Come loro
Matteo Ferrario
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Fin da piccolo, non iniziai un solo anno scolastico senza che mia madre mi riempisse di raccomandazioni, la più importante delle quali era di comportarmi come gli altri.
Non capivo mai cosa intendesse di preciso. Qualche volta fui tentato di chiederle spiegazioni, ma bastò il suo sguardo tra l’intimidito e il colpevole a fornirmene una.
Era sempre così preoccupata di risultare fuori posto nei ristoranti e negozi e località di mare che ci potevamo permettere grazie alla piccola impresa di mio padre, da temere che io lo fossi altrettanto in mezzo ai coetanei.
I primi tre anni di elementari alla scuola pubblica furono in tutti i casi piuttosto divertenti. Ero uno dei più alti e avevo anche una specie di fidanzata. Facevo parecchie assenze perché ero sempre malato, e ogni volta al mio ritorno avevo una gran voglia di fare dispetti a chiunque, recuperando così il tempo che avevo perduto stando sotto una coperta imbottito di medicinali.
«Si stava meglio quando il tuo banco era vuoto» mi disse in una di quelle occasioni un compagno, mentre aiutava a rialzarsi un altro a cui avevo fatto lo sgambetto.
Gran parte dei maschi mi odiavano. Un giorno, nel corso di un tipico pestaggio in aula di quelli che nascevano spontanei quando la maestra era in corridoio a fumare con le altre, il mio rivale numero uno prese il punteruolo che avevamo portato per il lavoretto della festa della mamma, e me lo ficcò nel ginocchio.
L’episodio, che nei racconti di mio padre avrebbe assunto contorni mitici, dimostrando una volta per tutte ai suoi occhi e a quelli dei suoi amici bottegai e liberi professionisti l’inefficienza della macchina statale, gli offrì il pretesto che aveva sempre cercato.
Dopo aver messo di mezzo il direttore della sua banca, ben introdotto nell’ambiente cattolico brianzolo, riuscì a trovarmi un posto a partire dall’anno seguente in quella che un po’ tutti, dal parroco del paese al mobiliere che mi aveva rifatto la cameretta, parevano considerare una buona scuola.
«C’era una lista d’attesa molto lunga» disse mio padre una sera a tavola, con
l’aria di aspettarsi dei ringraziamenti.
Scosse la testa con un sorriso bonario quando gli chiesi se la definizione di
“collegio arcivescovile” che compariva sulla carta intestata significasse che
non sarei più tornato a casa nemmeno per dormire.
«Riprendi a mangiare, sciocco» mi disse, prima di assicurarmi che gli unici
cambiamenti mi sarebbero piaciuti così tanto da voler rimanere lì anche per le
medie e il liceo.
«Ma dovrai essere bravo a meritartelo» ammonì solenne. «Non costa mica poco, la
retta».
Mia madre, che aveva tanto insistito per mandarmi alla pubblica – anzi si
poteva dire che fosse quella l’unica scelta su cui l’aveva spuntata lei da
quando ero al mondo – non era per nulla contenta ma finse di essere d’accordo,
perché quello era un po’ il suo ruolo all’interno della famiglia.
Piansi quella sera e anche l’ultimo giorno della terza, quando lei insisté per
accompagnarmi fin dentro la scuola e comunicare alla maestra la decisione.
«Vedrai come ti raddrizzano, quelli» sogghignò la mia insegnante, mostrando una
batteria di denti marci da fumatrice.
Appena sedetti al mio posto, la fidanzata mi disse che non avevamo futuro e mi
lasciò per un altro.
Non fu in quel momento che piansi, naturalmente, ma qualche ora più tardi,
quando il compagno che mi aveva infilzato il ginocchio col punteruolo, con gli
occhi bassi, mi regalò un coltellino a scatto che aveva rubato al fratello.
Mia madre me lo requisì quella sera stessa, dicendosi convinta di aver fatto bene
ad appoggiare la scelta di mio padre.
«Cambiare scuola» disse «potrà farti solo bene».
Da allora, l’unica sua voce in capitolo fu il discorso motivazionale ripetuto
ogni settembre, prima di vedermi uscire di casa con lo zaino in spalla e una
faccia smorta da pavido molto simile alla sua.
Sì, perché alla fine ci era riuscita, a farmi sentire un pesce fuor d’acqua
dovunque mi trovassi. Se ai tempi della scuola pubblica mi ero talvolta
vergognato di indossare certi maglioni scozzesi e pantaloni di velluto da
piccolo lord, appena trasferito in quella nuova mi ritrovai addosso lo sguardo
diffidente della nuova maestra, un’anziana zitella dallo stile di vita austero
quanto quelli delle nostre nonne, che ci ricordava ogni momento quanto avessimo
in più del necessario, ci spediva giù in cappella a confessarci ogni volta che
ammettevamo di aver guardato le tette a “Drive-in” e sognava un mondo da libro
Cuore, apparentemente estraneo a quello di mio padre e dei suoi colleghi, ma
anche a quello di certe mie compagne, principessine stronze che si vestivano
come le madri e non si sarebbero mai fidanzate con me.
