"Recensiamo i recensori" (13ª parte) E-mail

una rubrica di Elio Paoloni (www.eliopaoloni.it)
 

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I GENERI (2)

IL BLOG, FORSE - Le scritture internettiche sono un’ossessione, incombono sul recensore anche quando non paiono applicabili al testo in esame: «Che tipo di libro è?» si domanda Gabriele Pedullà su “Alias” a proposito de L’onda del porto di Emanuele Trevi. «Reportage di viaggio, diario in pubblico? Saggio sull’eguaglianza delle razze umane? Breviario di sapienza mondana a uso di una generazione di quasi-adulti, perplessi e disorientati?». È un blog – si risponde. Oh, ecco. Ma si precipita a chiarire che le consuete confessioni dei blogger sono quanto di più lontano possa esserci dall’«effetto di incanto della prosa di Trevi – qualcosa che è molto difficile da definire, e che si potrebbe descrivere forse come una precisione ottenuta per approssimazione, attraverso una serie di movimenti concentrici, stringendo l’oggetto nelle spire del linguaggio sino a quando, a conclusione di un caparbio percorso di avvicinamenti, le mot juste si offre infine allo scrittore». Dunque? I blog non c’entrano? C’entrano, ci spiega Pedullà, perché dei bloggers Trevi mantiene il rifiuto dell’eccezionalità: non parla dell’India o del quartiere San Giovanni perché ritiene di avere un’esperienza o delle idee fuori dal comune, anzi si pone come un «perfetto semblable e frère» dei suoi lettori. Naturalmente non lo è, perciò per annullare il dislivello, per giungere a un «affratellamento», deve ricorrere a stratagemmi, tra i quali il più forzato è il gergo: bisogna ricorrere alle parolacce per farsi perdonare una digressione sui culti mitraici di Roma o sul modo di rappresentare le onde nelle stampe di Hokusai (mi si lasci dire che questa per l’onda è una vera ossessione della letteratura contemporanea, da Calvino a Voltolini). «Un po’ come quei compagni di classe troppo studiosi» continua Pedullà «che ogni tanto si sentivano in dovere di prodursi in una bestemmia per paura di venir considerati dei secchioni». Non è che per paura di venir considerati dei secchioni, i critici si sentono in dovere di infilare i blog in ogni pertugio?
Un altro difetto rilevato dal critico – strutturale questo – presente nei libri di Trevi è che hanno un’architettura fissa: «che si tratti della cagnetta Bastarda, del poeta e amico precocemente scomparso, di una comunità di bambini del terzo mondo o delle vittime dello tsunami, nelle prime pagine del racconto il protagonista si imbatte per caso in un’incarnazione concreta della sofferenza universale; a quel punto tra l’autore e la genia degli sconfitti si instaura un rapporto di transfert più cristico che psicoanalitico, che fa del testimone un mediatore del dolore dei vinti nei confronti della collettività. Il pericolo, a dire il vero più politico che letterario, è che questa ossessiva immedesimazione nei dannati della terra (alla ricerca di un perdente sempre più perdente) si trasformi in una ideologia creaturale dell’inermità. Che anche Trevi cada prigioniero della retorica della vittima, nella convinzione che più debole e più indifeso risulterà colui in nome del quale prenderemo le armi, più convincente sarà la nostra pretesa di essere nel giusto». E qui Pedullà ridiventa il mio eroe perché bolla la retorica più apprezzata nel recinto dei recensori nostrani.

IL BLOG, DI SICURO. ANZI NO - È blog puro, semplicemente trasposto, quello del libro di Pulsatilla, La ballata delle prugne secche, il cui successo sarebbe dovuto alla cattiveria che la pianta omonima trasmetterebbe all’autrice, «la ragazza del secolo nuovo» secondo la manchette. Ma per Sergio Rotino (“Stilos”) occorre invece prendere le distanze dall’accostamento «alle nuove generazioni di scrittrici da blog, al giovane neofemminismo arrabbiato, alla nuova reductio della donna a oggetto, al cabaret travestito da confessione romanzata». Forse l’autrice ammicca a questa modernità ma la tradizione a cui si rifà è quella orale: il cunto, la narrazione di fatti anche minimi di vita quotidiana, ancora profondamente viva in buona parte d’Italia (infatti la blogger è foggiana). Non è blog verace neanche questo, insomma. In quanto all’autrice, Pulsatilla rifiuta i paragoni con i romanzi chick-lit perché la sua sarebbe una bio-novel, una biografia scritta con tutta la sincerità possibile benché romanzata.

