Rivista on line di racconti e interventi sulla

narrativa contemporanea (ISSN 1972-649X)

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Racconti

Simba
Luca Martini

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luca_martini.jpgMio padre arrivava sempre in ritardo.
Quando doveva passare a prendermi per il fine settimana mi faceva aspettare anche per un'ora. Io restavo ad attenderlo già vestito, con lo zainetto in mano e la speranza negli occhi, seduto sul letto della mia cameretta.
Ogni volta pregavo che arrivasse davvero, con la paura che invece non l'avrei più visto, forse arrabbiato per qualcosa che avevo fatto o detto. Sempre colpa mia, insomma, fin da allora.
Mia madre me lo ripeteva in continuazione: «Vedrai Tobia che un giorno tuo padre non verrà più a prenderti, e sparirà. Andrà a finire così, ne sono sicura».
E invece arrivava. Tardi, ma arrivava.

Credo che mia madre volesse farmi piangere, ma io non le davo soddisfazione. Avrei voluto, ma mi trattenevo, stringendo il mio zainetto con tutta la forza che potevo. Pensavo alla parola che faceva sparire tutti i dolori, quella che mi aveva insegnato papà quando piangevo perché non volevo andare a scuola. Io la uso sempre, mi diceva, anche adesso che sono grande e funziona davvero, ripeteva. Bastava pensarla intensamente, chiudendo gli occhi e stringendo forte le mani e la paura sarebbe scomparsa. Se poi si urla, precisava, tutto svanisce come per incanto, in maniera ancor più repentina ed efficace.
Io mi ero scelto una parola dolce e forte al contempo, simba, che in swaili significa leone. Era in un libro di avventura che papà mi aveva letto una sera prima di dormire e da allora non me la sono più scordata. Simba era anche il nome che poi avevo dato al fratellino che non avevo mai avuto, con il quale giocavo da piccolo. Ogni volta che pronunciavo quelle cinque, magiche lettere, tutto si faceva più leggero. Simba.
Quello che mi piaceva di mio padre era il sorriso. Anche nelle situazioni più disparate e disperate, mio padre riusciva a trovare il lato leggero della cosa. E sfoderava il sorriso più disarmante che avessi mai visto.
Lavorava in un'azienda di distribuzione di bevande ma con quel sorriso avrebbe potuto fare del cinema. O la pubblicità del dentifricio perfetto.
Mia madre lo aveva sposato per il sorriso, ed era anche grazie a quel sorriso, infantile e incosciente, che non si era mai decisa a divorziare da lui, nonostante le minacce reiterate nei quattro anni di separazione.
Mio padre sosteneva di amare ancora mia madre, di amarla davvero e di non avere mai smesso di farlo. Me lo aveva spiegato la sera che se n'era andato di casa, ed era stato convincente.
«Perché allora te ne vai, papà?», gli avevo domandato.
«Perché non posso amare soltanto tua madre, Tobia».
«Allora non potrai amare nemmeno me?»
«Tu sei una cosa diversa, Tobia. Tu sei mio figlio, tua madre è una donna. Io ti vorrò bene per sempre in maniera unica, non potrò mai amare nessun altro come amo te».
E con il suo sorriso seducente mi aveva convinto, cingendomi con le sue braccia forti e villose. Mi piacevano i suoi abbracci energici, da togliere il fiato, marcati da due tatuaggi che raffiguravano piccole ancore verdastre.
Io, un bambino di sette anni, avevo capito ogni cosa.
Mio padre era un amante, qualcuno che era stato creato per amare.
Amava mia madre, e pure me, ma non poteva amare in quel senso soltanto lei. Era più forte di lui, era come un cleptomane che non può non impossessarsi delle cose degli altri. Condannereste un malato? Forse un figlio normale lo avrebbe fatto. Io invece non lo assolsi, ma riuscii a non condannarlo.
Era un ladro d'amore, ecco. Vedevo mio padre come una specie di Arsenio Lupin dell'amore, un ladro gentiluomo che credeva di risolvere tutto con un sorriso e con il suo fare gentile e seducente.
La realtà era un po' diversa.
A cominciare da mia madre, che non la pensava esattamente così, e all'ennesimo tradimento di mio padre lo buttò fuori di casa. Lo fece in maniera letterale, rovesciando in giardino, oltre alla sua rabbia, ogni cosa. Una piccola montagna incantata che vedevo crescere dalla finestra della mia cameretta, al piano di sopra, fra le grida e i singhiozzi di mia madre, che facevano da colonna sonora a un distacco già consumato da tempo.
Non provavo dolore, forse nemmeno rabbia. Ciò che ricordo di quel giorno è la mia confusione: mio padre era così, andava solo accettato. Non comprendevo la gravità della parola tradimento, ammesso che sia poi così grave.
Con chi la tradisse non l'ho mai saputo e non mi interessa nemmeno. Credo però che l'elenco sarebbe troppo lungo.
Questo era mio padre.