In classe c’era comunque un bel clima. Mai nessuno che si azzuffasse, niente
punteruoli o coltellini a scatto. La maestra voleva che le dessimo del tu ma
anche della signorina, così in molti avevano risolto il problema con un
diminutivo, “signo”.
«Ciao, signo» le dicevo anch’io ogni mattina, prima di entrare in aula e
ritrovarci delle facce che mi piacevano.
Dopo gli esami di quinta, scoprii che diversi miei compagni avrebbero fatto le
medie nella stessa scuola, e, come mio padre aveva previsto, lo implorai di far
restare anche me.
La moda dei paninari – da cui, complici l’età e l’obbligo di portare la blusa,
eravamo stati solo sfiorati negli anni delle elementari – ci travolse come un
fiume caldo.
Tutti sembravano all’improvviso più ostili e competitivi. I più fighi avevano
la giacca a vento Moncler. La indossavano anche i loro genitori per andare a
sciare a Cortina o venirli a prendere a scuola a bordo delle loro Jaguar e
Mercedes. Mio padre per andare in ditta usava una Fiat Uno grigio topo con le
fiancate perennemente schizzate di fango, e sia per me che per se stesso
preferiva acquistare capi di qualità ma dall’aspetto e dalla marca più sobri,
quasi che anche lui, sotto sotto, si vergognasse del proprio status sociale o
non se ne sentisse del tutto degno.
Durante l’intervallo mi capitava spesso di incontrare due tipi di un’altra
classe, che guardavano con aria beffarda la marca della mia giacca a vento e,
sollevato l’orlo dei pantaloni per controllare quella delle scarpe, scoppiavano
a ridere.
In terza media, esasperato dalle mie scarse possibilità con le ragazzine e
dagli sguardi di disprezzo dei compagni, feci una scommessa con mio padre. Se
avessi preso un certo numero di A consecutive, non ricordo nemmeno più quante o
in quali materie, lui mi avrebbe comprato il Moncler.
Vinsi la scommessa. Il giorno in cui i due tizi mi videro gironzolare per i
corridoi intabarrato in un piumino d’oca azzurro di due taglie più grande – la
teoria di mia madre era che così mi sarebbe durato di più – uno dei due, con i
capelli a spazzola tutti modellati col gel e una voce già maschile, mi rise in
faccia ancora più fragorosamente. «Cos’è, te lo sei preso per non farti sfottere?
Ma non funziona mica così, sai».
Tilo, il tipo dei capelli a spazzola, me lo ritrovai in classe in prima
scientifico. La moda dei paninari era ormai alle spalle ma, anche con vestiti e
pettinature diverse, per lui le cose non sembravano essere cambiate. Bastava
guardare come cercavano tutti quanti fin dal primo giorno di guadagnarsi la sua
attenzione.
Le gerarchie si formarono come al solito sulla base di criteri difficili da
afferrare ma a loro modo infallibili, una specie di selezione naturale.
Fu così che diventai amico di Marco. Lui era come me. Insieme ad altri,
rientrammo quasi di diritto in una categoria di invisibili, giusto un gradino
sopra i più sfigati. C’era ad esempio una ragazza molto magra e con gli occhi
lievemente sporgenti, che fu subito ribattezzata Eddie, come il mostro delle
copertine degli Iron Maiden. Un altro era Filucchi, il genietto disadattato che
sembrava cresciuto dai lupi e non si lavava mai. E infine Raffaella, il cesso,
detta Mafalda per la corporatura tozza e i capelli a fungo che la rendevano
simile al personaggio di Charlie Brown.
Per me e Marco la situazione era più sopportabile che per loro. Se ci
impegnavamo a non dare troppo nell’occhio, le nostre mattinate a scuola
potevano scorrere via tranquille. L’unico momento umiliante era quello in cui
si facevano le squadre per la partita di calcio nell’ora di educazione fisica.
Noi due eravamo sempre tra gli ultimi a essere scelti. Marco veniva sbattuto in
difesa, io in porta. Se capitavo in una squadra forte, che non lasciava mai
tirare gli attaccanti avversari, poteva rivelarsi un discreto affare. Altre
volte non facevo che raccogliere palloni dal fondo della rete, e al rientro
negli spogliatoi venivo ricoperto di insulti. In compenso a scuola me la
cavavo, e alcuni insegnanti, soprattutto la prof di arte, mostravano una certa
considerazione nei miei confronti.
Di sera, quando ero a letto e cercavo inutilmente di prendere sonno dopo la
magra consolazione di una sega, mi trastullavo a volte con l’idea di essere
emarginato perché speciale. Chiudevo
gli occhi e mi vedevo come il personaggio sottovalutato di un telefilm, uno di
quelli che prima della fine riuscivano a riscattarsi, mostrando a tutti il
proprio valore. Ma intimamente ero il primo a sapere come stessero davvero le cose.
