Reportage da tre continenti e mezzo
(una rubrica di Serena Corsi)
Scaricalo e stampalo
A metà strada tra le nuvole e il Bosforo
È la stagione in cui le cicogne migrano sorvolando il Bosforo, spalancando le ali a metà strada fra un mare grigiastro e nuvole compatte che fanno da solida trincea al sole autunnale.
Piove da una settimana a Istanbul, e l'odore di asfalto bagnato è persino più forte di quello delle sardine fritte che i chioschi sotto il ponte di Galata diffondono sulla banchina dei traghetti per i quartieri asiatici.
Io e Meltem, la mia cicerona e traduttrice turca, vaghiamo per la città con le scarpe zuppe, snobbando la miriade di taxi che, per ripicca, ci proiettano addosso cavalloni di pozzanghere. Non ci importa molto: ciascuna di noi osserva la città con occhi di incanto. I miei sono quelli dell'intrusa, i suoi quella della figliol prodiga che rimette piede a casa con la speranza di restarci.
Meltem, ventotto anni, è appena tornata dopo un lungo periodo trascorso a Londra, e non sa più dove vuole vivere: lasciarsi alle spalle la malinconica – e per lei familiare – bellezza di Istanbul non è cosa facile. Rinunciare a una vita nella city, cuore pulsante della vecchia Europa, nemmeno. È in mezzo a questo dubbio che l'ho incontrata, coi suoi denti sporgenti e il suo sguardo un po' secchione e un po' ribelle.
Da ore vaghiamo insieme nel centro di Pera, la parte antica della sponda europea di Istanbul, finché eccoci di nuovo all'imbocco di un vicolo con la sala da tè che fa angolo, e i suoi giocatori di domino chini ai tavolini di legno sul marciapiede. Ci siamo passate pochi minuti fa, ma solo ora ci accorgiamo che bastava alzare gli occhi, sollevare la testa incontro alla pioggia, per veder svolazzare sull’ultimo balcone di quel palazzo fatiscente la bandiera arcobaleno dell’orgoglio gay. È lì che ci aspetta per un'intervista Demet Demir, la ragione della mia venuta a Istanbul.
L’androne del palazzo è buio, la scala angusta, le pareti piene di muffa e
graffiti, ma il chiasso che proviene dall’ultimo piano, dove siamo dirette, ci
rassicura e ci guida. Durante le cinque rampe di scale incontriamo solo un
calzolaio, che si sporge da sopra un paio di stivali per lanciarci una
strizzata d’occhio piuttosto inusuale da queste parti: dev’essere abituato a un
certo via vai di gente, e forse non si scandalizza con facilità. Forse all’inizio
non gli faceva piacere che la sede del movimento transessuale turco fosse
proprio nel palazzo dove lui esercita una professione così limpida; poi però
avrà trovato nella compagine dell’ultimo piano le sue più assidue clienti di
tacchi e lampo, e avrà fatto buon viso a cattivo gioco.
Guadagnato l'ultimo pianerottolo, stiamo riprendendo fiato dalla rapida salita
quando la porta dell’appartamento si apre gettando un fascio di luce
sull'androne scuro, e una tizia impeccabile allunga le braccia e ci afferra per
un polso. Sorride, compiaciuta che le sue indicazioni siano bastate a salvarci
dalla pioggia e dall'ubriacante dedalo di Pera, confermando così di essere
Sewal, quella con cui abbiamo parlato al telefono. Poi, trascinandoci come se
fossimo due bambine che devono attraversare una strada trafficata, ci introduce
nell'ambiente scusandosi per il caos. Dobbiamo concentrarci per individuare un
paio di seggiole libere da libri, manifesti arrotolati e portacenere pieni fino
all'orlo.
L'appartamento è minuscolo, un'unica stanza con un cucinotto addossato alla
parete. Se non altro è all'ultimo piano, quindi nei giorni di sole dev'essere
magnificamente inondato di luce. Mentre Sewal e Meltem si scambiano qualche
convenevole in turco, mi affaccio alla finestra e noto che i giocatori di
domino, laggiù sulla terraferma, guardano in alto per capire se eravamo dirette
proprio qui, nell'appartamento della bandiera. Non faccio in tempo a replicare
con un sorriso sornione che quelli, colti in flagrante, tornano in fretta a
fissare le pedine.
