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Il cuore sotto al camice. Storie di medici e pazienti
(una rubrica di Patrizia Rocchi)
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Lamborghini La Lamborghini bianca, perfetta come appena uscita dal concessionario, mi si affianca con un rombo di impazienza. Non c’è molto spazio nel sottopasso, siamo quasi fermi, le sue ruote aggressive a sinistra delle mie, i suoi cerchioni lucenti e raffinati vicino alle mie miserabili gomme, il tetto basso e il parabrezza panoramico a un metro dallo sportello della mia Fiat. Per pochi secondi riesco addirittura a passare in testa alla splendida creatura dalla carrozzeria immacolata. Una Gallardo da 610 cavalli! Non vedo chi la guida, non ci provo nemmeno, accarezzo con gli occhi la sua linea piatta e affilata, i vetri oscurati e i fari come occhi sottili pronti a illuminare la galleria. Poi, come per miracolo, la fila si sblocca, un varco si apre, “lei” vi penetra con un suono melodioso del motore e scompare, punta di freccia, lancia dritta e limpida nel caos del traffico quotidiano. Immagino il conducente che scala la marcia, il tocco di velluto sul cambio, la leva corta, gli interni in pelle, l’odore di nuovo, di gomma, di legno. Quanto può costare? Penso al tipo di vita che conduce il fortunato che la possiede, al suo reddito paragonato al mio. Quando la mia Punto si ferma in salita senza un gemito ho la visione di “lei” davanti a me che apre la strada e mi porta con sé. Poi la dimentico fino a sera. Vedo solo gente nervosa, sofferente ma più spesso insofferente, esponenti autorevoli della classe dominata, poveri diavoli abitanti in un quartiere della periferia di Roma nemmeno tanto disastrato, piccoli borghesi appena più piccoli e più borghesi di qualche anno fa.
Vedo anche una suora con la gonna al polpaccio (ma gliele hanno accorciate?) il velo corto e i capelli scuri sotto la cuffia, e due ragazzini che in sequenza mi tossiscono in faccia, le tonsille gonfie e rosse e il faringe di fuoco, e sono sicuro che fra quarantotto ore avrò la febbre. Poi vedo Anna. La vedo quando entra, ma ciò che guardo sono le sue gambe affusolate strette nei pantaloni neri elasticizzati da ragazzina, slanciate dagli stivali coi tacchi alti, e sotto il cappotto il pullover lungo fino alle cosce e una collana-catena che si appoggia sul seno e poi scende molle ancora un po’, fino al ventre. È un mix vistoso ma ironico, talmente gustoso che ammirarla mi rimette di buon umore. Sorrido, sorrido tanto ai suoi capelli neri, una foresta di lunghi riccioli lucidi e ondeggianti su un viso ben proporzionato, truccato con enfasi, ma appena quel tanto che non permetta agli altri di ignorarla. Anna mi piace, è una giovane, splendida nonna, mi piace che arrivi e si fermi a fare quattro chiacchiere mentre la gente aspetta, anche se vuole solo uno sciroppo. Mi è simpatica anche la figlia, giovane splendida bionda, che sembra una versione più pallida e nervosa della madre, e la bellissima nipotina di tredici mesi, dalle guance rosse e i capelli chiari, lisci e sottili come seta. Mi piace persino il loro cane, anche questo una femmina, una meticcia maldestra che però non faccio entrare nello studio. Anna oggi è da sola, sembra un po’ imbronciata, gli occhiali scuri, importanti, che le coprono il viso, i gesti nervosi. Ci salutiamo, mi sorride tirata, le chiedo quattro cose senza rilievo e so che adesso si slaccerà il giaccone e comincerà a parlare e io resterò ad ascoltarla fissandole la bocca. «Dottore può darmi qualcosa per la depressione? Sto veramente giù». Si affloscia un po’ sulla sedia. Sembra un pupazzo stanco, senza batterie. Le mie antenne si drizzano e mi predispongo alla pazienza. «Perché è depressa Anna, cosa succede?» Non è il solito via vai di lamentele, è solo una protesta silenziosa. Lo sapevo, non è un tipo comune. Si sfila gli occhiali con grazia e sotto il trucco si notano due macchie scure sullo zigomo destro, fin sotto l’occhio, e una sul mento, a sinistra. Sulla guancia c’è pure un graffio rosso e lungo, affilato. Per un po’, un attimo lungo e torbido, vorrei che se ne andasse, che non mi rovesciasse addosso questa tristezza e tutta la responsabilità dell’ascolto. Non ho più voglia di guardarle le labbra. Uno mi sembra anche un po’ gonfio. Ho visto altre volte donne picchiate, ho visto anche bambini picchiati, non lo accetto, non è normale, ma ho imparato ad avvicinarmi con cautela, ad aspettare lo sfogo spontaneo e imbarazzato senza fare nulla per provocarlo. Ora però mi accorgo che non ho imparato abbastanza, non ancora. «Le cose non vanno bene. Al negozio ci sono tanti problemi, più spese che guadagno, e mio marito è nervoso. Spesso esce, va via e magari torna