In mezzo al cortile, all’ora dell’intervallo, la mia ambizione era sempre la
stessa: confondermi nella calca. Essere un quindicenne come gli altri. L’unica
cosa che, in fin dei conti, mia madre si aspettava da me. Perché non riuscivo
ad accontentarla?
I problemi di Marco non erano tanto diversi dai miei, anche se dalla sua aveva
una maggiore capacità di adattamento. Meno sensibile alle battute velenose di
Tilo e all’indifferenza delle ragazze – quando mi presi una brutta cotta per
Anna, la più figa della classe, lui mi disse che era normale, piaceva a tutti
Anna, e prima o poi mi sarebbe passata – Marco si stava ritagliando una propria
dignità nel ruolo di gregario, un po’ come nelle partite di calcio durante
l’ora di educazione fisica, quando ormai non era raro vedere Tilo passargli la
palla o dargli una pacca amichevole per una bella chiusura in difesa.
Tutto questo contava parecchio, perché Tilo era indiscutibilmente un leader.
Era stato il primo a scopare, il primo a fumare, il primo a rubare. Conosceva
tutti i gruppi.
«Che merda ascolti?» mi disse un giorno, dopo avermi strappato di dosso le
cuffie di un walkman. «Sei per caso rimasto negli anni Ottanta? Ma allora
perché durante gli anni Ottanta sembravi uscito dai Settanta?»
Dopo avermi dato della mezza sega, mi restituì le cuffie. Nick e Daniele, i
suoi fedelissimi, scoppiarono a ridere. Anche Marco si lasciò scappare un
sorrisetto. Da quel giorno in poi, non lo sentii più menzionare una sola volta
i suoi cantautori italiani. Sempre più spesso mi capitava di perderlo di vista
all’intervallo, per poi scoprire che era andato a imboscarsi con Tilo, Nick,
Daniele e gli altri. La solita piccola cerchia di cinque o sei della nostra
classe. Si riunivano ai cessi dei maschi, probabilmente a pianificare feste e
weekend sciistici tra una canna e l’altra. E Marco, in qualche modo, era
diventato uno di loro. Per rendermi conto di quanto fosse cambiato, mi bastava
muovere una minima critica a Tilo, e lui subito a zittirmi e difenderlo. Perché
Tilo era anche questo, godeva di un credito illimitato e sembrava potersi
permettere di tutto.
Verso la fine della seconda si sparsero certe voci su Anna in lacrime e mezza
svestita contro al muro della cantina al termine di una festa. Nick ne aveva
parlato addirittura a Marco in tono celebrativo: «Tilo dice che all’inizio
faceva un sacco di storie, ma alla fine è solo un’altra puttana!»
Quella sera, a letto, chiusi gli occhi e mi proiettai mentalmente un altro
episodio del solito telefilm immaginario, in cui una variante eroica del mio
personaggio rimetteva le mani chissà come sul coltellino a scatto sequestrato
da mia madre tanti anni prima e, dopo aver cavato un occhio a Nick, si
incamminava a passo marziale nei corridoi del collegio alla ricerca di Tilo.
Poi, semplicemente, mi addormentai.
Qualche settimana dopo diventò ufficiale che Anna e Tilo stavano insieme, e
anche i toni degli amici di lui cambiarono.
A differenza di quanto capitava a Tilo, per me le ragazze continuavano a essere
un pianeta sconosciuto. L’unica che in tre anni mi avesse mai sorriso era
Raffaella.
Abitavamo vicino e prendevamo il pullman insieme. Era in quelle occasioni che
avevamo iniziato a parlarci un po’. In classe continuavo a mantenere le
distanze – ci mancava solo che qualcuno mettesse in giro la voce che io e
Mafalda stavamo insieme. Ma non per questo non mi piaceva passarci del tempo.
Con lei mi ammazzavo di risate, sentendomi a mia volta simpatico, e questo
senza bisogno di controllarmi o assumere atteggiamenti studiati a tavolino come
facevo in classe.
La fama di Raffaella-Mafalda non era usurpata. Era di gran lunga la ragazza più
brutta e più grassa della nostra classe, forse dell’intera scuola.
L’anno della terza prendemmo l’abitudine di trovarci da lei. Per studiare, ci
dicevamo, ma sua madre a differenza della mia lavorava, e per gran parte del
pomeriggio avevamo la casa e il frigorifero a completa disposizione. Così, il
più delle volte finivamo per noleggiare una videocassetta e vedercela sul
divano facendo merenda. Dopo una gara di rutti, si andava al negozio di dischi
o in videoteca a scegliere altri film.