L’OGM - Non bastasse l’irruzione dell’informatica, a moltiplicare i generi letterari ci si mette anche la biomedica: a Domenico Cacopardo (“Stilos”) dobbiamo l’individuazione del genere biotecnologico. L’organismo geneticamente modificato, il discendente «concepito in provetta con un abbondante uso di cellule staminali, in spregio alle posizioni di Santa Romana Chiesa e delle più accreditate forze ambientaliste, di una coppia di autori da tempo scomparsi» sarebbe Il dottor Jekill e mister Holmes di Luciano Randelli. È da presumere che «allo scopo di rilevare il DNA degli autori sia stata necessaria la profanazione dei ricettacoli in cui godono del finale riposo».  

Il LIBRO MODERNO - Ma la modernità non è solo tecnologia: è nei sentimenti, nei comportamenti, che se ne ravvisano gli estremi. Resta anonimo (e il recente sciopero delle firme non c’entra) il curatore della rubrica “Libri” del “Foglio”, dove appaiono recensioni di rado interessanti, spesso semplici riassuntini del libro, indegni di un quotidiano snob, che pretende di essere spiritoso fino alla fatuità o profondo come nessun altro giornale può permettersi. Occupandosi però de L’anno luce di Giuseppe Genna, l’anonimo sembra individuare il nuovo genere: «Un libro moderno. Moderni sono i personaggi di cui narra, moderno il mondo in cui si muovono. Non si tratta semplicemente dello stile cui l’autore affida il racconto – affilato, a tratti tanto crudo da essere sgradevole – né del ritmo, che è veloce, sincopato. Il più evidente e autentico aspetto di modernità sta nella pressoché totale mancanza di morale che governa quel mondo e ispira le azioni di chi lo popola. Alla incompetenza etica dei personaggi e alla conseguente amoralità delle scelte che compiono – in ogni dimensione dell’esistenza, da quella amorosa a quella professionale – si accompagna una sorta di anestesia emotiva che non consente di riconoscere i sentimenti né tantomeno di elaborarli. Il mondo interno degli uomini e delle donne che l’autore presenta tende a produrre azioni, non pensieri, oppure, quando agire è impossibile, o insufficiente, a implodere».
Quella dell’«incompetenza etica» è una formula che travalica le consuete categorie scomodate di solito per definire la modernità (relativismo, indifferenza, immoralità, aridità, rifiuto dei valori consolidati). Il concetto
inquadra generazioni che non hanno la capacità di maneggiare la morale, che non sono neppure in grado di rifiutarla o modificarla: semplicemente non la conoscono.

