Reportage da tre continenti e mezzo
(una rubrica di Serena Corsi)
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L'ultima regina della pioggia
Sono stropicciata sul sedile posteriore della Volkswagen, tra sacchi a pelo e buste di carne essiccata, stradari africani e pagine di appunti. Io, Joan ed Helena guidiamo da ore per le strade del Limpopo Sudafricano, l'estremità settentrionale della nazione arcobaleno. Poverissimo e rovente, disseminato di miniere dove moderni schiavi estraggono platino sputando pezzi di polmone in cambio della sopravvivenza o poco più, il Limpopo è la parte del Sudafrica più restia a disfarsi dei retaggi del passato. Qui il mondo dei bianchi e quello dei neri appaiono ancora troppo lontani l’uno dall’altro, vertiginose le differenze tra proprietari terrieri che masticano l'olandese rimpiangendo la segregazione razziale e braccianti senza terra che ancora oggi, nell'epoca del travagliato post-apartheid, faticano a trovare una lingua e un modello di vita di riferimento.
Da bravi aspiranti giornalisti ci siamo studiati a menadito la storia che alla fine ci ha portato nel Limpopo: quella della Rain Queen, la regina della pioggia. Ce la siamo raccontata più volte, con la passione di chi cerca di capire qualcosa di irrimediabilmente diverso e oscuro, nell'illusione che parlandone possa diventare in qualche modo digeribile.
Per capire un po’ meglio la figura della
regina della pioggia, dobbiamo ripercorrere una specie di albero genealogico.
Intorno all'anno 1500 il principe Mambo, figlio di Monotapa, sovrano
dell'odierno Zimbabwe, stuprò e ingravidò Dguzini, sua sorella minore. Il re
Monotapa avrebbe voluto bruciar vivo il colpevole, ma Dguzini non rivelò mai
che si trattava proprio del fratello. Per ringraziarla di aver salvato la vita
al suo unico figlio maschio, la regina, che aveva capito tutto, rubò al
consorte il potere di chiamare la pioggia, lo trasmise alla figlia e le ordinò
di fuggire a sud per dare origine a un nuovo popolo. Dguzini scelse una conca
fra le montagne del Limpopo per fermarsi a partorire il frutto dell’incesto, e così
diede vita al popolo dei Balobedu.
Alla propria morte, Dguzini passò la corona al primo figlio maschio, e questi a
sua volta al primogenito e così via per più di duecento anni, finché, intorno
al 1800, re Magodo si innamorò della sua unica figlia femmina e nominò futura regina della pioggia la bambina che
nacque dall'incesto. Da allora la successione del titolo di regina della
pioggia è stata di tipo matrilineare, cioè di madre in figlia, e si è trasmessa
fino ai giorni nostri affiancando all'aura mitologica una struttura di potere
sempre più codificata; sta oggi alla regina, per esempio, dirimere questioni di
giustizia civile tra Balobedu, ad esempio sul possesso o l'usufrutto di un
pezzo di terra.
Nonostante il suo indiscusso potere, la regina non può scegliere l’uomo col
quale rinnoverà la stirpe. Anzi, è costretta a sua volta a una sorta di
incesto: per mantenere puro il sangue, la regina può concepire solo con un
altro membro della famiglia reale.
Così avrebbe dovuto fare anche Makobo, ma lei, l’ultima Rain Queen, la
prima del Sudafrica post-apartheid, classe 1978, è stata una regina atipica,
che aveva deciso di infischiarsene delle leggi tradizionali. Nel suo caso la
corona posava su una testa rovente di inquietudini.
La gente di Modjadji, cittadina capitale del regno dei Balobedu, racconta che l'ultima
regina amasse vestirsi da uomo, e che non teneva mai i capelli più lunghi di
due dita; che adorasse andare a divertirsi in discoteca fino alle prime ore del
mattino, e soprattutto che prendesse parte alle proteste popolari per il
diritto alla sanità pubblica e a un'abitazione dignitosa che hanno sconvolto il
Sudafrica post-apartheid. Su questo aspetto io, Helena e Joan ci siamo soffermati
in modo particolare, perché ce la fa sentire vicina a tutto ciò che abbiamo
incontrato nei nostri mesi in questo paese, scosso dalle continue proteste di
quelli che da sempre vivono nelle baraccopoli e ora intuiscono che per sempre
ci vivranno, alla faccia del sangue versato per smettere di essere gli schiavi
di qualcun altro. Per tutti loro il 1994, anno della mitica elezione di
Mandela, non è stato niente più che l'inizio di un imbroglio.
