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recensiamo.jpgRecensiamo i recensori (quindicesima parte)

di Elio Paoloni

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Ignoriamoci

Avete mai riflettuto sul fatto che i recensori si ignorano? Mi sembra di ricordare che una volta i critici discutessero. Forse me lo immagino soltanto. Oggi in ogni caso ognuno stila la sua diagnosi, ignorando la possibilità di un consulto. Non è che si possa, è pacifico, imbastire un dibattito per ogni librino, ma trovare ogni tanto in una recensione l’accenno dell’estensore a un giudizio già pubblicato, un aggancio per ampliare, puntualizzare o dissentire, darebbe al lettore la piacevole impressione di una corrente d’aria. Silenzio, invece, con qualche eccezione.

Una è quella di Andrea Carraro: deluso da Chiedi alla polvere di John Fante, che non riusciva a "sentire" come un capolavoro del Novecefnto americano, confessa su "Stilos" di aver letto l’introduzione di Baricco, «nella speranza di cambiare idea». Potremmo sorridere di questa innocente confessione, ma sbaglieremmo: Carraro ha avvertito l’intensità del libro e trova che lo stile sia inimitabile. Rispetta – caso strano – l’opinione dei critici che ne hanno tessuto le lodi e teme di essersi lasciato sfuggire qualcosa: quel punto di vista che gli permetterebbe di parlar bene del libro, nonostante lo trovi squilibrato. E Baricco, in effetti, lo convince che si può, e si deve, amare un libro imperfetto ed esagerato per la scioltezza, lo humour e lo straziante sentimento poetico che spesso illumina la pagina. E soprattutto per la storia d’amore: «gli era venuta veramente bene» scrive Baricco, «tutta sghemba, senza eroi, irrisolvibile, un po’ ambigua, dolorosa». Uno che non fosse Baricco – va detto – difficilmente userebbe "sghemba" come apprezzamento. Ma è proprio questo nuovo utilizzo del termine, forse, a convincere Carraro. Altrettanto bella gli pare l’introduzione a un altro libro dello scrittore americano, Un anno terribile, nella quale Sandro Veronesi riconosce la «trascinante forza degli ormoni»: «della giovinezza egli ha individufato il fungo magico e ha saputo isolarvi l’intruglio che la produce, metabolizzandola nella scrittura». Così, con il viatico di altri due critici (anch’essi scrittori, nota bene), Carraro può proseguire nella sua lettura.

 

Carraro è uno di quei recensori – pochissimi – che si mostrano come umani lettori. Che racconta la storia della sua lettura, l’altalena delle impressioni, il succedersi delle considerazioni, l’evoluzione del suo giudizio nel tempo. Le sue perplessità: quando finisce di leggere Giùnapoli di Silvio Perrella è sotto il dominio di contrastanti impressioni. «Che cosa ho letto?, mi chiedo. Un romanzo il cui protagonista non è un personaggio ma una città? O un lungo reportage? O un saggio-racconto su un pugno di artisti napoletani? O semplicemente il diario divagante di un napoletano colto che a passeggio per la sua città ne disegna le proprie coordinate culturali?» Un po’ tutto, ovviamente, ma Perrella «ragiona meglio quando ragiona sugli altri: il reportage nudo e crudo soffre di una visione compiaciuta e romantica. Il libro trova il suo passo quando l’autore fa il critico, il saggista, il biografo e si trattiene sul lato "vertigine dello sguardo". Allora ci senti dentro l’asciuttezza di Bilenchi, la precisione di La Capria, la magia di Parise».

 

In alcuni casi, naturalmente, il suo giudizio è più netto: dell’io narrante di S’è fatta ora (Antonio Pascale) trova che pur continuamente analizzandosi è in fondo autoindulgente, chiagne e fotte, o forse meglio, chiagne, ragiona e fotte. Pascale non intende nobilitarlo ma «in fondo lo fa creandogli un background di pensieri profondi e di condotta moralmente impeccabile». E c’è l’impaccio a sviluppare la narrazione. Carraro ripensa al racconto La controra, dov’era avvenuto «il miracolo di uno stile (che allora aveva un’alta temperatura) nato in un viluppo drammatico terrificante». Qui invece le occasioni drammatiche vengono sprecate. D’accordo dunque sulla prosa impeccabile, «ecologica». D’accordo anche sull’umorismo «ma c’è pure un compiaciuto sentimento di sé, della propria vita, del "sentirsi scrittore" e come tale votato a dire cose importanti, sempre e comunque».