IL CICLISTICO - Questa categoria non va confusa con quella genericamente sportiva: di solito i giornalisti sportivi hanno un campo di riferimento ben preciso e gli scrittori hanno uno sport d’elezione che diventa la loro metafora consueta, il loro sfondo tridimensionale e immancabile. Il morbo ciclistico invece ha contagiato, di volta in volta, giornalisti sportivi d’altre parrocchie, illustri sedentari e composte signore, tutti quelli, insomma, che hanno «la penna caricata a narrativa». In questa recensione, pescata sul web (“Italia internazionale”, 9 maggio 2006) ogni autore trova la sua collocazione agonistica: «Scalatori come Orio Vergani, Dino Buzzati o Indro Montanelli. Passisti come Giovanni Testori, Anna Maria Ortese, Vasco Pratolini. Discesisti alla Gianni Brera. Sprinter come Alfonso Gatto. Finisseur alla Achille Campanile». È una sindrome continua il recensore che ha a che fare «con la nostalgia dell’epica, quel bisogno di raccontare gli eroi e le loro gesta, gli amori, le passioni, le fughe, la strada bianca, la salita che sfiora le aquile, l’uomo solo al comando con la maglia bianca e azzurra e il suo nome è Fausto Coppi, i camosci e gli aironi, gli eterni secondi e i succhiaruote».
Neppure Gian Luca Favetto è sfuggito alla sindrome. Ha scritto Italia, provincia del giro per Mondadori. In tempi troppo squallidi, sembra, per dedicarsi all’epica. Ma, argomenta il recensore, «il segreto del Giro è nei paesi che tocca. È tornare a studiare la geografia, scienza ormai esiliata anche nelle scuole. È ricordarsi passi, fiumi e paesi che sembrano stare lì soltanto perché ci passa la maglia rosa». Sono imprese di eroi con additivi, però «l’epica, in fondo, non ha bisogno di campioni puliti. Nessuno ha mai rimproverato ad Achille il tuffo nello Stige. Neppure Ettore si è mai lamentato che quel figlio di una ninfa fosse dopato». Eppure manca il sogno. Una volta c’erano i soprannomi, «non è un caso che l’ultimo ad averlo sia stato Marco Pantani, il Pirata». Dunque il segreto del Giro deve essersi perso da qualche parte. Sarà perché «è lo sport più difficile da simulare alla Playstation»?

IL CANNIBALE - Edoardo Camurri sul “Foglio” festeggia a modo suo il decennale dell’antologia Gioventù cannibale, ripubblicata da Einaudi: «A dieci anni si diventa dei rompicoglioni pazzeschi. Gli scrittori dell’antologia sono dei petulanti di talento che tirano per la giacchetta mamma e papà per far vedere come sono bravi a fare le porcherie e che anziché beccarsi il pedagogico ceffone si sentono dire, viziatissimi, che sono innovativi e finalmente liberi e decisamente emancipati. La situazione è questa: “Mami, guarda che bel bolo ho fatto con la pizza”. “Papi, vieni a vedere nostro figlio, è un genio, ha detto bolo!”. I cannibali, in realtà, sono dei perbenisti: in uno dei racconti antologizzati Aldo Nove scrive di due amichetti che trascorrono i pomeriggi al centro commerciale, che osano guardare “Ok, il prezzo è giusto!” anziché leggere Deleuze, che bevono liquori scadenti e che, appena possono, si masturbano allegramente davanti alla tivvù. Storie di adolescenza comune, non proprio esteticamente esaltanti, ma antropologicamente normalissime. Il punto è che Aldo Nove, come se fosse una rispettabile signorina vittoriana qualunque, sentendosi intimamente disgustato, decide di fare in modo che i due protagonisti finiscano con il dissanguarsi tagliandosi il pene. Una parabola, un apologo da catechismo ottocentesco. Eppure, anche per la gioia sfrenata che danno le parolacce e i fiumi di sangue, i cannibali sono considerati quanto di più innovativo abbia prodotto la letteratura italiana degli ultimi dieci anni».
Non so se scrivendo questo pezzo Camurri fosse a conoscenza del poema mariano che Aldo Nove si apprestava a pubblicare per Einaudi (con un’anticipazione su “Poesia”). Da un lato questa svolta devota sembra contraddire le considerazioni del recensore: i dieci anni non sono passati invano per Satta Centanin, nonostante il ripescaggio della sua roba splatter da parte dell’editore. Dall’altro, aver accostato il racconto di Nove al catechismo risulta meno peregrino di quanto non fosse prima di questa notizia: anche se  Maria è in un Etere d’altra natura rispetto all’etere che veicolava la Mary di “Non è la Rai” vagheggiata nel racconto Pensieri di Woobinda, l’anafora con cui quella Mary aveva, a un certo punto, accenti da Cantico dei Cantici. «Mary sconfiggerà questa noia che non ha mai fine» scriveva allora Aldo Nove. Il serpente del terzo millennio non è proprio questa noia infinita? Mary prefigurava Maria.