Ma a differenza dei milioni di abitanti delle baraccopoli, di regina della
pioggia ce n'è una sola, ed essa gode di una certa visibilità: per questo una
volta incoronata, nel 2003, Makobo avrebbe dovuto dare un taglio alla sua
sperticata militanza.
Noi tre abbiamo letto qualche articolo di giornale a proposito della cerimonia
di incoronazione, ma nessuno di questi racconta di come doveva sentirsi la
ragazza schiacciata dal peso di una corona il cui potere era riuscito a
protrarsi fino al nuovo millennio; una ragazza di venticinque anni che riceveva
questa corona con riluttanza in un giorno di nuvole troppo frettolose per
scoraggiare un pubblico immenso, e tantomeno la tv via cavo, arrivata fin da
Johannesburg. Tutti ansiosi di salutare una sovrana all'incontrario, che
avrebbe voluto stare dalla parte dei sudditi per aiutarli a trasformarsi in
ribelli.
Immagino che Makobo, il giorno dell'incoronazione, si sia guardata a lungo allo
specchio nella sua camera all'interno del palazzo reale di Modjadji, essenziale nell'arredamento ma satura di vernice naïf,
come il resto della casa in cui era nata e cresciuta. Guarda nello stesso
specchio nei confronti del quale sua nonna Mokope, la precedente regina della
pioggia, amava dire: «È uno specchio di guarigione: quando ci si guarda in
questo specchio, le malattie fuggono, impazzite». Un mantra che non era stato
di buon auspicio, evidentemente, visto che sua figlia si era ammalata ed era
morta prima di lei, e il titolo di Regina era passato direttamente alla
giovanissima Makobo, sua nipote... quella col caratteraccio.
Makobo, il giorno in cui la sua incoronazione non poteva più essere rinviata, davanti
allo specchio non osservava il proprio viso – che a stento riconosceva, così
decorato – ma la stanza alle proprie spalle: familiare, rassicurante. C'era il
giaciglio di legno pieno di cuscini che l'aveva ospitata da neonata e che un
giorno avrebbe ospitato sua figlia, regina a venire; un letto che emanava odore
di trementina, una brocca d'acqua in cui sguazzavano vermi microscopici, che le
sembrava di poter vedere anche da quella distanza così quotidiana e così
impossibile da misurare. Quei vermi nell'acqua, simbolo di una rete idrica
inefficiente, quel giorno se li sarebbe dovuti bere Nelson Mandela in persona,
venuto a presenziare alla sua incoronazione. La prima regina della pioggia del
Sudafrica post-apartheid: un evento carico di significato, il presidente non
poteva mancare – quanto ai vermi, si sa, era sopravvissuto a ben altro.
Mandela era stato buon amico di sua nonna Mokope, oltre che Padre della
nazione, liberatore dei fratelli neri. Ma pensare a Mandela non la consolava;
anzi, da quando si era messa a fare politica le metteva una certa inquietudine:
se nemmeno il migliore era riuscito a fare di questo paese un luogo
degno di essere abitato anche dai poveri, perché non si arrendevano tutti?
Makobo in cuor suo pensava che solo mettere a ferro e fuoco le città sarebbe
servito a qualcosa. Era l'unico modo che gli abitanti delle baraccopoli avevano
per sfogare la loro rabbia, la loro indignazione per essere stati abbandonati nelle
stesse condizioni di quando comandavano i bianchi. E questo la portò a pensare
a David, il suo fidanzato. Makobo si chiese se sarebbe stata in grado di
scovare nella folla il suo cranio luccicante. Avrebbe voluto che anche lui
fosse nella stanza, alle sue spalle come tutto il resto, visibile nello
specchio di nonna Mokope. Conosceva già la risposta che David le avrebbe dato
alla domanda su Mandela e la politica: lottiamo, anche se non possiamo vincere,
perché non sappiamo vivere senza lottare. Una volta le aveva detto qualcosa del
genere, forse dopo quella manifestazione terminata con decine di arresti e
fiumi di ghiotto inchiostro sui giornali locali.