Appena seduta accetto la tazza di tè che Sewal mi offre. È l’unica a parlare
inglese fra le donne che, come ogni giorno, si sono date appuntamento nella
sede del movimento per fare il punto sulla rivoluzione che stanno portando avanti
in una delle società più maschiliste del mondo. È un ritrovo che sa di rituale,
una boccata d'aria prima di ricominciare il lavoro tipicamente notturno di chi
non può trovarne altri, perché ha una voce troppo maschile per corrispondere a
quel rossetto e a quel seno.
Sewal sa bene che io e Meltem siamo venute qui soprattutto per ascoltare la
storia della sua amica e compagna di lotta Demet, ma visto che lei non è ancora
arrivata, non resiste a parlarci un po’ di sé, smitragliando informazioni in
ordine sparso, ovvero che non deve più prostituirsi, perché grazie al fidanzato
ha trovato lavoro come promotrice in una fondazione di lotta all’Aids; che lui
non è nemmeno sposato, e anzi magari un giorno lo sarà con lei; e che in fondo
un po' li rimpiange, quegli anni in prima linea a Ulker Street, che è la via
della prostituzione di Istanbul. In quegli anni Sewal aveva ben cinquanta
sorelle, e si sentiva forte come se lei da sola fosse stata tutte loro, mentre
Demet all'inizio le trattava come se fossero tanto fragili da rompersi alla
prima scossa, ma si sbagliava... E proprio quando colgo il frettoloso accenno a
Demet, condottiera tra le amazzoni, sentiamo l'inconfondibile, internazionale
rumore di una chiave che gira nella toppa.
Eccola, Demet. Arriva con quasi un’ora di ritardo. Ma questo è davvero l’unico
tocco da diva che si concede. D’altra parte è passata così tanta acqua sotto i
ponti, da quando un tocco di stile serviva a sbarcare il lunario, che Demet ha
rinunciato a sottana e collant, così come a tingersi regolarmente i capelli,
che ora mostrano la loro parte di bianco nella zona della scriminatura. Oggi
veste un impermeabile grigio, stile investigatore privato, e pantaloni verdi a
sigaretta su scarpe da passeggio col dono della semplicità, senza tacco né
apertura sulla punta. Tutta l'aria di chi vuole stare comodo nei vestiti, dopo
averci messo decenni a stare comodo nella vita.
Non è la donna più bella della stanza, oggi, eppure è stata la transessuale più
desiderata di Ulker Street, e non solo dalla polizia, che in trent’anni l’ha
arrestata qualcosa come trecento volte, talvolta solo per poche ore, giusto il
tempo di abusare di lei o di estorcerle qualche lira turca per aggiungere la
beffa al danno. È stata la transessuale più desiderata anche da politici,
uomini di spettacolo e di successo, volti noti dell'establishment turco; tutto
ciò grazie a quel fascino palpabile, da fuori serie, che dà un'intelligenza
tagliente come la sua. «I turchi non crederebbero alle loro orecchie se facessi
l’elenco di tutti i personaggi pubblici che ho avuto nel mio letto. Al buio
nessuno è veramente musulmano» dice succhiando una caramella che dovrebbe
distrarla, ma è un compito ingrato, dalla voglia di fumare una sigaretta.
Sopracciglia folte, niente trucco, zigomi pronunciati, sguardo severo che alla
prima battuta si stravolge in un sorriso aperto ma vagamente stanco: mi chiedo
se sia stufa, Demet, di raccontare la sua storia a giornalisti e curiosi di
passaggio. Mi rispondo che comunque ci sono cose che a raccontarle ci si
riappassiona ogni volta, anche se all’inizio non se ne aveva voglia e si
sarebbe rimaste più volentieri a casa ad accarezzare il gatto. E ci si
appassiona tanto più se si raccontano a qualcuno sbucato dal nulla, ancorato a
un'altra vita e a un altro mondo, uno che sembra non aspettare altro che farsi
rapire dalla tua storia. Sono certa che Demet colga nei miei occhi incantati il
capolavoro che ha compiuto vivendo, perché parla fissandomi con attenzione
sempre maggiore e, procedendo nel racconto, anche con quella che sembra una
punta di commozione.
