentini per tentare di capirci qualcosa. Anche per una creatura così antica e intelligente come lei. L’iguana dall’occhio vitreo e inespressivo si era gustata la sua insalatina fresca fino all’ultima foglia verde pisello. Poi il ciclo era ricominciato di nuovo daccapo.

«Ti odio quando fai così, lo sai che non le penso quelle cose!»
«E io ti adoro amore mio, vieni qui, dammi un bacio».
Dani e Stefania si ritrovano appiccicate allo stipite della porta che divide la camera da letto dal resto dell’appartamento. Sul pavimento una valigia aperta, dentro mucchi sparsi di roba buttata alla rinfusa, biancheria mischiata a magliette mischiate a scarpe da ginnastica usate all’infinito e mezze scorticate. Le ragazze ci inciampano sopra mentre vanno in direzione del letto, spogliandosi come viene, senza guardare dove mettono i piedi, e cadono sulle coperte ridendo e piangendo allo stesso tempo, leccandosi le labbra e le lacrime e togliendosi di dosso quello che rimane.
«Dimmi che ami solo me, che pensi solo a me, che le altre non le guardi nemmeno».
«Ci sei solo tu, scema, lo sai che ci sei solo tu».
«Perché devi farmi impazzire così, eh? Eh?!»
«E tu perché sei così gelosa?»
«Perché ho paura di perderti, e se ti perdo poi che faccio senza di te?»
«Ma io sono qui, sono qui tesoro mio, non ti lascio amore mio».
«Cazzo, lo fai tre volte al giorno!»
«Se è per questo, anche tu».
«Ma io…»
«Zitta adesso, lasciami fare».

La piccola iguana aveva visto i due esseri a sangue caldo e senza squame riemergere dalla camera da letto mezzi scarmigliati e completamente nudi, con in volto dipinta un’espressione che a suo avviso era incomprensibile, ma che agli occhi di un essere a sangue caldo poteva essere definita stravolta e visibilmente soddisfatta. Vedere le procacciatrici di cibo di quel colore così pallido non la faceva certo stare tranquilla: aveva paura che le schiattassero lì davanti da un momento all’altro, e visto che la sua vita si svolgeva in una teca, sì illuminata e umida al punto giusto, ma senza possibilità di movimento senza il loro intervento, non vedeva via d’uscita nel caso le procacciatrici di cibo si fossero defilate per qualsivoglia motivo. Quindi sperava che quel pallore non fosse dovuto a una malattia o a un segno di prossima dipartita, ma a un semplice errore del codice genetico: d’altro canto, se lei era uscita con le squame, gli occhi vitrei, un sano colore verde e una propensione verso le mele dolci, mentre loro sembravano due amebe ciondolanti, non era colpa di nessuno. Men che meno sua.
Con la testa appoggiata al vetro, aveva seguito i loro movimenti nel piccolo monolocale che ora, finalmente, era tornato di nuovo tranquillo. L’essere più alto, con una cresta che faceva quasi invidia alla sua, aveva preparato un liquido nero e bollente, mentre l’essere più formoso si era seduto al tavolo e aveva atteso con sguardo sognante che l’altro lo raggiungesse e si mettesse accanto a lei. Stefania, l’essere con la cresta, e Dani, l’essere con due protuberanze sul davanti che l’iguana non sapeva come chiamare, ma che evidentemente alla prima piacevano molto visto che gliele accarezzava spesso, si erano messi a parlare e a scherzare come se nulla fosse, bevendo il liquido scuro da un piccolo contenitore bianco e toccandosi le zampe a vicenda.
L’iguana dall’occhio vitreo e inespressivo aveva staccato la testa dal vetro e si era girata, calcolando nella sua mente antica e sapiente quanto tempo sarebbe trascorso prima della prossima esplosione.