Raffaella non aveva mai troppa voglia di concentrarsi su qualcosa, e quei
pomeriggi finirono per pesare sulla sua media molto più che sulla mia.
Mia madre non era affatto contenta che continuassimo a studiare insieme. «Di
questo passo diventi un somaro anche tu».
Le dissi che non era vero, che Raffaella era in gamba.
Ma più o meno a metà del secondo quadrimestre fu chiaro che difficilmente se la
sarebbe cavata. Era insufficiente in cinque materie, e questo non sembrava
importarle.
«Tanto lo so che mi segano» mi disse un pomeriggio, con una delle sue risate
piene.
Eravamo da lei, sul suo divano, e stavamo guardando un pessimo horror. Durante
una scena ci accorgemmo persino di un microfono penzolante all’interno
dell’inquadratura. Ridemmo così tanto che a Raffaella scesero le lacrime, e a
me parve di aver perso forza nelle mani, non riuscivo nemmeno più a stringere
il sacchetto delle patatine. Finite le risate, si asciugò il suo viso e mi
guardò. Io non dissi niente. Fu lei ad avvicinare le labbra alle mie. Mentre la
baciavo riuscivo solo a ripetermi che forse non lo stavo facendo nel modo
corretto. In tutti i casi era un momento decisivo della mia vita, ed era triste
che, tra tante ragazze che c’erano al mondo, lo stessi vivendo con Mafalda.
Provai a infilarle una mano sotto la casacca enorme della tuta, ma lei mi
fermò. Poi, restando vestita, si inginocchiò sul tappeto e mi aprì i pantaloni.
Non parlai a nessuno, tanto meno a Marco, di quel pomeriggio. E neanche dei
successivi, iniziati con la pausa merenda-film e finiti con lei che levava gli
occhi verso i miei con un sorriso diverso dai soliti, più triste. Mi dicevo
che, comunque, alla fine dell’anno Raffaella sarebbe stata bocciata e avremmo
finito per perderci di vista. Lei del resto non mi chiese mai nulla, e a scuola
continuammo a comportarci normalmente, cioè a ignorarci.
Nel frattempo anche Tilo, a cui in altri anni era bastato studiare
sporadicamente per mantenersi a galla senza tanti problemi, mollò la presa e
diventò un serio candidato alla bocciatura.
Feste, calcio, furtarelli nei negozi erano diventate le sue uniche occupazioni.
Riusciva a intrufolarsi anche dove non era invitato, lasciando sempre un segno
del suo passaggio con piccoli atti di vandalismo, che allora suscitavano grande
impressione in tutti noi, o facendo ubriacare tipe sul conto delle quali Nick e
Daniele avrebbero raccontato nuovi aneddoti.
La storia con Anna era ormai poco più di una farsa, eppure bastava che qualcuno
facesse il nome del suo ragazzo per vederla sciogliersi in un’espressione
adorante.
Ma era con i più sfigati che Tilo riusciva a esprimersi al suo meglio. Non
tanto con Raffaella, che era la prima a buttarla sul ridere quando la
chiamavano Mafalda. Ancor meno con Eddie, che reagì con un’alzata di spalle
quando le capitò di trovare bucati tutti i suoi assorbenti nello zaino – solo a
distanza di tempo avremmo saputo che, soffrendo di una forma grave di
anoressia, non aveva nemmeno più il ciclo e se li portava dietro giusto per non
insospettire la madre.
Ma il capolavoro fu far esplodere lo zaino di Filucchi al cambio dell’ora. Tilo
aveva preparato un piccolo ordigno con della polvere da sparo trovata nella
tenuta di campagna dei suoi. Gli effetti furono di poco superiori a quelli di
un petardo, ma Filucchi schizzò fuori di corsa dall’aula gridando, e dovettero
inseguirlo per i corridoi della scuola due bidelli più l’Antonio, il
vicerettore.
Tilo se la cavò con qualche giorno di sospensione. Un’altra medaglia da
appuntarsi al petto, come le tante voci che circolavano sui suoi exploit con le
droghe. Le poche volte che illazioni di questo tipo arrivavano fino a lui, se
la ghignava soddisfatto, senza confermare o smentire nulla.
Sembrava che niente potesse toccarlo.
Niente tranne quella che chiamavamo la maledizione dell’Antonio.
Gran parte delle volte in cui il vicerettore entrava in aula per darci una
comunicazione, si trattava di una disgrazia più o meno annunciata, tipo
qualcuno dell’ultimo anno che si era andato a inchiodare con una macchina
sportiva.
Appena vedevano comparire l’Antonio sulla porta dell’aula, ad alcuni veniva
ormai istintivo toccarsi le palle e ridacchiare.
Sembravano farlo con quel solito cinismo un po’ inconsapevole, non molto diverso
da quello dei miei genitori quando si fermavano a parlare col vicino di un
fatto di cronaca locale.