E c'è Meltem accanto a me, tutta presa ad assorbire un pezzo del suo paese che
prima ignorava e a tradurlo sottovoce in una specie di cantilena, quasi fosse
in trance.
Nei miei ricordi so di essermi sentita femmina fin dai cinque, sei anni. Ero il
cliché vivente, infallibile, del bambino che si mette più volentieri i vestiti
delle sorelle che i propri. Ma cosa mi piaceva soprattutto, di quei vestiti?
Non l’aspetto, i colori, non l'intenzione di evidenziare certe forme.
Era l'odore. Quell'odore con cui cercavo di impregnarmi tutta. Volevo essere
io, quell'odore perfetto e irraggiungibile.
Da allora sono stata prigioniera in un corpo di uomo e, per buona parte della
mia giovinezza, sono stata anche un ragazzo prigioniero di questo suo segreto.
Come se a casa mia non sapessero; sapevano eccome. Era troppo evidente la mia
inadeguatezza. Ma in quante case si sa, si capisce, quello che poi si corregge
con una cocciuta indifferenza o, se necessario, con la forza?
Con me non sono bastate né l'una né l'altra. Ancora giovanissimo, sospinto
dalla paura di arrivare a odiarmi, capii presto che il primo passo da fare era
diventare una persona di cultura, mettere a frutto quell’intelligenza per cui
tutti mi lodavano, e prendere così un po' di tempo.
Non capivo bene il perché della distanza che sentivo tra i miei cari e me,
quell'aria fredda che mi teneva lontana. Non sapevo che nome dargli, ma quella
distanza mi ha fatto crescere in fretta. A volte vorrei poter abbracciare quel
ragazzo che si preparava a una vita complicata, per dirgli che tutto sommato se
la caverà. Mi dispiace per lui, ecco... non per me.
Fui uno studente modello. Nonostante i modi sempre più effeminati e i vestiti
sempre un filo troppo attillati... Per molti professori era frustrante dare
buoni voti a uno scandalo come me, ma anche così ero tra i migliori della
scuola. Dai libri alzavo gli occhi quasi solo per sostenere con orgoglio gli
sguardi che mi sentivo addosso. Prima ancora di cominciare a resistere mi ero
imposto di esistere, e di farlo così com'ero. La mia voce, il mio modo di
reggere la penna, di sfogliare i libri: mi usciva da ogni parte quello per cui,
avessero potuto, tutti mi avrebbero rinchiuso a tripla mandata.
Si sa, quando si tratta di sesso il meglio e il peggio del genere umano sale in
superficie, soprattutto nei luoghi in cui ciascuno è abbandonato a una
solitaria quanto affannosa ricerca sull'argomento, come in Turchia. Ecco perché
negli occhi dei miei compagni di scuola leggevo sentimenti ambivalenti:
inquietudine, curiosità, odio, invidia, attrazione.
Armandomi di faccia tosta riuscii comunque a inserirmi in qualche gruppo
politico e cercai di convincere i miei coetanei a discutere di tematiche
sessuali. Ma era troppo presto, e la mia ambiguità non era vissuta bene dai
compagni. Figurarsi l'idea di trasformarla in un cavallo di battaglia per la
lotta di classe. I socialisti turchi degli anni ’70 erano ancora profondamente,
esplicitamente maschilisti: a volte sentivo di avere più ragioni per temere
loro che non i timorati islamici che distoglievano lo sguardo appena
incontravano il mio, e non si preoccupavano di pensare che il mio destino
potesse in qualche modo coincidere con il loro.
Ma, anche così, mi ostinavo a far parte della lotta. Venni
arrestato la prima volta a diciannove anni, alla manifestazione del primo
maggio del 1980. Quando fui rilasciato vennero a prendermi i miei genitori, dai
quali mi aspettavo indignazione e forse botte. Invece no. Mio padre mi sembrava
quasi sollevato. Capii che per lui la militanza politica rappresentava la
speranza, quasi concreta, che in fondo non fossi frocio. Tra le due, meglio
comunista! Come poteva immaginare che ero entrambe le cose? Era una quantità di
sfortuna inconcepibile per un padre.