Un sabato pomeriggio venne a prendermi, in ritardo di una buona mezz'ora. Mia madre era più nervosa del solito, perché due settimane prima non si era fatto vedere e non aveva nemmeno avvisato.
«Dovevo chiudere un grosso contratto, non potevo mancare», disse a mia madre.
«Avevo da far bene», disse a me, con il suo solito sorriso e una strizzata d'occhio, che poi avrei cercato di imitare tante volte davanti allo specchio del bagno.
Mia madre tutte le settimane minacciava di andare dal giudice per il divorzio, ma quella volta era più risoluta del solito.
«Se me lo porti dopo le diciannove di domani divorziamo, ma davvero stavolta. Posso andare avanti così, io? Ricordatelo bene, capito?».
Mio padre sorrideva e diceva che non sarebbe accaduto. Era convinto che prima o poi saremmo tornati ad essere una famiglia, una famiglia vera, tutti e tre insieme, insomma. Come quelle del Mulino Bianco, diceva, tutti splendenti, con denti bianchissimi e un'armonia invidiabile. Quando me lo diceva gli si illuminavano gli occhi, e io sentivo il profumo dei biscotti inzuppati nel latte. Gli credevo. Forse, però, era più il desiderio di smettere di vergognarmi davanti a chi si permetteva di giudicare le mie speranze.
Quel giorno mia madre dopo aver urlato contro mio padre smise di colpo di parlare. Si mise seduta sulla sedia di cucina e cominciò a fissare il calendario rimasto fermo al mese precedente. Pareva finita, come una bistecca mangiata fino all'osso, senza più un filo di carne. Da un po' di tempo era nervosa, pallida e stanca. Faticava a gestire i turni che le imponeva l'agenzia di pulizie per la quale lavorava e dormiva poco e male.
Prima di partire strinsi forte mia madre e le chiesi se si sentiva bene. Mi rassicurò con un bacio dolce, mi disse di divertirmi e di non pensare a lei.
Partimmo alle sedici, per andare a trascorrere il fine settimana nella casa che i miei con fatica continuavano a dividere a Cattolica. Da maggio a settembre alternavano i fine settimana. Giugno, luglio e settembre erano della mamma, agosto di papà. Il resto dell'anno ad uso e consumo di chi ne aveva bisogno. Quasi sempre mio padre, che andava a passare in quella casa weekend romantici o passionali. Difficilmente le due cose si fondevano. Soltanto una volta accadde, se la memoria non mi inganna. Si trattava di una sua collega, una certa Samantha. Ma la loro storia durò non più di sei mesi, e i fine settimana di papà tornarono ad essere o romantici o passionali.
Era una giornata molto calda. Era luglio e i miei undici anni erano la cosa più leggera che avessi indosso quel giorno.
L'aria che filtrava dai finestrini spalancati della Ford Capri di mio padre era densa come melassa e il sudore gli bagnava completamente la camicia bianca a maniche corte che indossava. Grondava dalla fronte come un rubinetto aperto. Non avevo mai visto una persona sudare tanto.
Viaggiava forte sull'autostrada e mi divertivo a guardare le persone dentro le macchine che sorpassavamo.
Era un gran pilota mio padre, su questo non c'è niente da dire.
Si metteva in corsia di sorpasso ai centottanta e abbagliava a tutte le macchine che incontrava sul suo cammino, cantando canzonette di Celentano, di cui storpiava le parole. Capivo che era pericoloso, ma non avevo paura. Mi diceva sempre di non guardare quello che faceva al volante. Io, invece, prendevo nota, cercando di capire perché alternava i piedi su quei tre pedali.
«Io so guidare, Tobia, ma tu non imparare da me, mi raccomando. E non dirlo alla mamma, d'accordo?».
Non l'avrei fatto nemmeno sotto tortura.
Quando si viaggiava in automobile mi piaceva fare un gioco che avevo inventato io. Facevamo a gara a chi vedeva per primo un cartello stradale di qualsiasi genere. Io li chiamavo pieffe, non mi ricordo il motivo, ma mi veniva da indicarli con quel buffo nome. Il pieffe triangolare valeva un punto, quello circolare due punti, quello rettangolare delle uscite o delle città tre. Il primo che ne vedeva uno doveva dichiararlo a voce alta. E alla fine del gioco, che poteva durare anche un'ora, si sommavano i punteggi.
Vincevo quasi sempre io a mani basse.
Mia madre non mi permetteva di giocarci, perché le mie grida le facevano venire il mal di testa.
Mio padre invece si divertiva più di me, e sono certo che facesse apposta a farmi vincere.
All'altezza di Cattolica ero in vantaggio ventisette a diciotto. Altri tre punti per me. Vidi scorrere velocemente il cartello e poi superammo l'uscita. Dopo qualche minuto compresi che mio padre non aveva preso la solita strada e iniziai ad agitarmi.
«Papà, dove stiamo andando?»
«Ti porto a vedere qualcosa di meraviglioso, Tobia».
«Che cosa?»
«Una sorpresa».
«Quale sorpresa?»
«Ti fidi di me?» Sorrise.
«Sì, papà», gli dissi, anche se in un certo senso non mi fidavo affatto di lui. Sapevo che le sue intenzioni erano buone, quello sì. Ma sapevo anche che mio padre era la persona più inaffidabile della terra, in grado di rovinare qualsiasi cosa con le sue stesse mani. Eppure, pur avendo questa consapevolezza filtrata dalle dure parole di mia madre, non riuscivo a perdere l'ammirazione che provavo per lui.
«Ricordati, però, che domani devo essere a casa per le diciannove».
«Uffa Tobia, quanto sei responsabile».
«È una cosa sbagliata?»
«No che non lo è, anzi. Tranquillo, mi ricordo benissimo. Ho mai fatto tardi?», mi disse girandosi verso di me e accennando uno sguardo timido. Il colletto della camicia era completamente zuppo di sudore.
«Papà...»
«Ok, ok, va bene, non farmi la predica anche tu. Somigli sempre più a tua madre».
Ci rimasi male. Non sapevo se mi piaceva assomigliarle.
«Ehi, guarda che voleva essere un complimento, Tobia. Quello che voglio dire è che tu sei un bambino molto maturo e coscienzioso. E queste sono doti. E di certo non le hai ereditate da me».
Su questo non c'era alcun dubbio.
Viaggiammo per un'altra ora buona, passando in rassegna strade statali, strade provinciali e piccoli viottoli di campagna, le famose scorciatoie di mio padre che alla fine dilatavano il viaggio di chissà quanto.
Il sole continuava a far ribollire la macchina, che viaggiava ora a velocità più contenuta.
Quando arrivammo a Terni erano quasi le diciannove.
Ci fermammo in un albergo con piscina appena fuori dalla città.
Adoravo gli alberghi con la piscina, anche se non ero capace di nuotare. Mio padre conosceva la mia passione per le piscine, e l'aveva scelto apposta.
Appena arrivati papà salutò tutti. Non credo fosse la prima volta che ci andava, ma non volli approfondire.
Scaricammo i bagagli in fretta e li portammo in camera.
«Chissà che fame hai».
«Sì papà, ho fame».
«Bene, andiamo in un posto che conosco, proprio vicino a piazza della Repubblica».
«D'accordo papà, ma prima telefona alla mamma per dire che siamo arrivati...», gli dissi.
Mi guardò senza dire nulla. Non sorrise.
«...a Cattolica», aggiunsi.
Papà prese un gettone dalla tasca dei pantaloni ed entrò nella cabina telefonica. Credo che abbia telefonato a mia madre, anche se quando tornò, più ombroso di prima, non disse nulla.
Mangiammo un hamburger e delle patatine unte in una delle tante trappole improvvisate nel centro della città. Il posto dove si mangiava benissimo non era riuscito a trovarlo.
Nelle strade della città si respirava un'atmosfera elettrica, ma non riuscivo a capirne il motivo. Attorno a noi sedevano molte persone, quasi tutti stranieri, la maggior parte biondi, con la pelle chiara scottata dal sole di un luglio italiano. Sembravano tutti sorridenti e leggeri, senza problemi, pensieri  o genitori separati.
«Perché siamo venuti qui, papà?»
«Mangia Tobia, avrai fame».
«Perché siamo venuti qui, papà?»
Mio padre mi guardò l'orecchio destro poi prese fiato, spostando lo sguardo verso una ragazza straniera, probabilmente inglese o australiana, che gli sorrideva da un po'.
«Ti ho portato qui perché stasera voglio farti sentire qualcosa che non potrai dimenticare. E quando sarai grande potrai dire io c'ero».
Non compresi, ma capii che dovevo solo aspettare. Mio padre aveva questo di bello: sapeva fare le giuste sorprese, e di solito coglieva nel segno.
Un'ora dopo mi trovavo circondato da centinaia di persone che sfidavano la notte bollente per ascoltare il trio di Bill Evans che si sarebbe esibito di lì a poco.
Era il 1978 e l'aria, quella sera, conteneva in sé una promessa di cambiamento.