A volte li guardavo e mi chiedevo se ci
fosse dell’altro. Se a qualcuno di loro capitasse mai di provare la mia stessa
gioia sotterranea, bestiale, all’idea che la vittima dell’incidente avesse
avuto in realtà quello che si meritava.
Come l’ultimo della serie, un ex alunno che aveva già sfasciato due Ferrari e
una Bmw M5. Prima di partire per i suoi viaggi d’affari, il padre era arrivato
al punto da lasciare in deposito le sue auto nell’officina di un carrozziere.
Un venerdì pomeriggio di marzo, al figlio era bastato offrire più soldi del
padre per andarsene dall’officina su una Carrera 4, la stessa con cui il giorno
successivo avrebbe travolto una famiglia di marocchini a piedi e i loro
sacchetti della spesa. Airbag e barre laterali avevano salvato invece il
responsabile, rimasto per qualche giorno in rianimazione tra la vita e la
morte.
La gioia che provai mentre l’Antonio, entrato in classe con una spettacolare
espressione di circostanza, ci annunciava che il tizio era fuori pericolo ma
paralizzato dalla vita in giù e sotto inchiesta per omicidio colposo plurimo,
fu talmente selvaggia che non mi azzardai a parlarne con nessuno. Tanto meno
con Tilo, che aveva sviluppato una forma di empatia tutta sua per questo genere
di cose.
«Potrebbe capitare a chiunque» diceva, intendendo forse che poteva capitare a
qualcuno come lui.
Se era così, gli restavano un paio d’anni scarsi prima di prendersi la patente
e diventare un’altra potenziale vittima della maledizione.
Un giorno, mentre mi riallacciavo i pantaloni sul divano di Raffaella e dal
bagno proveniva il rumore dell’acqua nel lavabo, mi chiesi se Tilo si rendesse
conto di quanto era fortunato. Non pensavo tanto ai bicchieri rotti e ai tavoli
da biliardo ribaltati alle feste, o alla due posti che avrebbe senz’altro
guidato anche lui di lì a un anno, quanto all’amore di Anna. Che se lo fosse
preso con la violenza o meno, l’amore di Anna era solo per lui. E poi aveva
l’ammirazione di tutti gli altri. Insomma, al suo posto mi sarei fermato almeno
per un istante a godermi lo spettacolo.
L’estate successiva, gli scrutini diedero esiti imprevisti. Non tanto per me,
che come gli altri anni fui promosso a giugno con la sufficienza abbondante in
tutte le materie.
Nemmeno per Tilo, che alla fine riuscì a contenere i danni e si prese tre esami
di riparazione.
Si trattava di Raffaella. Per poco non mi cedettero le ginocchia quando, invece
del timbro in stampatello “NON PROMOSSA” che mi ero aspettato di trovare
accanto al suo nome, vidi elencate le quattro materie in cui era stata
rimandata.
Cercai di mantenere il controllo, ripetendomi che la sua era comunque
un’impresa ardua, ma non bastò per calmarmi. Poi, una volta a casa, la chiamai.
«Pensi che ce la farò?» mi disse, piagnucolando scherzosamente.
«Ma certo, perché non dovresti?»
Lei scoppiò in una risatina delle sue. «Comunque» disse «prima che parti per il
mare dobbiamo andare almeno una volta al cinema all’aperto. Ci sono dei bei
film in programma».
Sopraffatto dalla nausea, iniziai ad elencare una serie di scuse.
«D’accordo» mi bloccò lei. «Nessun
problema».
Contrariamente a ogni aspettativa, Raffaella se la cavò alla grande in tutti e
quattro gli esami di riparazione e fu promossa.
Tilo invece andò in overdose di cocaina mentre si trovava in vacanza a Ibiza e,
invece di tornare a casa a metà agosto per la studiata finale, fu spedito dai
suoi in una clinica svizzera a disintossicarsi.
All’inizio della quarta, a scuola trovai espressioni gravi e un’atmosfera
simile a quella di un funerale. Tilo aveva perso l’anno, e la classe aveva
perso lui.
Finsi anch’io di associarmi a quella
nostalgia unanime, ma in realtà il fatto che se ne fosse andato mi rassicurava. Da quel momento in poi non mi sarebbe più stato detto nulla
di umiliante. Il giudizio era sospeso. Con Tilo se ne andava la brutalità, la
polizia emotiva che sapeva snidare la minima traccia di un sentimento umano.
Fosse rimasto tra noi, prima o dopo avrebbe saputo di me e Mafalda, e quella
sarebbe stata davvero la fine. Presentarmi a scuola tutte le mattine sarebbe
diventata una pena insostenibile. Invece, così, si prospettavano due anni meno
difficili dei precedenti.
La prima lezione di chimica fu tenuta da un nuovo professore, Bennini, un
ragazzetto miope e timidissimo, che quando parlava era capace a malapena di
farsi sentire.
Il pomeriggio successivo mi telefonò Marco, che aveva già un sacco di
informazioni su di lui.
