Sicuro, France’. Non ti preoccupare.
Facciamo un sottopassaggio e dopo una piccola salita, ecco il mare. Ma noi entriamo col furgone in un cortile. Il calzaturificio Sonia, scatole nere, scritta rosa. Stavolta mi rifiuto di scendere dal furgone. Dallo specchietto retrovisore li spio che caricano. Poi mio padre mi raggiunge, arrotola una braga e da dentro il calzino tira fuori un rotolo da centomila.
Ricordati: pagare sempre e in contanti, mi dice andando verso l’ufficio. Un cane nero lo segue abbaiando.
Non andiamo a mangiare?, gli chiedo quando siamo finalmente in strada. Mia mamma mi ha parlato di una baracchina sulla spiaggia dove fanno il pesce fritto. Me l’ha messa giù come la principale attrattiva del viaggio.
Dobbiamo andare da Gino.
Gino. Lui lo conosco di nome. È un vecchio, uno dei primi fornitori di papà. Fanno scarpe da donna, ma i modelli sono antiquati, non vendono più.
Non avevi detto che non vanno più le sue scarpe, che l’ultima volta le avete date a una pesca di beneficenza?
Non possiamo mica smettere di comprare tutti quanti.
Il signor Gino ci viene incontro con passo sghembo e veloce, la mano già protesa in avanti. Ha un paio di pantaloni color panna che gli stanno grandi sul culo, occhi piccoli e azzurri dietro gli occhiali.
È tutto pronto da caricare, tutto pronto France'.
Do una mano anch’io e con tre giri, un pacco di scarpe per mano, abbiamo finito.
Se vuoi France’ ti dò anche un po’ di 134 nero, ho un paio di numerazioni.
No, Gino. Un’altra volta.
La settimana prossima ti faccio trovare il 128 rosso. Vedrai che bello, in rosso.
In caso ti telefono. Però, Gino, dovresti provare anche tu con i russi. Arrivano con i pullman a comprare. Anche Ferrodi lavora tanto con i russi. Se facessi un po’ di pubblicità.
Ma quale pubblicità, France', quali russi! Forza che salgo in furgone con voi e andiamo a mangiare da Lu Pinnu.
No, no, Gino. Stavolta non se ne parla.
Guarda che mi offendo, eh, France’. Scommetto che tua figlia non li sa mangiare, gli scampi. Li sai mangiare gli scampi?
Dico che no, non so nemmeno cosa siano, gli scampi.
Ecco, vedi? Lo prendi con le due mani. La testa la stacchi così. Puoi succhiare. Puoi anche aprire le chele. È buono dentro. Poi togli il guscio, così. Ed ecco che ti resta la polpa bella intera e sgusciata. È buono, vero?
Lasciamo Gino davanti al suo condominio che ci saluta con un gesto. Mio padre si asciuga la fronte tamponandola con il piccolo asciugamano. E adesso, dice, andiamo a farci un bel sonnellino. Parcheggia sul lungomare, prendiamo il caffè in una baracchina, poi chiede se è troppo presto per noleggiare una sdraio. Per quanti giorni, chiede il barista. Per un’ora, dice mio padre. Si stende sul lettino senza togliersi le scarpe e nel giro di pochi minuti sta già russando a bocca aperta. Penso ai filmini che mio fratello mi ha mostrato di recente delle sue gite in montagna con papà. Li pensavamo in giro a camminare per sentieri, tornavano sempre la sera stanchi e abbronzati con uno strudel. I filmini erano girati in diverse stagioni, mio fratello li aveva raccolti in un’unica cassetta. La scena era sempre la stessa: mio padre sdraiato in una radura con le scarpe della domenica che dormiva a bocca aperta. A volte intorno c’erano fiori e erba, a volte chiazze di neve. La telecamera girava in tondo per poi tornare a posarsi su mio padre. Ogni tanto un primo piano della sua faccia, del suo ventre che andava su e giù, delle sue scarpe. I filmini erano tutti color seppia perché mio fratello non sapeva come farli venire a colori. Poi Vanni era cresciuto e mio padre aveva smesso di fare gite in montagna.