Avevo sempre amato la musica e avevo un buon orecchio. Anche a scuola mi distinguevo. Riconoscevo le sonate di Mozart dalle prime note e notavo le differenze tra le sinfonie di Beethoven e quelle di Mahler. Inoltre, con il flauto dolce me la cavavo piuttosto bene.
Però una musica così non l'avevo mai sentita.
Osservavo Bill Evans suonare con passione e svogliatezza apparente, mentre la tastiera produceva note che a me non sembrano nemmeno musica. Aveva lo sguardo fisso, che spesso alzava in alto muovendo le spalle al ritmo della musica. Io ero in decima, quindicesima fila al massimo, ma i miei occhi parevamo zoomare soltanto sulle sue mani, sul suo sudore, sulla sua indolenza.
Non avrei potuto nemmeno immaginare niente di simile.
Ero attonito.
Mi guardavo intorno, cercavo nei visi delle persone che assistevano al concerto la magia che avvertivo io, senza trovarla. Qualcuno era interessato, altri leggevano il programma, qualcun altro bisbigliava frasi divertenti. Ma nessuno era nello stato che mi aveva colto fin dai primi istanti. Solo mio padre, a occhi chiusi, seguiva la musica ritmandola con le dita e volava con la mente sulle terzine appena sussurrate dal pianoforte magico di Evans. Mi guardava soddisfatto, certo di avermi stupito. E io, pur non capendo niente di quanto accadeva, gli facevo comprendere che aveva ragione. Ero letteralmente estasiato da quelle melodie. Mi venne in mente mio cugino Alberto, che era entrato in seminario l'estate precedente. Mi parlava di una chiamata, di una voce, di qualcosa che era sceso dal cielo e lo aveva fulminato.
Mi sembrava di provare la stessa cosa.
Forse era Dio che mi chiamava, sotto forma di minime e semicrome.
Che Dio mi potesse apparire denso e perfetto come la musica che stavo ascoltando?
Forse era così.
Mi lasciai andare, chiusi gli occhi ed entrai in un altro mondo.
Il concertò scivolò via a una velocità almeno doppia rispetto a quanto durò realmente. Non mi ricordo cosa suonò Bill Evans quella sera. E non ricordo nemmeno quanto suonò. So soltanto che suonò, e questo mi basta. Non potrò mai smettere di essere grato a mio padre per questo.
Quando ci alzammo non parlai per diversi minuti. E mio padre non mi chiese nulla. Camminammo a lungo, in silenzio, ripassando quello che ci era capitato.
Poi lui ruppe il silenzio, e con ciò anche la magia che avevamo plasmato insieme.
«Avrai fame Tobia, no?»
«Veramente no, papà».
«Ma sì, dai, avrai almeno sete, no?»
Risposi di sì, pur senza desiderare nulla.
Mio padre voleva tornare nel locale dove avevamo cenato.
Ci sedemmo fuori, tra i tavolini ancora affollati nonostante l'ora tarda.
Presi una cedrata e restai a guardare mio padre all'opera con l'inglesina di prima. Avrà avuto sì e no vent'anni, tutta lentiggini e pelle chiara, un sorriso disarmante e tanta voglia di scoprire cose nuove.
Davanti a lei mio padre si muoveva con sicurezza. La dominava stando in piedi, vicino alla toilette, chiudendole con le mani appoggiate al muro ogni via di fuga. Gesticolava in modo buffo. Lei rideva, e lo faceva in maniera dolce, accarezzandosi la coscia fasciata da un vestitino leggero e portandosi l'altra mano piena di efelidi davanti alla bocca. Parlavano fitto. Solo dopo realizzai che mio padre non conosceva una parola di inglese.
Era un grande comunicatore, mio padre.
Ero troppo lontano per sentirli ma abbastanza vicino per immaginare le sue suggestioni. Chissà che argomenti stava utilizzando per convincerla, probabilmente un idioma tutto suo, fatto di allusioni, doppi sensi, seduzioni e sorrisi, tanti sorrisi.
Fatto sta che una mezz'ora dopo mio padre tornò al tavolo e iniziò a farmi fretta, dicendomi che era ora di andare a dormire. Con noi venne anche Julie, «una nuova amica», mi disse. La guardai come si può guardare una sorellastra, e dai suo occhi compresi che anche lei sentiva qualcosa del genere. Una specie di pudore misto a vergogna. Ma tutto durò lo spazio di qualche secondo, fin quando la timidezza lasciò il passo all'intraprendenza.
Arrivati all'hotel mio padre si fece dare la chiave e mi portò in camera lasciando Julie sui divanetti della hall.
«Mi fermo al bar di sotto a bere qualcosa, arrivo tra poco. Tu intanto fai la nanna, campione».
Quando mio padre uscì e girò la chiave nella toppa iniziai ad avere paura.
Ero solo, in una città che non conoscevo, sconvolto da quello che avevo sentito, agitato e inquieto.
Avrei voluto mio padre vicino, avrei voluto stringerlo e abbracciarlo con tutta la forza del distacco che si materializzava sotto le mie palpebre. Ma lui, probabilmente, stava già abbracciando Julie, promettendole amore eterno e una vita piena di emozioni.
«I love you, Julie».
Questo lo sapeva dire benissimo.
Mi rannicchiai sotto le lenzuola, strinsi forte a me il cuscino e cercai di non pensarci.
«Simba!»
Lo urlai diverse volte, ma non piansi.
Qualcuno uscì nel corridoio per cercare di capire cosa fossero quelle urla, poi rientrò nella propria stanza.
Il tempo passò più velocemente e quando mio padre aprì la porta della camera finsi di dormire.
Erano quasi le cinque del mattino.
Quando si sdraiò di fianco a me, nel grande letto matrimoniale, mi accarezzò i capelli e mi baciò.
Ero girato dall'altra parte, ma sono certo che mi sorrise.
La mattina dopo mi svegliò a mezzogiorno passato.
Pranzammo in albergo e poi andammo a prendere il sole nella piscina dell'hotel.
L'acqua era la più azzurra che avessi mai visto e io, seduto sotto l'ombrellone della birra Peroni, mi sentivo un vero signore.
Non gli chiesi nulla di Julie e nemmeno lui me ne parlò. Non volevo dividerlo con nessuno, non quel pomeriggio. E forse neanche lui voleva accadesse.
Restammo a giocare insieme per ore, ed è l'ultima volta che ricordo di averlo fatto in maniera così divertente, scanzonata, spensierata.
Alle diciassette dissi a mio padre che eravamo in ritardo.
Lui capì che avevo ragione e iniziammo a correre.
Dapprima con i bagagli, poi con la macchina.
«Stavolta tua madre mi ammazza».
Leggi divorzia.
Si fermò lungo la strada per telefonarle, almeno credo. Ma fece troppo presto, probabilmente non la trovò in casa.
Arrivammo che erano le venti passate, come al solito in ritardo.
Però ero felice. Ero riuscito a lasciarmi andare al suo affetto, alla sua insensata speranza, che mi faceva recitare in una di quelle colazioni da cartolina, da Mulino Bianco, come diceva lui. E mi piaceva.
Le parole di mio padre si facevano sempre più forti dentro di me, e lievitavamo piano.
«Tobia, torneremo insieme noi tre, io, tu e la mamma. Torneremo a essere una famiglia, ne sono sicuro».
Me lo aveva ripetuto giusto pochi minuti prima di arrivare, con una certezza contagiosa.
Ero sereno.

