| |
|
|
|
Trentarighe "Vermi" (settembre 2011) |
|
Trentarighe - settembre 2011 - «Vermi»
I lettori di narrativa difficilmente accettano di sentirsi raccontare la morale o le conseguenze astratte di una storia prima di aver avuto modo di almeno ambientarcisi un po’. Eppure uno degli errori più comuni dei narratori è proprio questo: aver fretta di dire la propria, anziché raccontare. Quello che il narratore pensa invece dovrebbe venir fuori dalle sue scelte narrative, non dai suoi sermoni (più o meno acuti o pacati). Nell’errore stavolta ci cade in modo evidente Pierangelo Consoli con Western, ma come al solito non è l’unico, pur in un’edizione di discreta qualità complessiva secondo me.
Il vecchio amico di 30R Stefano Mascella, con A coniugare i vermi parte troppo arzigogolato, ma poi trova la vena tenera e commovente che mi aspettavo viste le premesse (la prima vacanza da padre separato del protagonista con una bimba di otto anni). Purtroppo il testo mi risulta troppo lungo ed è per questo fuori concorso. Lungo anche Le gemelline di Paola Prinzivalli, che con il brano di Mascella condivide il tema commovente: gemelline orfane, che però come in una bella favola sanno farsi rispettare.
Non trova una direzione Micol de Pas con L’Aspirapolvere (anche lei
troppo lunga, ma che succede? Il limite è 1800 caratteri spazi inclusi), brano
che sembra proprio non procedere. Pure Lisa Barbiani (Certe cose non cambiano mai) è nettamente troppo lunga.
Annamaria Tremale con Casu Marzu ha
un andamento un po’ pedante, almeno sintatticamente, con un uso di subordinate
nidificate che farebbe la felicità di un insegnante vecchia maniera in un
compito in classe di analisi del periodo.
Niente male il brano di Antonino Alfò, malgrado una virgola platealmente fuori
posto e qualche leggera pedanteria. Il testo è efficace già dal titolo (Schifosi) e abbastanza nitido, com’è
indispensabile quando si hanno a disposizione così poche parole.
Ben scritto (ma anche lui troppo lungo purtroppo) Putrefazione di Hildy Friday, brano che ha carattere, che riesce a
mettere l’accento sui fotogrammi importanti e a suggerire un buon dinamismo
degli eventi.
Simpatico Matteo Ongari (altro storico trentarighiano) che con il suo Decomposto sperimenta un tono
confidenziale e nitido nello stesso tempo che mi ha convinto. Peccato quella
frase fatta («pane al pane…»), serviva? Matteo è il finalista dell’edizione.
Monica Tantardini con Angelica deve
stare attenta a non cadere nel solito refuso del “sì” affermazione (non: “si”!)
ma soprattutto dovrebbe guardarsi dalle frasi fatte come «il suo lui». Dai
Monica: siamo scrittori, non autori di sit-com televisive.
Rosalia Messina è inimitabile con l’italiano forbito di Non sono zorro. Lineare l’andamento, non male la chiusura, ma
davvero un po’ troppo scolastico l’effetto generale della scrittura.
Vince, di misura e grazie anche alle squalifiche, Antonino Alfò. Complimenti.
La prossima edizione s’intitolerà “Catalogo” (bella idea, eh?) e i testi devono
arrivare entro il 20 novembre per la pubblicazione a dicembre 2011. Il regolamento necessita di essere letto con attenzione, anche
perché è stato leggermente modificato.
Schifosi
di Antonino Alfò
Marco era un ragazzo calmo. Forse troppo. Per questo nessuno se lo sarebbe
immaginato nel bagno della scuola a scrivere sul muro con la bomboletta spray. Seconda
liceo, mai una nota, mai un lamento da parte dei professori e adesso era lì, in
presidenza, in attesa dei genitori chiamati d’urgenza per un fatto ritenuto
molto grave per il miglior liceo di Palermo. Marco aspettava un po’ in ansia,
più preoccupato di aver deluso i suoi che pentito del gesto. Il preside già da
parecchi minuti lo bombardava con le sue prediche. Marco, calato nel suo
bunker, continuava ad annuire fingendo di seguire il discorso mentre il suo
pensiero si spostava altrove. Ripensava a qualche anno prima, era in quarta o
quinta elementare, il giorno successivo alla strage di Capaci, quando
un’immensa scritta era comparsa sul muro della sua scuola. Una scritta rossa,
un frase semplice, chiara, quattro parole che gli si erano stampate indelebili
nella mente come una foto che non poteva sbiadire: “VIVA FALCONE FORZA
BORSELLINO”. Un’immagine così viva che gli sembrava davvero di avere una foto e
di poterla guardare di tanto in tanto. Gli sarebbe piaciuto conoscere l’autore
(o gli autori) di quella scritta. Chissà quante persone l’avevano letta. Oggi realizzava
che quella frase era la più bella risposta data ai suoi perché di bambino.