dopo due o tre giorni. Quando torna non vuole che vada al negozio, non mi vuole, e non ci vuole nemmeno il figlio…» Fa una specie di singhiozzo e mormora qualcosa che non capisco. «Mi ha spaccato tutta casa. Avevo una bella casa, fino a un anno fa. Poi, man mano, sempre peggio. Ha preso a calci i muri, e dato pugni alle porte. Ha rotto il vetro della porta della cucina. I pezzi sono schizzati dappertutto. Era agitato, nervoso». Chiudo gli occhi, una mano sul viso, fingendo un’emicrania improvvisa. L’immagine di lei resta e si staglia nitida sul fondo della mia retina, nel buio. La vedo più che ascoltarla. Quella femmina sensuale, oggetto inconsapevole di fantasie nelle mie veglie notturne, che guarda spaventata la distruzione della sua casa, l’uomo violento che lei quasi giustifica, un compagno diventato nemico. Ricostruisco i frammenti di quello che dice: l’attività commerciale (maniglie e serrature), il matrimonio, i figli, l’apparente benessere economico e poi il malessere con un uomo che da dieci anni non la guarda più e si diverte a torturarla con mille piccole umiliazioni. Non la guarda più? Ma che ha questo nella testa? E poi gira nel quartiere allacciato con una che ha l’età della figlia e “si dimentica” di darle i soldi per la spesa. Cosa dice? …Il figlio maschio, ecco chi mancava al mio appello. Del figlio non so quasi nulla, l’ho visto forse una volta e mi ricordo solo due spalle forti e l’atteggiamento spavaldo di chi ha molto tempo libero e muscoli allenati. Devo guardarla, non posso mica essere convincente e consolatorio con le palpebre chiuse e l’espressione di disgusto. Lei risponde al mio sguardo con gli occhi rossi e tanta vergogna, come se dovesse scusarsi per qualcosa. Parlo, forse chiedo, non mi interessa veramente sapere ma volentieri la terrei abbracciata, sarebbe bello stringerla un po’, percepire quelle forme che riesco solo a intuire. «Anna, ma perché non se ne va, perché non lo lascia?» Sembra ancora più avvilita, ferita. Ma possibile che non sappia cosa dire? «Lei non sa quanto può essere umiliante dividere il letto con una persona che ti disprezza. Alla fine ti disprezzi tanto da sola che nulla può farti più male di così. Ma dove potrei andare? Il negozio è suo, la casa è la sua ma lui fa risultare che non ha niente. Come potrei fare, senza appoggi, senza famiglia? Ricominciare, a quest’età, senza niente? Come?» Mi chiedo se avverte la mia tensione, la mia voglia di fuggire prima di vederla così fragile e triste da smantellare il mio sogno. Ma perché «a questa età?» Ho tre anni più di lei, e non mi sento finito. Ho un figlio che non vedo quasi mai e una ex moglie troppo realizzata, ma non sono ancora un vecchio. Né vecchio né privo di passioni. Neppure lei mi sembra priva di interessi o di passioni, è solo così profondamente ferita e disillusa che non capisco dove finisca la pena per lui e dove inizi quella per se stessa. E i sogni? Non ne ha più. Dice ancora qualcosa a proposito del figlio, che dovrei aiutarlo. Perché? Perché il padre gli allunga dei soldi per toglierselo di torno, e se poi studia o no neppure gli interessa. E se va al negozio lo tiene da una parte senza che possa imparare nulla, senza che sembri davvero un lavoro. Perché torna al mattino dopo una notte di sballo e non è mai felice se non quando sta in palestra, ma poi si riempie di anabolizzanti e integratori per restare al passo con le sue aspettative e farsi forte con le sue avventure. Lei si preoccupa per tutti: per la figlia anemica, il genero ipocondriaco, la nipotina delicata, il figlio robusto. Perché non riesce a immaginarsi libera e felice, o almeno serena, con una fetta di vita sua ancora da assaggiare? Quello che dice non ha più molto senso ma la faccia le si trasforma dalla paura. Non riesce a spiegarsi del tutto, vuole che sia io a capire senza che lei sia costretta a dire. E io ancora mi inabisso. Rivedo le braccia forti del ragazzo, l’addome teso dai muscoli ben disegnati e lo sguardo gelido che ora a poco a poco torna a infastidirmi. Uno sguardo affilato, come il taglio sulla faccia di lei. Feroce. Mi sommerge la nausea. Non c’è nulla che possa fare per aiutarla, e forse nulla che possa aiutare lui. Scappa, scappa, scappa da tutto. Non posso neppure dirglielo. Non lo lascerà mai. Magari gli permetterà di distruggerla, ma lei resterà sempre lì, pronta ad accoglierlo. Sarà sempre il suo ragazzo. Le prescrivo un ansiolitico. Le stringo la mano, una mano curata ma fragile, esile. La lascio andare. Deve andare. Allungo i piedi sulla scrivania e cerco uno spazio libero nella mente affollata, uno svincolo per uscire dall’inferno. E lei è lì, bianca, perfetta, irraggiungibile Gallardo.
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