Sono passati quasi trent'anni da quel luglio del 1978. Fa lo stesso caldo di quella serata strana. Non siamo a Terni e non ci sono così tante persone come quella sera, ma il giardino del Baraccano è quasi pieno. Sono andato a prendere mio padre dalla clinica due ore fa, l'ho fatto mangiare secondo le indicazioni delle infermiere e l'ho sistemato con la sua sedia a rotelle sotto il palco, a pochi metri da me.
Non parla più da cinque anni e si muove solo con la carrozzina che qualcuno deve spingere per lui. Una specie di punizione divina, si potrebbe pensare.
Una legge del contrappasso che condanna un comunicatore come lui al silenzio più cupo.
Mio padre non interagisce più con il mondo, non so nemmeno se comprende quello che gli accade intorno.
Però stasera volevo che ci fosse.
Suono per la prima volta all'aperto. L'emozione è enorme, un trio all'aperto, tutto dedicato alle musiche di Bill Evans, all'uomo che ha cambiato la mia vita.
Prima di cominciare cerco il suo sguardo.
È sbilenco, pare non vedermi. Sembra fisso a cercare un pezzo della scenografia, quella in cui è indicata la marca di birra che sponsorizza il festival. La bocca è socchiusa, in una smorfia di stupore misto a dolore.
Ma c'è, è lì vicino.
Adesso sono pronto.
Lo guardo ancora, sperando si desti.
Nulla.
Inizio a suonare, partiamo subito con «Waltz for debby».
La suono con passione.
Termino anticipando la chiusura, con classe.
La gente applaude forte.
Mi giro verso mio padre.
Mi si stringe la gola.
La serata è serena e stellata, una leggera brezza accompagna i miei pensieri dalle stelle agli occhi di mio padre. Lo fisso tra gli applausi. Stringo i pugni e chiudo gli occhi.
Simba.
Quando li riapro ha il viso bagnato e lo sguardo leggero, e una piccola smorfia di sorriso si è fatta spazio sul lato sinistro della bocca.




luca_martini.jpgLuca Martini è nato a Bologna nel 1971, e tuttora vive nella sua città natale. Si è laureato in giurisprudenza e ha svolto per anni la professione legale. Ha pubblicato nel 2001 la raccolta di poesie Per un attimo indelebile, pubblicata dalla casa editrice I miei colori di Pontassieve (Firenze). Nel 2004 ha pubblicato la sua seconda raccolta di poesie, Riflessi d'interno, edita dalla casa editrice Bonomo di Bologna. Nel mese di dicembre 2006 è uscita la terza silloge, Partitura compiuta per pensieri distratti, a cura della casa editrice Giraldi di Bologna.
Suoi racconti sono stati pubblicati su diverse riviste letterarie, tra cui «Toilet», «Sagarana» e «Catrame letterario», mentre tre suoi racconti sono stati inclusi nell'antologia Scrivi con lo scrittore 2006/2007, edito dalla casa editrice Giraldi di Bologna. Con il racconto Un comunista nell'ottobre 2008 ha vinto il premio Loria per il racconto inedito, svoltosi nell'ambito della Festa del racconto di Carpi (Modena). Questo racconto ha dato il titolo alla raccolta edita da Marcos y Marcos, Un comunista e altri racconti, che mette insieme i testi finalisti del concorso. Il suo indirizzo myspace è: http://myspace.com/lucamartini71.






Commenti
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Matteo Spinola  - commovente   |2009-01-05 12:56:31
E' un bellissimo racconto, questo, davvero. uno squarcio su un'epoca, sulla musica che più amo ("Bill Evans live at the village vanguard"...se non lo conoscete comperatelo subito!!!), scritto benissimo, con passione e poesia.
Bravo!
laura lolli   |2009-01-07 12:28:09
grazie matteo, non conosco Bill Evans, ma il tuo invito sara' raccolto.
ciao
Sara  - Davvero bello!!!     |2009-01-05 15:24:25
L'ho letto tutto di un fiato... davvero bello nella sua disarmante semplicità.
Anonimo   |2009-01-07 10:41:08
beh, naturalmente scherzavo...i miei complimenti scrittore...lo sai che scrivi come un fiume limpido, che scorre senza ostacoli nel suo letto. Credo che questo sia un chiaro esempio di leggerezza e candore. Nelle tue poesie, c'era piu' tormento, ma trovo tu sia cresciuto e abbia raggiunto una serenita' interiore che traspare da questo racconto, dove il tradimento viene sconfitto dal divino, dalle note di un concerto che arrivano al cuore...complimenti!
Laura Lolli  - Luca che bello averti trovato.   |2009-01-07 11:02:11
Ciao, Luca. Condivido il messaggio dell'anonimo, il tuo libro di poesie mi è stato fatto dono a Natale, da una mia amica carissima e mi preso in un vortice di emozioni incommensurabile, sono riuscita a recuperare tutti i brani da te consigliati che accompagno ogni poesia, ho provato i brividi ( mi sto riferendo a Partitura compiuta per pensieri distratti).
Insomma, per farla breve credevo di aver scoperto un bravissimo poeta, ora col tuo racconto scopro uno bravissimo scrittore. Si denota, una scorrevolezza nel leggerti, che sembra tu non abbia scritto ma suonato al piano ogni singola parola. Ho letto che hai gia' vinto un premio "premio Loria", io credo che sia solo il primo di una lunga serie. Auguri per la tua splendida carriera e che sia foriera di successo. Spero vorrai informarmi quando sara' disponibile il libro, non solo lo comprerò, ma mi impegnero' a divulgarlo. Grazie per aver dato anche a me l'oppurtunita' di poterti scrivere. Un abbraccio
Francesca Santi   |2009-01-07 13:30:23
Ciao Luca
Questo racconto prende il lettore per mano e lo accompagna in un viaggio fantastico nella quotidianità di un?adolescente che travolge con le sue emozioni e i suoi sentimenti le sue paure (bellissima la parola ?SIMBA?, la userò quando ne avrò bisogno ) si avvicina, con la sua curiosa storia d?amore, quasi per caso, ad un importante valore - l?amore per tutti gli esseri, anche quelli che tradiscono, e ci fanno del male- fino a diventarne parte integrante. Dovremmo sempre guardare gli altri con gli occhi di un bambino, vederne l?aspetto migliore, restare spettatori della vita degli altri e mai diventarne giudici, dovremmo amarli per tutta la vita, come fossero tutti nostri genitori o figli. Dio corre sempre a chiamarci, se abbiamo nel cuore l?amore puro, come ha questo figlio per il proprio padre, può farlo in modi diversi, anche attraverso le note che vibrano e ci accarezzano l?anima.
«Auguri di molti successi nell?attività letteraria»
Questo racconto è scorrevole ed ha una trama interessante, soprattutto per lo spunto controtendenza rispetto alle narrazioni giovanili attuali, spesso incentrate sul vuoto esistenziale o il rifugiarsi in surrogati della realtà. Si evidenzia una naturale capacità narrativa, uno stile definito, non privo di gusto e decisamente personale.