Il cellulare di Dani squilla e le due ragazze hanno un sussulto.
Stefania lancia uno sguardo obliquo a Dani che si alza e va verso la borsa.
Mette una mano dentro, afferra il telefono, controlla il numero.
Tutto     questo sotto gli occhi attenti di Stefania, che non si perde un’espressione, una piega, una ruga appena accennata sul viso della sua ragazza. Sua. E di nessun’altra. Non vuole essere la prima ad aprire bocca, non vuole chiedere “chi è?” per non sembrare gelosa. Ma sotto sotto, freme. Muore dalla voglia di sapere chi sta chiamando la sua ragazza. Sua. E di nessun’altra.
«È uno zerosei».
Zero. Sei.
«Seguito da altri tre numeri».
Cazzate.
Non esiste un numero di sole cinque cifre.
Stefania pensa: “Sta mentendo”.
Dani pensa: “Chi cazzo è zerosei? Roma?”
«Roma?» Si lascia sfuggire Dani in un sussurro, stupita, quasi rispondendo a se stessa.
«Sì, zerosei è proprio Roma».
Stefania inizia a muovere il piede, nervosa.
Dani si chiede come mai il numero sia di sole cinque cifre.
«Allora che fai, non rispondi?»
Stefania si lascia sfuggire la domanda con una tonalità della voce un po’ fuori fase. Sta perdendo il controllo. Non capisce perché la sua ragazza temporeggi. La sua ragazza. Sua e di nessun’altra. Cosa deve nascondere?
Dani si gira e la fissa dritta negli occhi.
«Hai voglia di ricominciare a litigare, forse?»
L’iguana nella teca volta il culo alle procacciatrici di cibo, e abbassa le palpebre. Potesse fare no con la testa, lo farebbe anche. Ma tanto, non servirebbe a niente.

Dopo un tempo che pare interminabile e dopo ben sei squilli, Dani accetta la chiamata. «Pronto?»
«Salve, parlo con Daniela Ricci?»
Una voce femminile. Gentile, educata.
«Sì, sono io».
«Salve Daniela, la chiamo per conto del dottor Baroncini, e visti i tempi stretti, arrivo subito al dunque…»
Dani rimane a bocca aperta con il cellulare attaccato all’orecchio mentre Stefania si preoccupa di scannerizzare ogni singolo movimento di sopracciglia, pupille, zigomi, labbra, arti e busto della sua ragazza, per cogliere un’indecisione, per soppesare ogni reazione, per interpretare ogni emozione che traspare dal suo corpo. Eppure, Dani sembra imbalsamata. Bloccata come se avesse appena incrociato Medusa. Ferma come una statua di sale. L’espressione da pesce lesso che ha appena abboccato a un amo e rimane basito, abbandonato a se stesso, senza sapere minimamente che cosa fare per liberarsi ed evitare la fine. Dopo qualche minuto di stop totale, Stefania inizia a preoccuparsi. Fino a quando Dani non dice semplicemente «Sì, grazie mille, grazie ancora» e staccando il cellulare dall’orecchio si volta con una lentezza esasperante.
«Tu, io, lei…»
Lei?!
«Tu non ci crederai».
Stefania pensa: “Ora la meno”.
«Non ci posso credere ».
Stefania pensa: “Ora l’ammazzo”.
«Non ci credo!»
Stefania pensa: “Se mi lascia, mi ammazzo”.
«Sette stelle…»
“…di Hokuto”, pensa Stefania, “e la tecnica segreta di Ken il Guerriero che metto in pratica non appena scopro chi è quell’altra. Le faccio esplodere il cervello, quant’è vero che…”
«Sette stelle nel cielo di Roma! Mi rivogliono in trasmissione! Erano gli studi tv! E mi pagano pure! E ci facciamo il soggiorno! E andiamo io e te!»
Stefania rimane a corto di pensieri. La bocca si apre ma non esce niente.
Dani prende lo slancio e la abbraccia, la bacia e inizia a ridere come una scema, e ogni tanto le scende una lacrima perché almeno sa come pagare le bollette per i prossimi tre mesi.
«Sai com’è in queste cose, no? Da cosa nasce cosa. Se ritorni in tv, se ritorni nel giro è fatta, sai come vanno queste cose no?!»
Stefania la tiene tra le braccia, un po’ contenta, un po’ imbarazzata, le fa delle domande, Dani le spiega quello che le hanno detto, la tranquillizza, la bacia di nuovo. Stefania abbozza un sorriso.
E intanto pensa: “Se ritorna in tv, ritorna nel giro”.
E intanto riflette: “Se ritorna nel giro, chissà chi può incontrare”.
E intanto conclude: “Se qualcuno ci prova, tanto lo ammazzo”.


Commenti
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miocapitano  - all the same   |2010-07-03 01:55:03
racconto divertente. Non riuscivo a staccare gli occhi dallo schermo. Sorpreso dal vedere come le dinamiche tra due donne che si amano (?) siano poi così simili (identiche?) a quelle tra un uomo e una donna che si amano (?)
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