L’arrivo dei genitori interruppe i suoi pensieri. Il preside li condusse in
bagno a leggere la scritta. Forse era un po’ infantile ma a Marco piaceva:
“MAFIOSI VERMI SCHIFOSI”. I genitori si guardarono, poi simultaneamente
voltarono lo sguardo verso il figlio che si sorprese nello scorgere un
imprevedibile cenno d’intesa. Marco imbarazzato tirò un impercettibile sospiro
e abbassò la testa sfregandosi l’indice della mano destra ancora macchiato di
rosso.
Antonino Alfò ha 28 anni ed è nato in Sicilia.
|
Aggiungi commento
|
|
|
|
|
______________________
Siti collegati
______________________
|
|
Abbiamo 22 visitatori online |
|
___________________
Seguici su Facebook
___________________
|
|
Commenti
questa volta ho proprio preso un brutto granchio!!!
PUTREFAZIONE
di
Hildy Friday
?Io non ho fatto proprio nulla?, disse. Erano appena tornati dalle vacanze, le
valigie da disfare erano ancora nell?ingresso, e già la stava accusando di
qualcosa. Entrati in casa erano stati travolti dal fetore. Lui si era
precipitato in cucina. La porta del frigorifero era socchiusa, il tanfo
insopportabile. ?Ci avrei giurato?, disse lui. ?Chi ti dice che la colpa è
mia?. Lui tirò fuori dal frigo un involto di carne, lei vide muoversi qualcosa
attraverso la carta oleata e cominciò a urlare. Lui non ci badò, si liberò
dell?involto gettandolo nel secchio. Lei se ne stava ferma a guardare, come chi
si aspetta la fine del mondo. Le tremavano le mani. Lui represse a fatica un
conato di vomito, spalancò la finestra poi, d?istinto, la prese per mano.
?Andiamocene di qui?, disse. Nello scendere le scale, però, mollò la presa e
affrettò il passo, tanto che lei dovette quasi correre per stargli dietro.
Salita in macchina le venne da piangere. Vergognandosene, come se si fosse
ritrovata a urlare in mezzo a una strada, si abbandonò al pianto, piena di una
rassegnazione dolcissima verso ogni cosa morta in fondo alla pattumiera, che
aveva visto muoversi come fosse ancora viva, ma passata a una forma diversa e
terribile oltre la vita. ?Non è questione di farla tanto lunga?, disse lui.
Faceva caldo, lei cercò nella borsa un fazzoletto, per tirare su con il naso e
lasciar passare lo spavento. Lui non tentò di consolarla. C?era voluto del
tempo perché accadesse, giorni e giorni mentre loro erano in vacanza. Li
avevano trascorsi al mare, giacendo immobili all?ombra, alla larga dal sole,
sotto l?ombrellone. C?era voluta una dimenticanza protratta nel tempo perché
accadesse, la porta del frigo era rimasta aperta, c?era poco da fare. Di chi
era la colpa? Non aveva importanza.
Provo a postare il racconto formattato bene. Scusate.
?Io non ho fatto proprio nulla?, disse. Erano appena tornati dalle vacanze, le valigie da disfare ancora nell?ingresso, e già la stava accusando di qualcosa. Entrati in casa il fetore li aveva investiti. Lui si era precipitato in cucina. La porta del frigorifero era socchiusa, il tanfo insopportabile. ?Ci avrei giurato?, disse lui. ?Chi ti dice che la colpa è mia?. Lui tirò fuori dal frigo un involto di carne, lei vide muoversi qualcosa attraverso la carta oleata e cominciò a urlare. Lui non ci badò, si liberò dell?involto gettandolo nel secchio. Lei se ne stava ferma a guardare, come chi si aspetta la fine del mondo. Le tremavano le mani. Lui represse a fatica un conato di vomito, spalancò la finestra poi, d?istinto, la prese per mano. ?Andiamocene di qui?, disse. Nello scendere le scale, però, mollò la presa e affrettò il passo, tanto che lei dovette quasi correre per stargli dietro. Salita in macchina le venne da piangere. Vergognandosene, come si fosse ritrovata a urlare in mezzo a una strada, si abbandonò al pianto, piena di una rassegnazione dolcissima verso ogni cosa morta in fondo alla pattumiera, che aveva visto muoversi come fosse ancora viva, ma passata a una forma diversa e terribile oltre la vita. ?Non è questione di farla tanto lunga?, disse lui. Faceva caldo, lei cercò nella borsa un fazzoletto, per tirare su con il naso e lasciar passare lo spavento. Lui non tentò di consolarla. C?era voluto del tempo perché accadesse, giorni e giorni mentre loro erano in vacanza. Li avevano trascorsi al mare, giacendo immobili all?ombra, alla larga dal sole, sotto l?ombrellone. C?era voluta una dimenticanza protratta nel tempo perché accadesse, la porta del frigo era rimasta aperta, c?era poco da fare. Di chi era la colpa? Non aveva importanza.
è morto?
RSS feed dei commenti di questo post.