Ma non avevo molto tempo per occuparmi dell'inquietudine che provocavo nei miei
genitori. Nel settembre di quello stesso anno ci fu il colpo di stato dei
militari, e cademmo dalla padella alla brace. Con l'arrivo dei militari
nessuno, nemmeno tra i militanti politici, voleva farsi trovare in compagnia di
un personaggio come me, ricettacolo di deviazione sessuale e apologia marxista.
Rimasi solo. La frustrazione e la solitudine mi portarono a conoscere le
bettole delle case di appuntamenti, le prime esperienze di prostituzione;
l'abbandono della speranza, talvolta dell'amore per me stesso. In quei mesi il
mio rapporto con Istanbul, che era sempre stato quello ordinario tra una
metropoli e chi ci vive senza averla scelta, divenne di amore e di odio allo
stesso tempo. Sentivo che mi minacciava eppure mi proteggeva; la vedevo
bellissima e infame, ora assolutamente mia e ora dolorosamente sfuggente.
Intanto, la mia vita precipitava insieme a quella della nazione. Lasciai gli
studi, emarginato dal mondo universitario. Se schivai l'eroina fu per pura
fortuna, o forse in questo mi venne in soccorso una sorta di pudore piccolo
borghese: quel mondo era così diverso da quello in cui ero cresciuto, che mi
convinsi a starne lontano. Eppure percepivo con un fondo di timore e di
orgoglio che mi apparteneva di più di quello in cui venivo trattato con
imbarazzo o pulsante vergogna.
Come se non bastasse, in quegli anni avevo iniziato a farmi crescere i capelli.
Almeno questa, mi dico adesso, avrei potuto risparmiarmela, in un momento come
quello, coi militari al potere...
Comunque, la pressione sugli omosessuali continuò a crescere finché i pochi di
noi che si erano apertamente dichiarati vennero arrestati e portati in
minuscole città dell’interno. Una sorta di confino da cui alcuni non sono
tornati. A me per fortuna questo confino non è capitato: sarei morto di noia
prima che di tortura.
L'inevitabile però accadde una mattina del dicembre del 1982. Un maledetto
inverno spazzato da venti asiatici, di quelli adatti solo a stringersi gli uni
agli altri nei cimiteri, o, se tutto va bene, in un bar a bere elmaçai,
il nostro tè alla mela... E questo stavo facendo io, come un turco qualsiasi,
solo in un bar di Istanbul, nel quartiere in cui ormai mi conoscevano tutti, e
nel quale a forza di scamparla avevo finito per sentirmi al sicuro.
Entrarono e mi portarono via, semplicemente. Non opposi resistenza e nessuno
nel bar incrociò il mio sguardo mentre i poliziotti mi sbattevano in macchina
e, da lì, in galera.
Ci rimasi quasi due anni, nel corso dei quali non ricevetti una sola visita,
nemmeno di mia madre o delle mie sorelle. Quanto agli altri detenuti, persino
quelli politici mi escludevano.
Rimani vivo, mi dicevo.
Poi, per farmi ancora più forza, iniziai a dirmi: Rimani viva. E poi mi diedi
un nome: Demet.
Rimani viva, Demet. Non dargli questa soddisfazione.
Un eterosessuale non sarebbe sopravvissuto alle torture e all’isolamento
psicologico che ho dovuto affrontare. Che ci si può aspettare da un effeminato
comunista rinchiuso in un carcere turco durante il regime militare? Che non
torni mai più a vedere la luce del sole, quella luce irripetibile che si
riflette nel Bosforo per mandare i suoi riverberi nei vicoli di Sultanhamet,
sulle lenze dei pescatori di Galata, nei negozi d'antiquariato di Karakoy.
