Trentarighe - dicembre 2011 «Catalogo»
Ma ci pensate che Trentarighe va avanti dall'ottobre 2007? E ancora arrivano testi. Chi lo immaginava quando ho proposto questa rubrica a Fernandel. Sì, sono in ritardo con la pubblicazione dell'edizione "catalogo", stavolta anche a causa di un computer bruciato e di settimane d'affanno per recuperarne i dati da vari backup nessuno dei quali completo.
Stefano Mascella, con Il dubbio, mi è piaciuto perché con un dialogo mette in evidenza una cosa che sembra anche a me interessante e (se posso permettermi) preoccupante: la convivenza in molti “gggiovani” di istinti di ribellione più o meno impegnata da un lato, e di subordinazione un po' acritica al consumismo dall'altro. So che questa parola, consumismo, è logora e mi dispiace, ma la uso per riferirmi a ciò che, se calato nella narrativa contemporanea, diventa per esempio citazione quasi religiosa di oggetti del desiderio come la Nutella o le caffetterie Starbucks o l'Ikea (vero Eugenia Cavallaro?) o non so cos'altro. Come si fa volere la rivoluzione sociale ed essere così banalmente schiavi di qualche brand per giunta così banale?
Rosalia Messina forse non lo sa, ma con Quasi
come te entra nell'alveo di un grande classico di Trentarighe: i racconti
che mettono in scena forme inquietanti di automi. Perché questo filone che
suona a me un po' datato, tipo il primo Vonnegut anni ’50 (leggetevi il
racconto d'apertura degli inediti usciti in Italia da poco per ISBN) sia così
comune tra gli autori Trentarighe, è un mistero.
Hildy Friday con il suo Catalogo
dell'umana insoddisfazione ha secondo me due difetti: il primo, crea
confusione per l'uso del "tu" verso il lettore da parte di un
protagonista che non è un io narrante ma una voce terza. Il secondo: cede ad
alcuni luoghi comuni (l'ora di punta nel traffico eccetera). La vita ha aspetti
logori? Lo so, ma forse è il nostro compito di narratori cercare almeno di
vederla da un punto di vista non dico a tutti i costi sorprendente, ma insomma.
Un po' sinistro il Bambitraffico di
Pierangelo Consoli. C'è una frase verso l'inizio che non ho mica tanto
compreso: «capivo che il guadagno è una vita in un luogo di confine mai
familiare». Decifrazione a parte, sa un po' di sentenza, o sbaglio?
@Eugenia Cavallaro (Lo sporco mestiere di
Vito Lamiera): il narratore di questo brano dice che per scrivere bisogna
isolarsi dal mondo. Stavo già mentalmente protestando quando ho visto nel
finale che si parla di scrittura di servizio e non letteraria. (Occhio Eugenia
agli aspetti anche più minuti e noiosi dell'ortografia – tipo il verso degli
accenti, il "sì" che si scrive così).
Tra il tenero e il macabro questa volta Monica Tantardini con Modello C23 confort. Il tema delle
malattie senili è sia d'attualità sia frequente in Trentarighe, e mi viene in
mente il grande Mauro Covacich, che con In
nome tuo (che in parte riprende con dubbia operazione un testo già da lui
pubblicato con un nom de plume sempre
per Einaudi) è ancora più avanti nella scala della dissoluzione, e parla di
suicidio assistito.
Ha il titolo quasi identico a un altro libro di Covacich (quale? Vediamo chi ha
la risposta più pronta alla casella di posta di Trentarighe) l'intenso Prima di sparare di Francesco Segoni.
Con il piglio e il metro di una ballata autoanalitica e lucida alla Guccini, ma
in un tono appena più forbito e con un bel nitore martellante, il narratore si
guarda indietro. Mi è piaciuto, e vince questa edizione, con i miei
complimenti.
Bello e per certi versi simile anche Vertigine
delle liste di Luciana Zennaro, anche questo intimista e tagliente. Non
sapendo bene scegliere tra i due, propendo per la vittoria a Francesco Segoni e
il titolo di finalista a Luciana Zennaro, che aggiungo alla lista dei
complimenti.
Il prossimo concorso prevede invio dei racconti entro il 20 marzo 2012 per la
pubblicazione ad aprile. Tema: led. Occhio al regolamento.
MG
Prima di sparare
di Francesco Segoni
Un’adolescenza che a dirla tutta non saprebbe nemmeno più descrivere. Una
laurea presa con facilità imbarazzante, ma non voluta né tenuta in gran conto.
Una prima fetta di vita trascorsa a tutto vantaggio di qualcun altro e
archiviata con uno sbuffo stanco di sollievo, per riporla nel cassetto più
scomodo come si fa con un orribile oggetto di famiglia che non si può proprio
buttare via. Alcuni amici, come tutti. Una serie di amori e di passioni. Voci e
profumi da rievocare in sequenza come si ripassa un elenco, controllando che il
luogo e l’anno sull’etichetta siano corretti, spolverandoli di tanto in tanto
perché lo aiutino a ricordare di cosa è stato capace. Volti incorniciati come
attestati di vita vissuta, parole conservate in bustine trasparenti come gli
indizi raccolti nella stanza di un omicidio. Amori veri, ingenui, a volte
esaltanti, spesso immaturi. Poi quello più solido, più onesto, che resiste ma
si appanna (figuriamoci, pensa). Una carriera che è la replica scialba del
curriculum di studi: capitata senza cercarla, accolta senza proteste perché è
meglio essere prudenti. Un figlio che adora e che è per questo la sua condanna.
Un cocker spaniel sempre allegro. Quella volta che le sue foto furono esposte
nella galleria in centro.
Finalmente, un giorno, il coraggio del sogno. Coccolato, agognato, sperato,
divorato. Poi fallito, maledetto rabbiosamente e infine accantonato con saggia
rassegnazione (un terzo colpa mia, un terzo colpa loro, un terzo destino,
pensa).
Davanti a sé: mille possibilità intercambiabili. Avvolte tutte quante nel
silenzio cupo della sua indifferenza. Non si può scegliere di venire al mondo,
pensa. Ma si può decidere come e in quale momento preciso andarsene.
Francesco Segoni ha 39 anni e da qualche mese vive a Parigi.
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Commenti
Evidentemente non si capisce questo non irrilevante dettaglio.
Rosalia Messina
A presto Monica.
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