Makobo sentì suo fratello John ridere rumorosamente oltre la porta. John stava
scherzando con qualcuno della famiglia reale, ma Makobo sapeva che quella
risata era rivolta a lei. Un segnale per dirle che non c'era più tempo per
dedicarsi a pensieri scollegati tra loro. Migliaia di persone erano assiepate
nel pezzo di prato che divideva il palazzo dalla nuova fiammante strada
d'asfalto costruita apposta per l'evento. Tutto era pronto per presentare al
paese la prima regina della pioggia dei Balobedu dopo la fine dell'apartheid,
nel pieno di un'epoca nata già vecchia, di cui tutti avevano sottovalutato il
destino travagliato.
Mentre voltava le spalle allo specchio e si incamminava verso la porta, Makobo
ricordò esattamente quella giornata d'aprile in cui quel destino aveva
cominciato a manifestarsi. Allora era solo una ragazzina costretta a
trascorrere la maggior parte del tempo nel palazzo reale: era il 1994, Mandela
era appena stato eletto, la gente riempiva le strade e le piazze di una gioia piena
di speranza.
Anche per Makobo, quel giorno, le speranze prevalevano sulle paure. Sua madre
era ancora viva, quindi c'era una generazione a separarla dal titolo di regina,
e quel rompiscatole di John se n'era andato a studiare a Johannesburg: le
televisioni di mezzo mondo parlavano del Sudafrica, e finalmente raccontavano
di loro come vincitori... le nuvole che presto si sarebbero addensate nel cielo
erano ancora lontane.
Eppure sua nonna Mokope, la regina, sola nel cortile silenzioso del palazzo
reale, accoglieva a modo suo il futuro in arrivo. Battendo le mani per dare il
benvenuto agli eventi a venire, invitava le nubi invocando una pioggia più
alleata che nemica. Ma la sua fronte non era distesa, come quella dei suoi
connazionali neri. Una ruga di inquietudine tagliava la fronte a metà più
profondamente del solito. Questo dettaglio Makobo se lo ricorda bene.
La Volkswagen si ferma di nuovo. Helena e Joan si concentrano sulla cartina. Dico qualcosa a proposito del fatto
che dovremmo cercare una casa per fermarci e chiedere indicazioni. Ma non
importa che mi diano retta: prima o poi arriveremo a Modjadji, a vedere coi nostri occhi il luogo dell'incoronazione su
cui sto fantasticando.
Per certo so che quel giorno tutti intorno a Makobo traboccavano di speranza;
ancora una volta, come ad ogni nuovo inizio. La speranza che la solennità della
cerimonia la convincesse a essere una regina della pioggia come si deve. La
speranza che il prossimo fosse un buon raccolto, frutto di abbondanti piogge.
La speranza che le malattie portate dai bianchi venissero sconfitte dalla
saggezza delle antiche tradizioni. La speranza che Makobo si dimenticasse in un
giorno della vita che avrebbe voluto. Speranze che in fondo, pur con tutte le
contraddizioni che la laceravano, erano condivise dalla futura regina.
Ma io, che conosco la sua storia a partire dalla fine, so che Makobo non
avrebbe potuto rinunciare al desiderio di vivere a modo suo; non è da tutti
lasciarsi alle spalle quello che si è desiderato per una vita intera. Per
questo milioni di sudafricani neri, nonostante la speranza collettiva di quel
giorno d'aprile, non sono stati in grado di rinunciare al desiderio di rivincita
sugli aguzzini bianchi, almeno per tentare di cacciarli tutti. E questo desiderio,
represso dall'eroica volontà di Mandela di costruire la nazione arcobaleno sul
perdono delle vittime nei confronti dei carnefici, è cresciuto come una tenia
dentro di loro, contorcendosi nelle viscere della società cha muoveva i suoi primi
passi sul Capo di Buona Speranza.