Nell’abbandono del sonno la faccia di mio padre mi appare estranea. Non mi sono portata nemmeno un libro da leggere. Le bandierine degli hotel sventolano pigre, le boe arancioni dondolano al largo, un ragazzo con i pantaloni rossi porta a passeggio sul lungomare un enorme cane a pelo lungo. Tira un bastone, il cane corre a raccoglierlo ballonzolando e poi comincia a girare intorno al padrone che cerca di convincerlo a restituirlo. Ma il cane vuole che glielo strappi dalla bocca. Tira, tira e ringhia. Sbava. Vuole la lotta.
Vieni qui, vieni qui. Presentami il tuo cane, baciami. Faccio i conti con un desiderio che mi assale a sorpresa. Spesso mi tocco nel chiuso del mio letto, mentre sento le macchine e i tir passare sulla statale. Chissà se succede anche agli altri, dietro le porte delle loro stanze. A mio nonno, a mio padre, a mia madre. A mia sorella, a mio fratello. Il corpo parla a tutti così potentemente? A pensarci mi si rovescia lo stomaco.
Adesso ci facciamo un bel gelato.
La mano sulla spalla mi ha fatto sobbalzare dallo spavento.
Mentre lo guardo leccare il suo cono a quattro gusti piegato in avanti sulla sedia, mi viene in mente la sua faccia dell’altra sera, quando tornando dalla partita l’ho trovato in piedi dietro la porta e rosso in faccia mi ha tirato quella sberla. Davanti a mia mamma che è rimasta a bocca aperta e ha detto oh e con la mano ha fatto un gesto che voleva dire sei diventato matto tutto d’un colpo? L’unica cosa che mi viene in mente è che mi abbia pedinata. Deve aver visto quando sono salita sulla panda con Michele, lui che mi mette un braccio attorno al collo e mi bacia. Però a mia mamma non ha detto niente di tutto questo. Neanche una frase di spiegazione. Si è chiuso in bagno e l’ho sentito girare la chiave che ero già a letto da un pezzo. E adesso eccolo lì che mastica quelle cosettine dure che trova dentro il freddo del gelato. Stracciatella, bacio, malaga, questi gusti.
Papà, gli dico. È vero che la tua fede l’hai buttata in mare durante il viaggio di nozze in Liguria?
È tua mamma che ti racconta queste stupidaggini?
Ha detto che si è arrabbiata perché hai mangiato un panino col cotechino a metà mattina e poi quando è stata ora di pranzo non volevi mai smettere di guidare.
Tutte balle. L’anello ce l’ho nel cassetto del comodino. L’ho tolto perché mi si gonfiano le dita delle mani.
Lei ha detto che vi siete messi a urlare sul lungomare e tu a un certo punto ti sei tolto l’anello e l’hai scagliato in acqua.
Tua mamma ha una grande fantasia.
Siete mai stati innamorati tu e la mamma?
Che domande sono? Quando l’ho conosciuta aveva la tua età. Era bella, più magra di te. Le ho dato un passaggio in moto per andare a ballare. Scommetti, mi ha detto, che ho una calza diversa dall’altra? E infatti ha tirato su la gonna e ne aveva una lunga e una corta.
Annuisco. La conosco questa storia, fa parte della mitologia familiare. Quella che dovrebbe reggere il senso di tutto.
Il sole al ritorno è una palla arancione che scende sull’autostrada davanti a noi.
Papà, dico. Io da grande voglio fare l’attrice.
Intanto pensa a prendere un diploma.
Finisco le superiori, poi vado a Milano a fare la Paolo Grassi.
È meglio che cominci a pensare alle cose serie.
Lo guardo. Guida tranquillo, le mani salde sul volante. Mi chiedo come se lo immagini lui, il mio futuro. Io so che farò l’attrice e non mi sposerò mai, so che siederò sul letto di tante stanze d’albergo, in mutande e con un libro sul comodino. So che non gli presenterò i miei fidanzati perché non gli piaceranno e che solo al mio ritorno gli parlerò dei miei viaggi in zone pericolose e lontane.
Entriamo con il furgone nel parcheggio di un grande autogrill. Vuoi un panino, mi chiede.
Prendo un panino con le verdure grigliate e il formaggio e una coca gigante. Poi lo vedo che prende una grande borsa di plastica gialla, fa il giro degli scaffali e infila dentro roba: scatole di biscotti, caramelle, cioccolata. Poi arriviamo davanti all’espositore dei libri. Stavolta scegli tu, mi dice. ♦
Commenti
a presto,
Matilde
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