Quella luce che quasi mi accecò quando uscii, viva e, a dispetto di tutto e di
tutti, più determinata che mai. Una saggezza con la consistenza di una
cicatrice mi era germogliata dentro durante il braccio di ferro con la morte
che alla fine avevo vinto io.
In isolamento ero arrivata alla conclusione che per combattere con qualche
speranza di vincere, bisogna prima di tutto cercare di essere felici. È questa
l'unica regola, il comandamento della vita. Altrimenti non si può sperare di portare
dalla propria parte la gente normale, quella che annaspa per una domenica di
bel tempo con qualche traccia d'amore, quella che agli altri non invidia certo
coerenza e coraggio, se mai prove di inconfutabile, sia pur passeggera,
serenità.
Così uscii allo scoperto: il mio doveva essere un grido di libertà a
trecentosessanta gradi. Nel corpo e nell’anima avanzavo nella mia transizione.
Cominciai a vestirmi da donna anche di giorno, alla luce di quel sole che mi
era mancato in maniera feroce per due lunghi anni. Dissi addio ai miei genitori
un istante prima che fossero loro a dirlo a me, balbettanti di vergogna.
Intanto nelle sedi di partito insistevo per introdurre nell’agenda la questione
di genere, i diritti civili e quelli sessuali. All'inizio degli anni novanta un
partito molto in voga – e ben poco votato – il partito Verde Radicale, fu il
primo a farsi carico di questi argomenti, e mi aiutò a divenire il primo
delegato transessuale nell’Organizzazione Turca per i Diritti Umani.
Per sopravvivere, intanto, mi prostituivo a Ulker Street. Dove la polizia ci
costringeva a prestazioni gratis oppure ci picchiava, ci arrestava, ci metteva
sottosopra la casa. Se non fossimo state tutte sorelle, disposte a prendersi
l'una gli insulti e i calci dell'altra, tutto sarebbe andato avanti così per
sempre. Ma sai che cosa accade, quando qualcuno che ami viene picchiato e
umiliato? È molto peggio che se lo facessero a te. Le altre mi sembravano tutte
così fragili, come se le loro ossa sporgessero dalla pelle e i loro nervi dalla
carne…
Ma ora so che nessuna di loro era fragile. Fragili erano quelli come noi che
erano rimasti dentro ai panni in cui erano nati, senza trovare il coraggio di
uscirne mai. Fragile era il cameriere del battello per Uskudar, che ogni
mercoledì pomeriggio mi serviva tè alla mela sottocoperta, piantandomi negli
occhi uno sguardo zuppo di rimpianto mentre il mare giocava col nostro
baricentro, e le sue parole venivano portate via dalle cicogne del Bosforo
prima che potesse pronunciarle.
Fragile era l'equilibrio della mia famiglia, strappatasi di dosso il suo figlio
migliore. Fragile era la maschera moralista dei politici. Fragili i discorsi
retorici dei leader religiosi. Fragili sono le menzogne.
Non noi.
E allora, coraggio per coraggio, decidemmo che tanto valeva rompere il silenzio
e dichiarare guerra.
Era giugno, il magnifico giugno del 1988, quando tutti i transessuali di
Istanbul andarono a sedersi a Taksim Square, il cuore della città moderna, per
protestare contro gli abusi della polizia. Sewal, la vedi Sewal?, mi sembrava
una ragazzina. Lo era. Per lei era l'inizio di tutto: appartiene a una
generazione che, se non altro, ha scampato la merda e la violenza dei militari.
Ecco perché il suo sorriso è più limpido, più completo. Vedi, è come una figlia
per me, una figlia di lotta. O forse una sorella minore, visto che non ha
ereditato il mio senso dell'umorismo...
Sono passati ventidue anni da quel giorno del 1988 in cui fui fiera, per la
prima volta, che le telecamere mi inquadrassero così com'ero. Che la mia
Istanbul, tutta intera, vedesse chi ero diventata.
Quasi senza accorgermene, a partire da quella giornata cui avevo convinto tutte
a partecipare, diventai la portavoce del movimento. Crebbe l’attenzione su di
me, e così anche la repressione della polizia. Nel 1991 venni accusata
ingiustamente di aver parlato male di Atatürk, il padre della Patria, e
incarcerata per 2 mesi.