Makobo esitava ancora, appena prima della cerimonia. E mentre sentiva chiamare
il suo nome, ché la folla era pronta ad accoglierla e le telecamere a rubarle
la tristezza dallo sguardo, e la corona a intrappolarle pensieri pericolosi fra
le tempie, capì che non poteva aiutare il suo popolo a guarire da quel
desiderio così umano e così frustrato, né poteva aiutare se stessa a essere
adeguata al proprio compito di Rain Queen senza tradire gli ideali in cui
credeva così profondamente.
“È che le malattie non sono affatto fuggite”, penso io al posto di Makobo,
spalancando la portiera della Volkswagen e poggiando finalmente i piedi in
suolo Balobedu. “Sono rimaste, facendo impazzire la guarigione”.
Dopo esser ci arrampicati su per la salita che conduce al palazzo
reale, ci avviciniamo al suo muro di cinta. L'atmosfera è quella sonnecchiante
di qualsiasi sperduto paesino africano, benché più abituato di altri a ricevere
visite di forestieri. Per vedere meglio abbiamo dovuto girare intorno all’edificio
lungo la strada asfaltata voluta da Nelson Mandela, che nel 2003 era atterrato
nel vicino aeroporto di Polokwane per assistere all’incoronazione di Makobo.
Il palazzo reale sembra la villetta di un paesino svizzero, con il tetto
spiovente, i muri di un rosa improbabile e le inferriate alle finestre. Dal
punto in cui siamo l'antenna satellitare del palazzo sembra infilzare una delle
centinaia di capanne di fango e paglia che compongono la cittadina di Modjadji.
Gli unici edifici in muratura, a parte il palazzo, sono la scuola e l'ufficio
postale. Immensi alberi di mango e banani danno un po' di respiro a una terra
rossastra e a un cielo afoso: una terra comunque baciata dalla fortuna, vale a
dire, in un clima secco come quello del Limpopo, dalla pioggia.
Per l'ennesima volta Joan digita il numero del nostro contatto a Modjadji, un
componente della famiglia reale che ha accettato di incontrarci per raccontare
la storia di Makobo, e che forse, se ci mostreremo abbastanza grati e non
esageratamente curiosi, ci aprirà le porte del palazzo reale. Ma di nuovo all'apparecchio
non risponde nessuno. Helena dà fondo al suo repertorio di improperi, ma alla
fine non troviamo altra soluzione se non quella di chiedere a qualche abitante del
luogo. Mentre scendiamo verso la strada intravediamo in un cortile un’anziana
che riposa seduta sotto a un mango, immobile, ma con gli occhi che sorridono,
bene aperti.
Nell’avvicinarci percepisco nella vecchia l'attitudine indecifrabile, priva di
sorpresa, di chi diresti che era lì ad aspettarti. Lei ci guarda da lontano, da
dietro lo schermo della cataratta. È vestita in abiti tradizionali e batte le
mani due volte in segno di benvenuto prima di stringere la mano a degli
estranei come noi, ma capiamo presto che farle domande in inglese è inutile.
Parla solamente sotho, una delle undici lingue ufficiali del Sudafrica, e per
di più le sue frasi hanno lo stesso tono interrogativo delle nostre, così ce ne
stiamo lì a sorriderle con le mani in tasca, impacciati come è giusto che sia
per un bianco in Africa; finché dal silenzio della casa ombreggiata dal mango
esce timidamente un'adolescente grassottella con un abbigliamento in stile grunge che stride col contesto, jeans
strappati e maglietta larga e consunta. Si presenta come la nipote
dell'anziana. Tiene la mani strette in una morsa imbarazzata, nella stessa
posizione che hanno quelle di sua nonna, che però sono abbandonate in grembo, a
loro agio.