Disse che quella di trovarsi lì ad insegnare a noi era una sorta di ultima
spiaggia, dopo aver mandato a puttane un progetto di ricerca con fondi
comunitari.
«E tu come le
sai, tutte queste cose?»
Lui si fece una ghignata. «I cessi della nostra scuola sono come la piazza del
mercato. Perché non ti decidi a farci un salto anche tu? Domani ne parlo a Nick
e Daniele, non credo faranno problemi».
C’era anche Anna, a volte, lì con noi. Dimagrita, appoggiata alla piastrelle
bianche, come orfana di qualcosa. Prendeva il suo tiro dalla canna e la passava
in silenzio, inghiottendo il fumo come fosse un boccone indigesto.
Senza Tilo sembravano tutti entrati in uno strano periodo di non belligeranza.
Si limitavano a esistere. Per me era comunque un sensibile passo avanti,
qualcuno aveva anche iniziato a chiamarmi per nome.
Poco prima
delle vacanze di Natale, Nick parlò della sua festa dei diciott’anni, che
sarebbe stata in gennaio.
Daniele, Marco e Anna assicurarono la loro presenza. Mi stavo preparando a
reggere l’urto dell’ennesima esclusione quando Nick mi guardò.
«Tu ci sei?» mi disse. «Voglio vederti ubriaco, potresti essere una delle
rivelazioni della serata». Mise un braccio intorno alle spalle di Marco, lì
accanto a lui. «Come questa bestia qua» disse, stringendogli i muscoli del
collo.
Quella sera, a letto, chiusi gli occhi e, senza bisogno di lavorare di fantasia
come al solito, mi vidi semplicemente com’ero diventato. Ne ricavai una certa
soddisfazione. Niente di eccezionale, per carità. Ma quello che vedevo era, per
la prima volta, qualcosa di cui non vergognarsi.
Poi, inevitabilmente, partì il telefilm. Era più forte di me.
Le scene immaginarie iniziarono a scorrere. In un futuro molto vicino,
rientravo nello spogliatoio dopo la partita, sudato e tracotante, in tutto
simile a Nick o Daniele. O ero appoggiato alla porta di un cesso, mentre Anna
si portava una ciocca dietro l’orecchio e mi guardava, e all’improvviso
sembrava accorgersi di chi fossi davvero. E, giorno dopo giorno, mi scoprivo
padrone di quello sguardo, proprio come era già successo a Tilo.
Ma poi mi parve di volare troppo alto, riaprii gli occhi e vidi il soffitto
della mia stanza. Tutto aveva comunque un buon sapore. Erano passate poche ore
dall’uscita da scuola, e già mi mancava tutto. Mi mancavano Nick e Daniele e
Marco, quel loro rispetto di cui non sarei più riuscito a fare a meno.
Il mio entusiasmo per l’invito di Nick fu molto ridimensionato dalla notizia
che fosse in realtà aperto a tutta la classe, compreso Filucchi, che l’aveva
respinto terrorizzato.
Nel caso di Eddie non ce fu bisogno. Dopo aver scoperto che non mangiava da un
tipo di un’altra classe che le andava dietro, i suoi l’avevano messa in cura in
un centro.
Salendo la scalinata della villa affittata da Nick per la sua festa in un
sabato sera di fine gennaio, cercai di affrettare il passo perché nessuno si
accorgesse che ero arrivato insieme a Raffaella.
Ad accompagnarci era stata sua madre, perché nessuno dei due aveva motorini o
moto, e i miei avevano fatto il solito ostruzionismo mediocre.
Temendo che la prima festa seria a cui venivo invitato mi esponesse a chissà
quali tentazioni, mio padre aveva rifiutato di portarmici.
«Con le cose che si leggono sui giornali, poi» aveva detto mia madre. «Ne
succedono di tutti i colori, e si tratta sempre di ragazzi della tua età.
Incidenti, alcol, droga».
«Aveva ragione la tua maestra delle elementari» era stata la conclusione di mio
padre. «Non quella parassita statale che se ne stava in corridoio a fumare
mentre tu ti menavi coi tuoi compari. Quella che grazie a me hai avuto dopo, in
collegio. Lo diceva sempre, lei: “piuttosto che i genitori, meglio che piangano
i figli”».
Mi ripromisi di dimenticarmi di tutte quelle stronzate appena mi fossi unito
agli altri.
Chiesi di Tilo. Daniele mi disse che nessuno di loro l’aveva ancora sentito
dalla scorsa estate.
Nick si fece vedere solo dopo qualche ora. Scese la scala che metteva in
comunicazione la sala principale con le stanze al primo piano. Con lui c’era
Anna, fasciata in un abitino con le spalle scoperte malgrado fosse inverno.