Anche Marco Maugeri, su "Via Po", trova che la penna di Pascale sia sempre più irrecuperabilmente ripiegata su se stessa. Eppure, al tempo de La città distratta, il libro in cui Pascale, un po’ come in certe operette didascaliche e morali di Heat-Moon, percorreva i confini di una città a misura di anima, «venne il fondato sospetto che si trattasse di uno scrittore», sospetto concretizzatosi con la Manutenzione degli affetti: «C’erano già tutti i mal di pancia, le coliti più che altro, ma c’era ancora un candore, una spontaneità... e bisogna dire che l’innamorato che si rigira tra le dita l’indovinello di Fromm – ti amo perché ho bisogno di te oppure ho bisogno di te perché ti amo – per far colpo era una vera chicca». Aveva insomma scritto venti pagine belle, come nei racconti di Selby Jr, «che poi anche lo scrittore di Brooklyn non è che ne ha scritte troppe di più». Poi arriva Passa la bellezza e qui – ecco un’altra piacevole eccezione – Maugeri richiama prima il Fofi che sull’"Avvenire" aveva tirato le orecchie allo scrittore, e poi il Michele De Mieri che sull’"Unità" ritrovava nel personaggio di Pascale il Michele Apicella di Nanni Moretti. Anche se Maugeri riscontra una bella differenza: il moralismo di Moretti, la sua fedeltà al dettaglio, la dittatura del tic, sono dentro a personaggi al di sotto della soglia. «Non solo rompicoglioni, insomma, ma sconfitti, fuoriusciti. La posizione attardata, ridicola, è il luogo necessario dove covano il loro capriccioso moralismo. Un gradino più su e tutto sarebbe ridicolo». E in Pascale sono completamente assenti sia l’elemento smaccatamente ironico sia quello visionario, sostituiti dalla contemplazione di sé. Così in quest’altra ballata dei giorni dispari, S’è fatta ora, «questi nuovi mal di pancia, scritti ovviamente bene, potranno risultare gradevoli e indigesti, dolci e completamente trascurabili». La chiusa di Maugeri è da applauso: «C’era tanto tempo fa un raccontino della Manutenzione degli affetti che era la fine del mondo. Pare che la manutenzione del Sé si sia mangiato tutto».


Ma prima di questa chiusa Maugeri si era inoltrato in una dissertazione a proposito di alcune frasi di Pascale, nel quale l’autore racchiude la sua poetica: «Bisogna avere cura di rappresentare il mondo... con misura scientifica... se non si conoscono i dati si diventa dei romantici». La rappresentazione del mondo, dissente Maugeri, è solo una delle possibilità della scrittura: «L’assurdo è un altro legittimo luogo del mondo. Perfino il romantico a modo suo lo è. Non una riga di Kafka sarebbe degna di un magistero che guarda solo alla rappresentazione del mondo, non una piuma dell’Albatros di Coleridge». E ride di chi ha preso Verga per un verista: la sua Lupa era puro esotismo. E spesso quello che un autore crede di aver scritto può non aver nulla a che fare con la sua opera: «Ci vollero tutte le ubbie del tetro Stanislavskij, che gli riempì le Tre sorelle di enormi spaventosi giocattoli, per convincere Cechov che forse non aveva scritto una commedia».


Succede poi che alcune riviste accostino salomonicamente due approcci critici allo stesso libro. Naturalmente i recensori hanno lavorato ognuno per proprio conto. Le due letture, di solito, non divergono di molto, ma nel caso di Alessandro Banda (Scusi, prof, ho sbagliato romanzo), esaminato da "Stilos", scopriamo che Anna Longoni, pur collocando il libro nel sottogenere del pamphlet scolastico, riscontra «uno scatto che lo distingue»: Banda sa prendersi gioco della figura – altrimenti sospetta – dell’insegnante che alterna i grifi panni di docente con quelli «non molto più allegri» di scrittore dalle basse tirature. Il «colpo d’ala» di Banda sta nell’immaginare che gli studenti, obbligati a leggere le riscritture in chiave moderna dei classici della letteratura – che dovrebbero renderli appetibili – si fanno «carbonari della parola» e, di nascosto, acquistano le edizioni originali, addirittura non commentate. La Longoni è deliziata dal gioco dei riconoscimenti indotto dall’esercizio delle rielaborazioni dei classici, nelle quali Banda «si diverte con eleganza» utilizzando l’attualizzazione, l’enfatizzazione, il rovesciamento e la contaminazione. Nell’ultima pagina rintracciamo poi l’invito a ritrovare, nell’inferno in cui ci troviamo a vivere, ciò che inferno non è, invito che suggella Le città invisibili di Calvino.

Per l’attiguo Linnio Accorroni, invece, irritato già dal titolo, ammiccante a un gergo tra il paragiovanilistico e la gag demenzial-televisiva, tutto è scontato, a partire dai docenti, tratteggiati come macchiette e battezzati con nomi che dovrebbero far sorridere. Ma quello che meno apprezza è proprio la riscrittura: una «indigeribile risciacquatura degli stereotipi più vieti di certa ultramoderna letteratura di serie B, tanto da provare addirittura nostalgia per l’Ortis vero». Curiosa l’accusa finale di Accorroni, che nell’ultima pagina – a proposito del nominato passo calviniano – invece di gustarsi l’ennesimo riconoscimento, grida al plagio. ♦

 

 

Che cos'è "Recensiamo i recensori"?


 
«Le recensioni sono un genere letterario. Spesso sono più vivaci e interessanti del testo di cui si occupano, però non si parla mai della "qualità" delle recensioni: se ne discute il contenuto, si contestano i giudizi espressi sulla singola opera o ci si diffonde in considerazioni più generali intorno a ciò che ci si dovrebbe aspettare dalla letteratura.

Io sono attratto dalle recensioni in quanto tali, dalla loro forma, dal mestiere che le sostiene, dalla personalità del critico, dagli entusiasmi genuini e dalle mal dissimulate avversioni. E ne vengo attratto, o respinto, indipendentemente dal giudizio espresso e anche dall’importanza che personalmente attribuirei al libro, anzi dall’esistenza di un mio parere sul libro (spesso non l’ho letto, né conto di leggerlo)». Elio Paoloni

 

www.eliopaoloni.it  

 

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