Prima ancora di presentarci la ragazza ci traduce in inglese una domanda, la domanda
che sua nonna aspettava di porre a degli stranieri da chissà quanto tempo: «Mia
nonna vuole sapere se, da dove venite voi… la pioggia è pioggia».
I Balobedu, sudditi della regina, sono quasi mezzo milione. Vivono a Modjadji,
la città che prende il nome dalla dinastia reale, e in tutta la vallata
circostante. Al potere tramandato di madre in figlia, quello di invocare la
pioggia, si raccomandano da tempo immemorabile per avere la garanzia di un
raccolto abbondante; il cortile di questa famiglia, col suo mango rigoglioso e
un dignitoso orticello, prova che la pioggia qui manca assai meno che nel resto
del Limpopo.
La nipote dell'anziana ci invita nella loro casa e ci offre manghi appena
caduti dall'albero. Sanno bene cosa ci facciamo qui: non siamo certo i primi
stranieri sulle tracce della regina della pioggia.
La madre dell'adolescente, generazione di mezzo fra le due donne, stacca dalla
parete un paio di fotografie incollate con lo scotch al fango secco e
intonacato: sono foto di Makobo. Mi perdo a osservare il suo sguardo fiero, le
guance abbondanti e sode, la mascella contratta che risucchia un po' di doppio
mento. Non ha alcuna corona, non è truccata, indossa una t-shirt qualsiasi ed è
circondata da persone, che non le stanno attorno idolatranti, ma camminano al
suo fianco con altrettanta fierezza. Potrebbe essere una manifestazione di
quelle a cui lei partecipava con David Mohale, militante di sinistra malvisto
dai fratelli di Makobo, soprattutto da John Modjadji, che lo accusava di
inquinare la reputazione della regina, impicciandosi grazie a una delle tante
malattie portate dai bianchi: la militanza politica.
Guardando la foto mi chiedo se i giornalisti l'abbiano mai immortalata con un
cartello che diceva qualcosa come “Non è per morire di fame che abbiamo
sconfitto l'apartheid”, o mentre urlava in faccia a un poliziotto; e se sui
giornali questa giovane militante che è anche regina della pioggia sia mai
stata derisa. «Perché non fa piovere nelle cisterne, se vuole che la gente
delle baraccopoli abbia l'acqua gratis?». Quanto ai poliziotti, più umili dei
giornalisti, si guardavano bene dall'alzare le mani su di lei. Temevano di
attirare le ire di tutti i Balobedu, protettivi nei confronti della loro regina,
malgrado la sua inosservanza delle leggi tradizionali; oppure temevano che
Makobo lanciasse sulle loro famiglie qualche sortilegio.
Quanto a persecuzione poliziesca, Makobo aveva già alle calcagna il più zelante
degli investigatori: suo fratello John. John era il primogenito, e fin
dall'infanzia era stato educato a proteggere il nome e il potere della famiglia
reale. Sua sarebbe stata la responsabilità di scegliere per la sorella l'uomo
con cui avrebbe concepito la futura regina, e in generale sua era la
responsabilità che Makobo si comportasse sempre in maniera degna rispetto all'eredità
tradizionale ricevuta. Il comportamento ribelle della sorella aumentava la sua
frustrazione, mista all'invidia per un titolo che avrebbe voluto esercitare su
tutti i Balobedu in maniera ben più autorevole. D'altra parte non credo che se
Makobo fosse stata una regina più rispettabile, suo fratello l’avrebbe odiata
di meno.
Per tutta la giovinezza di Makobo, Modjadji era stata disseminata di spie che,
seppur recalcitranti, informavano John sui locali che la sorella frequentava,
sui vestiti che indossava o non indossava, sugli uomini che incontrava – sempre
e solo per depistare il fratello dalla sua relazione d'amore con David,
l'attivista delle baraccopoli, l'unico vero amore della sua vita. Suppongo che
la giovane Makobo non avesse il tempo di svegliarsi al mattino, che John era
già ai piedi di quel letto dall'odore di trementina, a tuonare, a maledire, a
ripetere lezioni di morale che lei non si voleva ficcare in testa. John doveva
essere lacerato fra il senso di responsabilità che gli imponeva il suo ruolo di
guida maschile, e il desiderio che tutti i Balobedu disprezzassero la sorella proprio
come faceva lui. Perché a farlo imbestialire non erano tanto le trasgressioni
di Makobo, quanto la sua indifferenza alle minacce del fratello. E il fatto che
gli abitanti della vallata non fossero poi così scioccati da una regina che si
batteva insieme a loro per il diritto a una vita dignitosa.