un egregio saluto.
elisa   |2009-01-08 00:31:28
Ciao Luca??.
una vibrazione dì colori ed una sinfonia di parole che convincono e commuovono, stanno a testimoniare come la strada intrapresa sia più che mai imboccata nel senso più dinamico e incentrativo.
Il tradimento visto dagli occhi di un bambino di sette anni, un bambino che non si lascia ingannare, dai soliti pregiudizi sociali, ancora non reiterato dai condizionamenti di cui siamo soliti sentire parlare, si pensa che spesso i bambini soffrano, quando avviene una separazione, un allontanamento, che sia per lo stesso motivo per il quale soffrono gli adulti, la madre tenta in qualche modo di fagogitare la mente del bambino nella sua rabbia di aver perso un compagno:«Vedrai Tobia che un giorno tuo padre non verrà più a prenderti, e sparirà. Andrà a finire così, ne sono sicura». Spesso gli adulti lo fanno, sono sempre stata femminista, e questo racconto in un primo momento può sembrare contro le donne, ma non è così. E? un racconto dalla parte del bambino, e invita tutti noi a guardare con indulgenza il comportamento degli adulti in questo caso il padre:-E con il suo sorriso seducente mi aveva convinto, cingendomi con le sue braccia forti e villose. Mi piacevano i suoi abbracci energici, da togliere il fiato, marcati da due tatuaggi che raffiguravano piccole ancore verdastre.
Io, un bambino di sette anni, avevo capito ogni cosa.
Mio padre era un amante, qualcuno che era stato creato per amare. -,
spesso noi adulti non capiamo che la libertà di essere tutto è il più grande dono che possiamo fare a chi amiamo, difficile da fare ma un invito da parte di Tobia a provarci, fate come me, quando avete paura trovate la forza di un leone in voi stessi, trovate la parola magica che Se poi si urla, precisava, tutto svanisce come per incanto, in maniera ancor più repentina ed efficace.
Io mi ero scelto una parola dolce e forte al contempo, simba, che in swaili significa leone.
Grazie per averci fatto riflettere sul candore, che il nostro bambino interiore non conosce più.
Un abbraccio da Elisa
Lucia Rossi   |2009-01-08 10:00:26
Mio caro Luca,
dopo aver letto e riletto il tuo racconto, non posso che ammirare e complimentarmi, per le tue capacità di unire le parole in modo esemplare: ?Bravissimo per questa indiscussa dote!?
Non posso essere d?accordo, sul trattare il tradimento con tanta leggerezza, pur se credo che non spetta a nessun essere umano né la condanna ne? il perdono: ?L?essere ha il libero arbitrio delle sue scelte, questa è la libertà che il PADRE SUPREMO ci dona, il perdona conferisce a LUI?.
L?amore, non è una cosa che si ruba, ma L?AMORE VERO SI DA. Nel tuo racconto, l?amore è stato confuso con la soddisfazione dei sensi e non c?è differenza tra infedeltà e tradimento, come spesso vogliono farci credere gli psicologi (più volte ho letto che l?infedele continua ad amare la propria compagna, il traditore no).
Nel tuo racconto il padre è stato scoperto e allontanato da casa, è la sua fortuna, perché almeno potrà vivere ingannando solo sé stesso: [color=red][i]?Mio padre sosteneva di amare ancora mia madre, di amarla davvero e di non avere mai smesso di farlo".
Molti uomini e donne spesso, continuano a restare accanto al proprio compagno ed è la loro anima più o meno consapevole a denunciare il conflitto interiore che si crea : così succedono incidenti o malattie (che imputiamo erroneamente al fato) che colpiscono il corpo unico mezzo attraverso il quale passano tutte le emozioni e che manifesta palesemente la natura del problema perché siamo noi creatori del nostro vissuto.
Se sparpagliamo in giro sofferenza (tradendo, ingannando) raccoglieremo solo ciò che abbiamo seminato.
Tobia fa bene e tutti dovremmo adeguarci: ?Io invece non lo assolsi, ma riuscii a non condannarlo?, però questo uomo non amava né sua madre né tantomeno suo figlio(l?esempio non è uno dei tanti metodi di educazione ma l?unico!), amava solo sé stesso.
Un NARCISO, ecco cos?è, ma la bellezza esteriore non serve all?evoluzione dell?anima, unico vero motivo DELLA NOSTRA NASCITA : CIO? CHE IO SONO E? IL REGALO CHE DIO MI FA. CIO? CHE SONO QUANDO DIVENTO CONSAPEVOLE E? IL REGALO CHE FACCIO A DIO.
Oggi l?uomo dei nostri tempi, vive solo pensando che quando avrà ciò che vuole sarà felice ed è sempre più infelice, credo che ognuno di noi può davvero costatare ciò quotidianamente.
Non siamo diversi dai pagani di un tempo che idolatravano falsi dei, abbiamo semplicemente sostituito i TORI creati dalla fusione dell?oro, con: UNA BELLA CASA, LA CARRIERA, IL SESSO FACILE VIA ETERE, I VIAGGI, I BEI VESTITI, L?AUTO VELOCE E MODERNA, LA MUSICA, LE ARTI tutto ciò che è creato dall?uomo è diventato un altare da venerare.
Tutto ciò che ci fa veramente vivere: l?aria, l?acqua, la terra, invece, l?abbiamo avvelenata per il nostro bene-avere che non è il nostro bene-essere.
Il sole, le stelle, un fiore che sboccia, la neve che cade sono solo usate dai poeti, noi vaghiamo cechi ogni giorno in una poesia divina.