Bevemmo parecchio, tutti quanti. Da sbronzo non dovetti risultare molto più
divertente del solito. A un certo punto della serata mi accorsi di una serie di
sguardi che gli altri si stavano scambiando. Marco discusse fittamente con Nick
e Daniele, e poi entrambi si allontanarono insieme ad Anna.
«Ma che cazzo succede?» chiesi a Marco, mentre lui si lasciava cadere accanto a
me sul divano.
«Succede che stanno andando a pippare».
«E allora?»
«E allora Tilo a momenti ci lasciava le penne, e a me non va».
«Be’» dissi, rialzandomi e barcollando per qualche istante. «A me invece sì».
«Sei proprio un coglione» lo sentii gridare mentre mi dirigevo verso i bagni.
Alcune ore dopo, Raffaella si fece largo in mezzo alla gente che ballava. Aveva
uno sguardo furioso.
«Mia mamma» disse, prendendomi per un braccio «non può stare sveglia tutta
notte ad aspettare che tu completi il tuo rito di iniziazione».
Mi accorsi che Daniele e Marco ci stavano osservando. Anche ad Anna, più figa
che mai mentre si dimenava sotto le luci nel suo miniabito, scappò un
sorrisetto allusivo.
«Dille di venirti a prendere, allora» dissi a Raffaella, liberandomi della sua
mano con un strattone.
«No, non ti lascio qui in queste condizioni. Ma ti sei visto?»
Con gli occhi puntati nei suoi e il cuore che mi martellava nel petto, mi
avvicinai e le parlai forte, scandendo bene le parole. «Ma ti sei vista tu,
Mafalda?»
Lei per qualche secondo non fece altro che annuire, con uno sguardo che era un
misto di ironia e delusione.
«Immagino che sarai soddisfatto dei tuoi progressi» disse, prima di
incamminarsi verso le scale.
«Sì che lo sono!» le gridai. «Non immagini quanto!»
«Che voleva Mafalda?» Sentii una mano sulla mia spalla e, appena voltato, vidi
gli occhi esagitati di Nick addosso a me.
«Andarsene» dissi. «Ci ha accompagnati qui sua madre».
Nick rise e guardò Daniele, avvicinatosi nel frattempo. «Te l’avevo detto, era
impossibile che stessero insieme. Dai, tra tutte, volevi proprio che si fosse
messo con Mafalda? Mica è così brutto. Ha solo un po’ di terreno da
recuperare».
«Mafalda? Ma stai scherzando?» risi anch’io, con una smorfia disgustata.
«Abitiamo vicini, ho solo approfittato di sua madre per un passaggio».
«Sì ma proprio a lei dovevi chiederlo? Mi sa che dovrò insegnarti a gestire un
po’ meglio la tua immagine». Nick mi diede un buffetto. «Resta finché vuoi.
Quando sarà il momento, basta che me lo dici e te lo chiamo io un taxi». Scosse
la testa, ridendo. «Mafalda...» ripeté, prima di farmi cenno di seguirlo verso
il centro della pista, dove erano rimasti gli altri.
Bennini, il nuovo prof di chimica, aveva paura di noi. Bastò che ci portasse un
paio di volte in sala proiezioni per mostrarci dei filmati didattici, perché la
cosa diventasse evidente. Era incapace persino di impedirci di urlare nel breve
tragitto attraverso i corridoi, quando sembravamo un corteo di hooligan diretti
allo stadio.
All’inizio del secondo quadrimestre, quelle dedicate alla proiezione di video e
diapositive erano ormai diventate ore di ricreazione. Daniele interveniva
spesso con qualche commento ad alta voce, seguito dalle nostre risate. Nick
rendeva una specie di omaggio postumo a Tilo facendo il vandalo con le
poltroncine. E io e Marco a ruota. Non per una reale ostilità verso Bennini,
no. Solo perché lui, in fondo, era il bersaglio ideale. Il suo status di
perdente era come una stonatura, un’incursione imprevista della realtà nel
mondo senza problemi allestito per noi.
L’ultimo
giorno di scuola prima delle vacanze di Pasqua, invece dei soliti video
didattici, decise di portarci a vedere un film. Entrato in classe, tirò fuori
dalla borsa la videocassetta di Blade
Runner e, appoggiando un indice alle labbra, ci invitò scherzosamente a non
dirlo a nessuno.
«Se mi licenziano» disse, con un sorriso esitante «dove lo trovo un altro posto
così?»
Qualcuno rise. In molti approvarono l’idea del film.
Noi fummo cinici, come sempre.
«Perché, secondo voi, ci porta a vedere un film che conosciamo già a memoria?»
ci chiese Nick davanti all’ingresso della sala proiezione.
«Per sviarci dalla realtà, che ormai è sotto gli occhi di tutti» disse Daniele.
«È qui perché non può essere altrove» disse Nick.
«Perché Bennini è un...?» disse Marco, guardando me.
«Un fallito!» esclamai allora, convinto che il diretto interessato fosse già dentro
la sala, a preparare il proiettore. «Bennini è un fallito!»