Per l’orrore dei suoi fratelli e cugini, Makobo concepì la futura Rain Queen con
David, anziché con un altro membro della famiglia reale: la piccola Masalanabo,
che venne alla luce alla fine del 2004, poco più di un anno dopo il giorno
dell'incoronazione.
Lo fece di proposito, io credo. Per cominciare voleva tagliare la testa al toro
e far sì che David restasse a dormire nel palazzo con lei, che trascorresse
finalmente notti intere in quel letto. David sapeva che svegliarsi accanto alla
Regina era una sfida che aveva il sapore di un anatema: per la tradizione
neppure gli uomini della famiglia reale potevano vedere l'alba con lei. Ma si
trattava pur sempre di una bazzecola in confronto al terremoto che avrebbe
sconvolto la famiglia reale alla notizia della gravidanza.
David aveva capito tutto appena si era svegliato da quella specie di amplesso
onirico, il rumore del proprio respiro attutito dal frastuono del temporale
contro i vetri. Aveva capito che non avrebbe potuto più starle lontano molto a
lungo. Doveva proteggerla da John, ora che esisteva la possibilità che il
bambino appena concepito fosse una femmina, e quindi che la futura Rain Queen
fosse figlia di un militante di sinistra di origini umilissime, nato e
cresciuto in una baraccopoli.
Per Makobo forse era anche una rivincita, l'unica possibile. Un'ultima parola
che non poteva essere rimangiata né perdonata; pronunciata appena in tempo, sul
bordo del precipizio.
Appena sette mesi dopo la nascita della bambina, infatti, le telecamere che
avevano ripreso l’incoronazione di Makobo tornarono a Modjadji per il suo
funerale. Makobo era stata ricoverata tre giorni prima in una piccola clinica
per una presunta meningite, risultata fatale nel giro di ventiquattr’ore.
Tre anni dopo tutto questo io, Helena e Joan cerchiamo quella piccola clinica,
che non si fa trovare così come non si è fatto trovare il nostro contatto a Modjadji.
Tutti quelli a cui chiediamo indicazioni sembrano aspettarci; e nessuno sembra capirci.
Ci arrendiamo all'idea che non potremo chiedere nulla al dottore che ha firmato
il certificato di morte, né incontrare l'infermiera che nella nostra ingenua
fantasia ci avrebbe dato un appuntamento in incognito, per raccontare solo a
noi qualcosa che nessuno avrebbe dovuto sapere.
Al tramonto ci incamminiamo sulla strada del ritorno, fermandoci in una piccola
stazione di servizio a mangiare ali di pollo fritte e a sbucciare gli
immancabili manghi. Non sappiamo decidere cosa crediamo che sia successo a
Makobo.
La meningite è un finale da copione per un corpo indebolito: per questo è una
morte piuttosto comune in zone devastate dall’Aids come il Limpopo, dove un
abitante su dodici è sieropositivo. L’ipotesi che Makobo sia morta di Aids è
dunque quella diffusa ufficialmente dai suoi fratelli e quindi da tutti i
Balobedu.
Eppure David Mohale, fidanzato di Makobo e padre di sua figlia, non ci crede.
Nega persino che Makobo sia mai stata malata, e accusa i fratelli di averla
avvelenata a due scopi: quello di liberarsi di una regina poco osservante dei
costumi tradizionali per fare ritorno a una linea di successione maschile.
Molto tempo infatti separa la morte di Makobo dal momento in cui la piccola
Masalanabo sarà abbastanza grande per diventare regina.