Ma tu, mio caro scrittore scrivi una grande verità: ?Che Dio mi potesse apparire denso e perfetto come la musica che stavo ascoltando?
Forse era così?.
E? così DIO è perfetto, così come è perfetto questo mondo, nulla è creato a caso, nulla proprio nulla, a noi tutti è data la possibilità del risveglio, siamo tutti degli eletti figli di un unico Padre.
Un abbraccio di cuore.
Filippo   |2009-01-10 07:24:39
Belli, ben scritto, scorrevole
Filippo   |2009-01-10 07:25:04
Bello, ben scritto, scorrevole.
margias  - anni '70   |2009-01-10 14:39:14
Un affresco della mia giovinezza, questo. Un affresco dipinto bene. Vorrei leggere altro di questo autore, mi pare abbastanza interessante.
ANGELO   |2009-01-10 17:41:51
molto interessante
ANGELO   |2009-01-10 17:45:39
molto interessante, secondo me il tradimento puo' scaturire da una o più insoddisfazioni nell'ambiente famigliare, potrebbe anche dare grandissima soddisfazione, grandissimo equilibrio, se si fa con una certa consapevolezza, tuttavia ritengo che la famiglia sia sepre la prima cosa da tutelare, angelo
franca   |2009-01-10 23:11:36
devo,,, dire che,,, sei bravo,, molto bravo,,, autobiografia?????,,, sembrerebbe,,, E,, ben riuscita,, complimenti,,,scorre bene, avvincente,e attualissimo,,sembra successo ieri,, complimenti ancora,piangere,vivere e ricordare, azioni,indelebili per tutti noi, tu riesci a descriverle senza annoiare e facendomi restare attaccata alle righe tue,,, bravo , sono sicura che non sia il primo,,e non sarà l'ultimo ,, faccio il tifo per te,, ti leggerò sempre volentieri e comprerò,,e ci saranno,, le tue opere SICURO,,, CIAO FRANCA
Michael  - Commento   |2009-01-11 17:27:33
Ciao, mi chiamo Michael, ho 20 anni.
Ho saputo di questo racconto grazie ad un'altra persona.
Devo dire che in parte condivido ciò che hai scritto..
Certe cose le posso perfettamente capire, perchè ho i genitori separati, quindi le ho vissute, magari in maniera diversa, ma le ho vissute, so cosa si prova, so cosa si sente, infatti, nel racconto sono rimasto un pò senza fiato.
Devo essere sincero, nemmeno a metà volevo smettere di leggere, perchè pensavo fosse troppo pesante per me da digerire, ma ho provato comunque, ha leggerlo tutto.
E' molto bello avere due genitori che ti vogliono bene, anche se sono separati, ci soffri, ma se sai che è la decisione giusta presa da entrambi la condividi, specialmente se è la decisione che permette di vivere serenamente, anche se come figlio io ho sofferto, in qualcunque circostanza, avere i genitori separati è mancanza di qualcosa, cioè manca qualcuno dei tuoi genitori che ti stia più vicino..
Non condivido assolutamente per niente, il tuo concetto di "tradimento", se si ama veramente una persona, non la si tradisce.
I problemi esistono, sempre in ogni famiglia, il punto però è affrontarli, parlarne, non scappare, o trovare un rimedio, che magari sia un'altra persona...
Tutti sono capaci di stare insieme quando le cose vanno bene, ne sfido uno che non è in grado di farlo, penso che sia impossibile..!!
E ciò che mi dà fastidio è questo: non si può giocare con i sentimenti altrui, le persone cambiano, è vero, cambiano i modi di pensare, perchè col crescere anche un adulto matura, penso che anche gli adulti maturino nell'arco della loro vita, bisogna cambiare ma senza far soffrire chi ti sta vicino e che ti ama, quindi, il tradimento non è la soluzione sicuramente!...
Ci vuole sempre il diaologo, anche per le cose amare, solo così si può evitare di far del male a chi ti ama veramente...

Beh penso di aver finito il discorso..!

Ciao Michael
CuorDiLupo   |2009-01-11 18:49:50
veramente eccezionale.
Il tuo modo di narrare una storia incanta davvero... complimenti
andycap   |2009-01-12 10:08:28
Che dire? scrivi da dio, diffiicle leggere racconti scritti meglio di questo, anche se, una piccola annotazione, la ricostruzione degli anni di piombo è scarna e approssimativa.
Però il finale è folgorante: mi sono rivisto con mio padre, alla casa di riposo, quando anche lui stava male e parlava con gli occhi.
Ciao

Alberto Cascio
Rosa  - SEMPLICE   |2009-01-12 14:00:05
Uno stile pulito, semplice, i problemi quotidiani, affrontati con leggerezza, ama questa volta, tutto questo ha una sola parola saggezza! Bravo.
LELLO   |2009-01-14 08:16:28
...ogni tanto e' bello ricevere in regalo momenti di sentimento ed emozione
grazie
Vale   |2009-01-14 12:50:19
Come ogni volta l'emozione è talmente forte da farmi scoppiare in lacrime...
Avendo poi due bimbi la cosa (in questo caso, visto l'argomento) è amplificata.
Oltretutto Tobia è un nome bellissimo e credo perfettamente azzeccato per questo bambino saggio che mi piacerebbe fosse mio figlio....
artemisia bilardo  - Un bellissimo racconto ma ora mi aspetto un libro   |2009-01-14 22:14:45
E' un bellissimo racconto! Mi emoziona, è storia e sentimento... é sensazioni di bambino e consapevolezza d'adulto. Ho sentito tutto, la grandezza del perdono, la voglia di amare e di essere amati. Complimenti... ora ci vuole un libro! Un racconto non basta più... avrai tanto da dire ancora... fallo presto! In bocca al lupo
Artemisia
francesca  - Complimenti per "Simba"   |2009-01-15 23:47:39
Il dono della semplicità appartiene a pochi, se poi vi unisci la scelta azzeccata di momenti incisivi e di elementi rivelatori, allora hai il miracolo di un testo ben riuscito, in cui la trama reale è potenziata da un ordito di tecniche narrative connaturate alla materia, trattata con la sensibilità e il sentimento di chi è passato indenne attraverso le forche caudine , traendo tutta la saggezza possibile dalla sofferenza ed esperienza vissuta ed offrendola in dono agli altri.
Se non sono stata chiara, mi associo al commento di Artemisia e, se scriverai un libro, sarò tra i tuoi lettori.
cristian   |2009-01-16 16:43:18
bello! cos'ì senza per forza un inizio ne una fine. molto forte, hai centrato in pieno il mio gusto, la storia che resta in sottofondo hai sentimenti e non viceversa. in quanto alla scrittura, semplice e fluida. complimenti
cristian   |2009-01-16 16:44:30
lo sò un acca di troppo! lo so son un asino
Elisa Sangiorgi   |2009-01-16 22:05:35
Caro Luca,
ho letto il tuo racconto tutto d'un fiato, è bellissimo, commovente e poi ho messo su il cd di bill evans... grazie!
Andrea Dalessandro  - Complimenti per il racconto e per la tua dote di s   |2009-01-17 11:58:16
Ciao Luca,
la mia fidanzata mi ha detto che stava per leggere il tuo racconto e così mi sono incuriosito.
Ammetto che per me è difficile trovare qualcosa da leggere in quanto non mi piace leggere.
Sono davvero contento di aver trovato in te uno scrittore in grado di farmi leggere tutto di un fiato un racconto.

Mi congratulo con te e ti ringrazio per questa opportunità.

In attesa di un altra tua pubblicazione
ti porgo i miei saluti.