IL NOIR - Ci sarebbe da indagare sul rapporto tra il bolo cannibale e l’esplosione del noir: sangue e pessimismo in entrambi i generi, in fondo, con lo sperimentalismo iniziale dei figli di papà spalmato in seguito su più tradizionali e molto più vendibili intrecci. Troppa grazia, in ogni caso, secondo Goffredo Fofi (“Il Sole-24Ore”), troppi noir: «per un Giorgio Todde quanti scriventi cincischiano storielle con sangue avariato o acquosissimo? Prendiamo l’antologia stabilita da Giancarlo de Cataldo, Crimini: ci sono due o tre racconti-sceneggiatura, ben costruiti, pronti per il cinema o la televisione, il farsesco e super-trash Ammaniti-Manzini, l’ottimo Carlotto (mestiere, ma che mestiere!), De Cataldo che giustifica le sue convenzioni come fiaba, e ci sono un De Silva che sembra abbandonare altre ambizioni per il genere, Fois sempre più attento alla ricerca di uno stile forte, Dazieri che gioca come Ammaniti con la televisione, ma senza il suo estremismo comico-satirico… e c’è l’abile Camilleri, ogni tanto stucchevole, e, in fondo alla mia lista, il supervacuo Faletti, che fa sembrare gli altri dei grandi. Solo Lucarelli va qui oltre il gioco, verso una realtà che sa così di vero da imbarazzarci». A ogni modo, considera Fofi, «si finge di parlare del nostro oggi ma i temi affrontati sembrano nuovi luoghi comuni intermediatici».

L’EPISTOLARIO - L’epistolario è un genere antico, rinverdito in qualche modo dal magnifico La concessione del telefono di Andrea Camilleri (che però, oltre alle epistole, infilava verbali e promemoria) e ormai inflazionato nelle declinazioni elettroniche. Genere impervio per la critica, secondo alcuni. Gli epistolari non si recensiscono: «Alle lettere si può solo rispondere» dice Alfonso Belardinelli (“Il foglio”) rivolgendosi all’autore de L’amorosa inchiesta, Raffaele La Capria (in passato gli aveva detto «mi interessa più camminarti accanto che guardarti da lontano, più parlare con te che definirti»). Conferma Antonio D’Orrico (“Magazine”): «Caro Raffaele La Capria, le scrivo questo articolo in forma di lettera ed è quindi un modo, il mio, di restare dentro il suo libro, di non staccarmi da esso, di fargli omaggio». E a proposito della terza e ultima delle lettere che compongono il libro, D’Orrico scrive: «mi fa pensare che lei, Raffaele, abbia oltrepassato la letteratura, che sia in possesso di una formula magica che le permette di andare oltre l’alfabeto, il dizionario, l’inchiostro». ♦


N.B.  Per non appesantire la lettura mi sono preso la libertà di ricucire brani delle recensioni citate senza evidenziare i tagli con puntini di sospensione e parentesi. Me ne scuso con gli autori.

 

Che cos'è "Recensiamo i recensori"?


 
«Le recensioni sono un genere letterario. Spesso sono più vivaci e interessanti del testo di cui si occupano, però non si parla mai della "qualità" delle recensioni: se ne discute il contenuto, si contestano i giudizi espressi sulla singola opera o ci si diffonde in considerazioni più generali intorno a ciò che ci si dovrebbe aspettare dalla letteratura.

Io sono attratto dalle recensioni in quanto tali, dalla loro forma, dal mestiere che le sostiene, dalla personalità del critico, dagli entusiasmi genuini e dalle mal dissimulate avversioni. E ne vengo attratto, o respinto, indipendentemente dal giudizio espresso e anche dall’importanza che personalmente attribuirei al libro, anzi dall’esistenza di un mio parere sul libro (spesso non l’ho letto, né conto di leggerlo)». Elio Paoloni

 
 
© Copyright 2007 Elio Paoloni (originariamente pubblicato su "Fernandel" n. 60, aprile-giugno 2007)  

 

 

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