David è sparito nel nulla dopo aver dimostrato che né lui né la bambina sono
sieropositivi. Certamente cova l'incurabile rimpianto di non aver saputo
proteggere Makobo. Ogni tanto un giornalista riesce a intervistarlo per farsi
ripetere la sua versione dei fatti e le sue accuse alla famiglia Modjadji. Per
la clandestinità David ha rinunciato alla carriera politica, dopo aver concorso
con discreto successo a un seggio di consigliere nelle elezioni che si erano tenute
qualche mese dopo la nascita di sua figlia. Diceva a Makobo che voleva che
Masalanabo imparasse presto il significato della parola dignità.
Quindi la bambina è nascosta, e in salvo. Forse un giorno tornerà a fare la regina
della pioggia; forse no. Se non altro, il suo destino non è già scolpito nella
pietra.
Se l’idea di una giovane donna assassinata dai suoi famigliari per risolvere
una disputa di potere pare rievocare storie d’altri tempi, è pur vero che il
fratello di Makobo, John Modjadji, è riuscito in seguito alla morte della
sorella a farsi affidare la reggenza del potere reale, come aveva sempre
desiderato.
Gli abitanti di Modjadji, i Balobedu, non lo desideravano quanto lui, e hanno
pianto sinceramente e a lungo Makobo. Pare che dopo la nascita della figlia, la
regina si mostrasse meno in pubblico, e fosse meno ansiosa di dimostrare il suo
rifiuto delle leggi familiari. Forse la vocazione a trasformare la realtà era
stata smussata dall'istinto di protezione verso Masalanabo, dalla solitaria
magia dell'allattamento. Forse Makobo si chiedeva qual era il modo di liberare
la piccola dall'ingombrante eredità che doveva trasmetterle; se c'era un modo
che non fosse la morte. E probabilmente aveva capito che per trovare una via
d'uscita non poteva usare tutto il suo potere e la sua energia nell'eterna
guerra contro il fratello John.
Persino la campagna elettorale di David le era giunta come un rumore di
sottofondo: lo accompagnava da lontano, con l'amore partecipe eppure distante
di chi non è più solo uno.
La versione della morte di Makobo sostenuta dalla famiglia reale, che invece
racconta di una giovane donna consumata dall’Aids, dice molto del Sudafrica
moderno. Se Makobo era malata, è probabile che non lo sapesse nemmeno; o
addirittura che credesse di scongiurare il contagio evitando l'uso del
preservativo, com'è opinione diffusa nelle zone rurali del paese. Infine, se
invece era malata e lo sapeva, era comunque impensabile che proprio lei, regina
della pioggia da poco incoronata, provasse a combatterla con le medicine dei
bianchi.
Rimettendoci alla guida verso Johannesburg con le ali di pollo sullo stomaco,
io e i miei due compagni d'avventure sudafricane continuiamo a pensare, rapiti,
a tutto questo. Proseguiamo incantati dalla solita e rassicurante linea bianca
illuminata dai fari,riflettendo su una ragazza nera e sudata, coi capelli
corti, che balla senza ritegno, che grida alla guida di una manifestazione, che
guarda un po' stupita la sua bambina appena nata, che impreca sbattendo una
porta, che nasconde la sua corona sotto al letto. Che si sveglia nel cuore
della notte e sente piovere sulle finestre del palazzo reale, e si rannicchia
intimorita contro il suo uomo perché, anche se anche quella pioggia l’ha
invocata lei, la verità è che continua ad aver paura dei tuoni.
Arriviamo a Johannesburg nel cuore della notte. A stento ci laviamo di dosso la
giornata con una doccia. Ricavo come sempre un letto dal divano di Joan ed
Helena e mi addormento quasi subito, incapace di pensare a nient’altro.
Nel mio sogno Makobo cammina per Modjadji con la piccola Masalanabo
addormentata sulla schiena. Vede la vecchia seduta sotto al mango, riconosce il
suo sguardo presente eppure lontano. Si avvicina e le mette Masalanabo tra le
braccia. «La guarigione guarirà dalla follia?» Le chiede. La vecchia culla la
bambina per un po', poi gliela restituisce.
La sua risposta è questa domanda: «E la pioggia, tornerà a essere pioggia?»
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