Andrea Dalessandro
Sabrina   |2009-01-17 19:03:09
Con poche pennellate Luca Martini fa luce sull?animo dei protagonisti. Gli bastano poche parole per comunicare al lettore un?emozione, una sensazione, per far nascere nella sua mente un?immagine. Il tutto con una grande sensibilità e con la naturalezza di chi sa davvero descrivere ciò che lo circonda.
loretta  - racconto   |2009-01-20 22:30:17
quando ero piccola, e avevo paura, chiudevo gli occhi, sperando che la paura svanisse, certe volte funzionava. Sono cresciuta, ho 47 anni, le paure non ti abbandonano con il passare degli anni, sono sempre presenti, non basta più chiudere gli occhi, forse Simba mi potrà aiutare, prima o poi proverò. Racconto delizioso, Luca, profondo credo che anche mio padre abbia tradito mia madre, ma a lui, ho sempre perdonato tutto, era il mio papà, con affetto Lory
silvia govoni   |2009-01-21 17:15:37
Ciao Luca,ti ammiro e ti leggo da tempo.Prima ho conosciuto le tue poesie poi i tuoi racconti.Che dire..sei bravo,conduci per mano il lettore dentro alla tua storia ma non lo forzi..Quando ti leggo sono dentro a cio' che scrivi come se,in una sequenza,vedessi cio' che che ha visto il protagonista e ,prima di lui,cio' che hai "visto" tu.
Dentro Simba c'è tanto:le paure di bambini e ,forse anche di adulti,il tradimento,le basse ripicche che possono capitare a genitori che si separano,la speranza,la musica,il rapporto tra padre e figlio..
La leggerezza con cui tocchi tutti questi argomenti non è indice di superficialita',anzi..io,come tua lettrice,devo dirti GRAZIE perchè mi lasci libera di approfondire e riflettere cio' che nel momento in cui ti leggo mi coinvolge maggiormente.Tu dai grande liberta' al lettore e questa è la tua forza.Dai una marea di spunti.
Grazie ancora e buona fortuna !!
Silvia
agnese gatto  - commento ad un racconto   |2009-01-22 19:26:06
leggo il racconto dello scrittore Martini,Luca;dallo stile,che peraltro mi sembra autobiografico,intuisco una giovane età del narratore.
La scrittura semplice, asciutta, emotivamente ben disegnata, nella definizione dell'io narrato, fanno coincidere io narrato con io narrante, in un percorso che nell'asse diacronico verifica uno spontaneo intreccio con quello sincronico.L'età giovane di Tobia e il suo sentire mi fanno subito entrare tout-court con lo spirito libero e semplicemente intuitivo del bambino, che ha a che fare con i sentimenti importanti di un fanciullo :l'amore e la venerazione per il suo papà,che significa amore e odio per un eroe -qui dipinto come antieroe.
Davvero stupefacente la scrittura di Martini, non conosco quest'autore , ma immagino che avrà un grande successo tra gli scrittori giovani italiani.
Con la speranza che l'editoria del luogo sappia riconoscere finalmente un talento, che immagino si nutra di se stesso.
Vorrei ,se possibile , poter leggere altre cose di questo giovane artista.
E' possibile?grazie.
Agnese Gatto
Anonimo   |2009-01-23 09:36:03
Ciao Luca,

il tuo racconto mi è davvero piaciuto molto, è semplice ma non banale, una storia dolce e commovente che mi ha tenuta incollata dall'inizio alla fine.

Davvero complimenti.
Silvia
Anonimo   |2009-01-24 12:15:08
Lo leggi tutto d'un fiato; la lettura è scorrevole tanto che quando hai finito di leggerlo ti dispiace che il racconto sia già terminato. Commovente.
L' autore ha talento.
Complimenti.
simone   |2009-01-24 18:48:25
Ha smosso qualcosa e non mi pare si possa chiedere molto di più. E' elegante, essenziale, compatto, fluido.
In particolare mi sono piaciuti i personaggi. Pur non essendo caratteri particolarmente innovativi, rifuggono con intelligenza le connotazioni facili.
Mi ha ricordato un incontro felice tra le cose di Cognetti e quel piccolo capolavoro che è Neve Fresca di Wolff.
pilade   |2009-01-24 19:00:52
simba... la forza delle parole per arrivare dentro se stessi... per aiutarsi e per darsi forza..... ma poi coi sentimenti le parole spesso possono poco.... e allora basta trovare un altro linguaggio per arrivare al cuore delle persone a cui si vuole bene.... la musica è uno dei più potenti e il tuo racconto più che le parole usa la musica per arrivare al cuore del lettore.... anzi usa le parole come fossero la musica che ti emoziona... e il tuo racconto mi ha emozionato come una delle musiche che ascolto quando ho bisogno di vincere una paura o ritrovare la forza.... scriveremo una canzone su Simba?
Rossana   |2009-01-25 14:41:54
Che cosa mi ha colpito di questo racconto? Innanzitutto il senso del fantastico che avvolge come un velo leggero quel mondo irreale e mitizzato che il protagonista ragazzino si è creato a proposito di un padre già figlio, prima ancora che l'età e una malattia, impietosa e perfettamente commisurata come un contrappasso, lo abbiano reso legittimamente "figlio" di un figlio - ahilui! - responsabile fin da piccolo. Tobia, dalla pazienza proverbiale, in questo caso è portato ad attenuare le colpe di suo padre e non, a mio avviso, per un sentire distorto dell'autore in merito al tradimento, quanto perché la solarità del genitore lo seduce assai più del vittimismo - pur giustificato - di sua madre. La figura del padre dal sorriso smagliante attrae, sinceramente, anche il lettore molto più della madre rancorosa, benché la pietà umana vada tutta a lei che soffre e che si occupa del bambino.
Il finale, poi, come già ne Il comunista, prende di sorpresa: è la realtà, cruda e impietosa, che irrompe con prepotenza. Ma le note di una musica impressa nella memoria collettiva stemperano i toni del dramma, con un messaggio ecumenico di solidale umanità.
Anonimo   |2009-01-27 12:09:36
ho avuto la sensazione che chi scrive abbia colto pienamente i sentimenti e le situazioni altrui; situazioni che rispecchiano molto la realtà.
Penso che le parole escono da sole è tutto così spontaneo che è unpiacere leggerle
Anonimo   |2009-01-27 13:52:33
Bella scrittura sincopata, direi jazz! Stefano
Anton  - scorrevole senza complessità...   |2009-02-10 09:11:51
La lettura del pezzo è scorrevole, un po facilona nei brevi dialoghi, meglio la parte centrale nella descrizione un po più ampia delle sensazioni, queste spesso sono brevi ed ovvie ma misurate. sembra lo scritto di un "bravo" ragazzo, pulito e senza malizia. Il finale mi sembra un po accellerato. Per finire il contesto richiama ambienti americani degli anni trascorsi solo per l'accenno alla musica jazz. Manca un po di grinta e mordente nel racconto, troppo pacato... quasi da siesta.
Luca Martini  - GRAZIE A TUTTI VOI   |2009-01-27 15:28:43
Dopo aver raggiunto quota 40 commenti al mio racconto, sento il dovere, oltre che il piacere, di ringraziare tutti coloro che hanno lasciato un loro pensiero sulla mia scrittura. Non soltanto chi lo ha fatto, ma anche chi lo ha semplicemente letto, perdendo quindici minuti del suo tempo e magari non trovandolo nemmeno gran che. È una emozione grande vedere tanti commenti di gente amica, moltissimi di persone che non conosco, che pure, però, apprezzano il mio modo di scrivere e la piccola storia che ho qui proposto. All?inizio mi ero detto: a dieci commenti ringrazio tutti, poi sono diventati venti e mi sono detto: lo faccio a trenta. Invece, con mio sommo stupore, i commenti si sono moltiplicati, e ho deciso di fissare a quaranta la quota limite al mio silenzio. Alcuni davvero profondi ed articolati, altri di una toccante commozione, altri ancora soltanto descrittivi ma altrettanto emozionanti e sinceri. Grazie, insomma, per il calore che avete dimostrato con le vostre parole, e grazie anche a chi, se ci sarà, lascerà altri pensieri sulle mie parole.