Ma questa fu molto diversa dalla prima esperienza in carcere, perché stavolta
non rimasi sola. Le mie sorelle e le organizzazioni dei diritti umani rimasero
al mio fianco finché non fui liberata, e la mia detenzione si trasformò in un
boomerang mediatico per i miei persecutori.
Gli anni che seguirono furono un crescendo di lotta e resistenza. Oh, non solo
per noi: com'è cambiata la Turchia in quegli anni… Quanta gente ha lasciato
l'incanto delle campagne per perdersi in questa città fatta di puzza di pesce a
buon mercato e di tappeti contraffatti, di tassisti imbroglioni e di
appartamenti angusti e fatiscenti: eppure chi, una volta arrivato qui, è capace
di lasciare questi vicoli in cui rimbalza il canto del muezzin, questo
saliscendi di strade e visioni, questo convivere di millenni in un giorno solo?
Io ormai ho viaggiato in tutto il mondo, il mio nome è comparso su manifesti
scritti in tutte le lingue, compresa la tua: ma non ho ancora trovato una città
bella nel modo struggente in cui è bella Istanbul.
Amo questa città. Tanto che ho già dichiarato pubblicamente quale dovrebbe
essere il mio destino: lanciata dall'auto in corsa di un bigotto pervertito,
barcollare ferita in un vicolo di luce giallognola nel cuore della notte,
agonizzare al suono dei muezzin che cantano la preghiera dell'alba, morire su
un marciapiede pisciata da gatti indolenti e lavata dalla pioggia salata del
Bosforo; essere raccolta cadavere da una studentessa coraggiosa, infine
ignorata da una polizia vigliacca. Sarebbe la fine più degna per questa città,
e non mi farebbero un dispetto a regalarmela. Ma ora che l'ho predetta ho tolto
loro una bella soddisfazione, non ti pare?
Be’, torniamo al 1996, che fu un anno della svolta per tutte noi. Finalmente
ebbi abbastanza denaro per operarmi, e poi ci fu il grande casino di Ulker
Street... Sì, il grande casino di Ulker Street, la via della prostituzione,
quella in cui abitavamo tutte. Casa nostra.
La polizia aveva l’ordine di sgomberare la strada in tempo per la conferenza
dell’Onu Habitat II. Il governo non voleva che le telecamere del mondo intero
inquadrassero la via delle prostitute e dei transessuali, dando così
un’immagine ben diversa da quella che il governo stesso avrebbe voluto.
La polizia riuscì, con la violenza, il ricatto, l’inganno e la minaccia, a
cacciare una dopo l’altra tutte le ragazze dalla strada. Ma non me. Al diavolo!
Per quante volte fossero entrati a spaccare tutto, per quanti pugni avessi
ricevuto in quelle stanze da loro o da qualche cliente, quella era la mia casa,
il luogo in cui avevo imparato a essere quella che ero. In quella casa tornava
il mio gatto e appassivano i fiori dei miei spasimanti, in quella casa ridevo a
crepapelle facendomi leggere le carte, in quella casa sbucciavo zenzero e
sorseggiavo raki, in quella casa avevo sospirato per il silenzio del cameriere
sul battello e per il destino del mio paese. In quella casa mi guardavo allo
specchio ogni volta che era necessario, e da quello specchio distoglievo lo
sguardo quando non avevo voglia nemmeno di me stessa.
Perciò mi ci barricai dentro accatastando tutti i mobili contro la porta, dopo
averne riempito uno di viveri, sapendo che presto mi avrebbero chiuso acqua e
luce per costringermi a uscire.
Passai un giorno e una notte di inferno, solitudine e paura mentre fuori la
polizia si schierava in assetto di guerra per darmi una lezione esemplare. Ma
intanto i miei compagni chiamavano tutti giornali, tutti i partiti… cazzo,
chiamarono tutti i movimenti per i diritti civili d’Europa, per denunciare la
cosa. E funzionò. La mia resistenza divenne un caso continentale, tanto che
molti delegati della conferenza Onu vennero a manifestare in Ulker Street per
chiedere alla polizia di lasciarci in pace. Li sentii scandire slogan da dietro
gli scuri chiusi della mia finestra, e capii che avevamo vinto.
Sì, quella volta vincemmo, ma non era che una battaglia della nostra guerra di
piccoli, eccentrici Davide contro Golia. La polizia continua ancora oggi ad
abusare di noi, a insabbiare i casi di omicidio di prostitute intascando
mazzette, ancora più facilmente quando si tratta di transessuali. Ma forse, un
giorno, il tema della violenza fisica non sarà più così pervasivo da non
lasciarci il tempo per parlare di tutti gli altri tipi di violenza che subiamo.
Anche grazie a Ulker Street, comunque, il nostro movimento negli anni ’90
godette di una visibilità senza precedenti, e un partito locale nel 1999 decise
di candidarmi come consigliera municipale di Istanbul. Quello della campagna
elettorale è stato il periodo più esaltante e gioioso della mia vita. Non
dormii mai in quei mesi. In realtà credo che nessuno del mio comitato abbia mai
chiuso occhio: è stata una rara occasione per vedere Sewal, la mia sorellina
Sewal, finalmente struccata! …Oh, non farci caso, sono scherzi tra noi, che
abbiamo attraversato il deserto a braccetto…
Alla fine non fui eletta, ma riuscimmo a dare una prova di passione e di
capacità politica che nessuno si sarebbe aspettato. Quell’anno organizzammo
anche il primo Gay Pride di Istanbul, un evento che ogni anno richiama sempre
più gente, lasciando una traccia potente nelle strade di questa città dalle
molte facce – molte delle quali ci spiano da dietro le tende delle finestre,
con una dissimulata curiosità nel futuro.
È così, la mia storia si confonde con quella di questo movimento, e la storia
di questo movimento si confonde con quella dei diritti umani nel nostro paese.
A volte scherzo sul fatto che se ora mi fidanzassi con un guerrigliero curdo,
il mio curriculum sarebbe completo... Ma piuttosto vorrei un amore che porti un
po' di riposo all'anima, com'è successo a Sewal. Dubito che mi toccherà.
Ho smesso da diversi anni di prostituirmi a Ulker Street. Scrivo saggi e poesie
su una rivista che si chiama “Gaci”, che nel nostro slang significa
semplicemente “donna”. Vivo con mia madre che, dopo essere rimasta vedova ed
essere andata in pellegrinaggio alla Mecca per riavere il suo figliolo così
come lo ricordava, mi ha finalmente accettata per quella che sono.
Trascorro molto tempo passeggiando per questa mia Istanbul, persino quando
piove, come oggi. Non mi importa se mi bagno i capelli, se mi spettino, se do
nell’occhio perché stranamente non sento freddo, oltre che per tutto il resto.
Sono una donna di cinquant’anni, comunista, puttana, galeotta, e ho una voce da
uomo. Ho lottato una vita intera. Sono libera.
Quando usciamo dall'appartamento non piove più. Fuori ci aspetta la stessa
città che ci ha imbrogliato quando, poche ore fa, cercavamo la sede del
movimento, ma si è fatta sera e ora le strade sono tinte della luce opaca che
segue il tramonto.
Senza dirci granché, io e Meltem ci dirigiamo a Taksim Square, a goderci l'inno
alla vita del suo trambusto, a immaginarcela piena di transessuali che, in un
giorno di giugno di vent'anni fa, di punto in bianco si spogliano della loro
vergogna.
Poi cominciamo a raccontarci. Non la storia di Demet, ma la nostra, delle
nostre vite così diverse eppure così simili, accomunate da un'inquietudine
geografica che non ha pace, ma della quale siamo anche intimamente fiere.
Passeggiando arriviamo infine a Ulker Street, la via della prostituzione che
stasera ha l'aria placida di una qualunque strada residenziale, e ci fermiamo a
sorseggiare una zuppa in una tavola calda. Sul far della notte ci diciamo un
arrivederci allegro, senza bisogno di chiarire, come sappiamo benissimo
entrambe, che quasi certamente sarà un addio.
E ognuna prende la via di casa.
Ovunque sia, casa.
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