Simba!!!

Luca Martini
Cri  - Grazie Luca   |2009-01-30 08:05:10
Semplice e speciale...semplicemente speciale!
L'amore vince sempre; questo e' cio' che personalmente ho colto dal tuo bel racconto.
Daniele   |2009-01-30 10:03:06
Una narrazione moderna, efficace e piena di stile. Un racconto scritto bene anche se le emozioni del bambino sono troppo simili a quelle di un adulto. Può un bambino apprezzare tanto Bill Evans? Forse sì, mi paicerebbe allora che mio figlio fosse come lui. Tobia meritava riscatto, e le lacrime del padre sono il premio alla sua sofferenza. Le ultime cinque righe, a mio avviso, valgono tutto il il racconto.
romina  - ciao   |2009-02-01 09:52:28
[/color][color=fuchsia] dolce semplice e allegra!
francy730   |2009-02-03 10:54:53
la mia parola sarà :"vita"....grazie a chi mi ha aperto una strada!!!
Ettore   |2009-02-06 09:34:35
Non male davvero questo racconto.
virginia  - un racconto "fresco"pulito e commovente.   |2009-02-06 19:55:37
Ciao Luca, sono venuta a trovare la mia amica Lisa, la quale mi ha chiesto di leggere questo tuo racconto, sono a casa sua ora. Mi piace il tuo stile, così fresco e pulito. Mi ha anche mostrato il libro delle poesie che hai scritto, lisa me ne ha lette tre: L'IMPONDERABILE, IMPULSO, BACIAMI ORA. Sono davvero colpita, dalla tua bravura. Non sono molto brava a fare lunghi commenti, posso solo dirti che mi piace come scrivi, spero tu non abbandoni la poesia, perche' l'amo molto. Spero di leggere altro ancora di te e spero di non avere osato troppo scrivendoti così confidenzialmente. Ciao e forza continua a stupirci di leggera freschezza.
Virginia
claudia   |2009-02-09 14:59:58
caro luca,devo farti i piu' sinceri complimenti x il tuo racconto. e' scritto benissimo e molto fresco e scorrevole. mi sono rispecchiata in molti stati d'animo di tobia e mi hai emozionata tantissimo!
grazie
GYFU   |2009-02-11 10:15:30
MY COMPLIMENTS!!! Uno spaccato di vita quotidiana. Mi fa pensare a Stella, un film che ho visto di recente, sia nel libro che nel film sono due adolescenti i protagonisti. Entrambi subiscono i conflitti degli adulti, entrambi Stella nelle letture di Balzac Tobia nella musica di Bill Evans trovano rifugio e senso alla prorpia vita...entrambi hanno una forza interiore che li fa dei GRANDI adulti. Bravo Luca.
patrizia rocchi  - raconti   |2009-02-11 18:02:27
Ciao, sono patrizia, mi sono accorta che entrambi pubblichiamo ( anche ora) su questa rivista e su paradiso degli orchi. Volevo mettermi in comunicazione con te, per cui mi sono anche iscritta a my space, ma non sono abbastanza "tecnologica" e non ho ottenuto risultati.
Se ti interessa un dialogo "letterario" fammi sapere e ancora complimenti per il PAUROSO numero di contatti e la tua bravura.
Patrizia
Luna   |2009-02-12 17:14:28
Bello mi e' piaciuto, in particolare alla fine.
Devo dire che mi ha commosso.

Luna
Antonio   |2009-02-15 12:12:38
Dietro alla scrittura di Luca c'è la musica. Basta pensare al ritmo di questo bellissimo racconto. All?inizio non capivo dove andasse a parare - attesa - e poi è arrivata fulminea la conclusione. Esplicitamente musicale. Adesso anch?io dico SIMBA! Spero di leggere presto un'altra opera di Luca.
gianluca     |2009-02-16 13:26:17
Bravissimo Luca, anche io amo la musica, come il padre di tobia. Scrivi molto bene., bravo.
Beatrice Api ella   |2009-02-17 09:57:15
Questo racconto mi ha lasciata totalmente senza parole, è assolutamente bellissimo e straziante... l'amore incondizionato di un figlio verso il padre è descritto perfettamente.
Complimenti!
Annika  - Grazie!   |2009-02-17 21:15:01
Grazie Luca, leggendo il tuo racconto mi sono commossa e immedesimata in tanti punti... Il messaggio che ho colto è quello di imparare ad accettare le persone a noi care per come sono, senza avere la pretesa di cambiarle a nostro piacimento... Cercherò in libreria le tue raccolte di poesie! Grazie e complimenti per la tua pagina nel my space ;)
terri  - Simba   |2009-02-18 12:22:34
Eccomi,come da promessa.
Le persone più affascinanti sono sempre quelle che ci fanno gioire e soffrire di più,sei daccordo?!
Quanto di questo racconto hai vissuto?
Quanto inventato?
Bello,intenso,toccante e probabile.
Non sono molto brava nel fare i complimenti,spero però traspaia tutto il mio gradimento.
Che fortunata che sono.in questo gran bailame io ho incontrato te......
Francesca  - emozionante   |2009-02-24 14:16:00
Emozionante.

Mi è piaciuto moltissimo.
silvia  - racconti a confronto     |2009-03-07 22:38:00
Ciao Luca, di nuovo conplimenti.
Ho letto "Simba" dopo aver letto "l'uovo di Pasqua", mi son piaciuti entrambi.
Simba è più vicino al mio gusto, mi da la sensazione di una maggior cura, di maggior tempo...
C'è una cosa che mi ha colpito: in Simba il protagonista è un bambino e la maturità, a tratti, pare di un vecchio saggio; nell'"uovo di Pasqua" il protagonista è un uomo e la maturità pare spesso di un bambino cresciuto, un adolscente.
Il bambino di Simba m'ha ricordato bambini d'altri tempi, bambini che avevano tempo, spazio, avevano dimestichezza col vuoto, generatore d'immagini, pensieri, consapevolezze...
Immagino l'adulto dell'uovo di Pasqua e vedo qualcuno che potrei incrociare in un serial televisivo, in un reality, qualcuno che potrei riconoscere tra le pagine aperte di un fotoromanzo abbandonato sulla spiaggia...un uomo moderno, bidimensionale.
Grazie per avermi stimolata a leggere e a scrivere.
simone  - bello   |2009-03-12 23:06:31
esemplare scrittura di un autore emergente, bravo. simone
ambragio'  - SI CARINO   |2009-03-31 13:58:12
Ciao luca,
devo leggere diverse cose di un autore, per poter azzardare una critica cotstruttiva. Mi limito a dirti che la voglia di leggerti ancora c'è, leggo molti altri autori emergenti e soprattutto femminili, credo che appena avro' tempo (ora sto scrivendo dal pc di un'amica) andro' a leggere le scrittrici su fernandel. Ciao e bravo.
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