Solo in quel momento mi accorsi di lui che, fermo a pochi passi, mi guardava.
Il viso glabro e la bassa statura gli avevano come permesso di mimetizzarsi fra
i miei compagni. Nel suo sguardo c’era un misto di impotenza e delusione.
Qualche ora dopo, sceso alla fermata del pullman, chiamai Raffaella, che era
già una ventina di passi avanti.
«Che c’è?» mi disse lei, voltandosi appena.
«Non è che mi aspetti? Dai, non sarai ancora incazzata, spero. Avrei bisogno di
parlarti un po’».
«Meglio di no» mi disse lei, sorridendo. «Se per caso lo viene a sapere uno dei
tuoi amici, che cosa può pensare?»
Il giorno in
cui ricominciò la scuola, al cambio tra la seconda e la terza ora entrò in aula
il vicerettore. Io guardai Marco, e poi Nick e infine Daniele. Senza più Tilo
lì a sorvegliarli, mi risposero tutti con una strizzata d’occhio e una
toccatina di palle.
Chissà chi aveva colpito la maledizione, stavolta, e qual era il modello
dell’auto disintegrata.
«Proprio adesso sarebbe dovuta iniziare la lezione di chimica» disse invece
l’Antonio.
Col tono di voce grave che di solito accompagnava l’annuncio dell’ennesima
fuoriserie accartocciata, ci disse che si trattava di Bennini.
C’era stato un incidente su in Brianza, non lontano da dove abitava Marco, in
una strada tutta tornanti. Anche il nostro insegnante era di quelle parti. In
prossimità della curva più pericolosa, dove in genere toccava quasi fermarsi
per impostare la manovra, la sua macchina aveva tirato dritto, precipitando su
un vecchio cimitero che si trovava qualche metro di sotto.
Sentii delle risatine soffocate alle mie spalle, ma evitai di voltarmi.
Giusto il tempo di sistemare un paio di cose, disse il vicerettore, e sarebbe
venuto lui a farci supplenza. Ci intimò di non fare casino nel frattempo. «È
morta una persona» disse, lasciando l’aula trafelato.
Molti uscirono comunque in corridoio alla ricerca di informazioni. Nick tornò
con un’espressione tutta eccitata, dicendo che la moglie di Bennini l’aveva
visto uscire di casa “stravolto”.
Non credetti nemmeno per un momento che qualcuno fosse già al corrente di
dettagli del genere. Ma mi parve lo stesso di vederlo, Bennini, mentre saliva
in macchina dopo qualche giorno di tregua, riluttante e impaurito come lo ero
stato io ogni primo giorno di scuola. E poi, a distanza di pochi minuti,
riverso nell’abitacolo, gli occhiali in frantumi, un rivolo di sangue lungo un
lato del viso. Vecchie croci e lapidi sconnesse a fare da degno contorno alla
fine di un debole.
Finché, d’un tratto, quell’immagine fu sostituita da un’altra.
I suoi occhi che incrociavano i miei, fuori dalla sala proiezione.
«Ma ti rendi conto?» dissi a Marco nell’intervallo, indicando Nick che
ghignante parlava dell’accaduto con quelli delle altre classi. «Ci manca poco
che festeggino, quei due».
«Che ti frega di Bennini? Era uno sfigato» disse lui, non troppo convinto.
Forse solo per quello non gli risposi a tono. «Secondo te è colpa nostra?» mi
limitai a mormorargli.
Lo vidi distogliere lo sguardo e diventare paonazzo. «C’è Daniele che ci sta
chiamando» disse, prima di allontanarsi.
Al telefono, nel pomeriggio, non fece altro che ripetermi che quel tornante del
cimitero era pericoloso, che negli ultimi anni c’erano stati un sacco di
incidenti.
«Di notte» dissi. «Ed era tutta gente che aveva bevuto o faceva le curve col
freno a mano. A lui invece è successo di mattina, cazzo. Mentre veniva a scuola. Da noi».
«Stai dicendo che l’ha fatto apposta? Che si è fatto fuori per non vedere più
la tua faccia, o la mia?»
«Non so, Marco. Non so».
«Senti, idiota. Tu adesso ti senti in colpa perché hai dato del fallito a un
tizio una settimana prima che tirasse le cuoia. Posso capire, ma ora piantala».
«Siamo stati in quattro, a dargli del fallito».
«Sì, be’, tre l’hanno fatto in modo indiretto...» Soffocò in gola una risata.
«Tu, in effetti, ci sei andato giù pesante, ma adesso mica puoi dare la colpa a
me, o a Nick e Daniele».
«Sei come loro» gli dissi.
Dopo un primo attimo di stupore, lui non si trattenne e scoppiò a ridere. «Ma
certo, che scoperta! Perché? Tu, invece? Non ti crederai diverso, spero».
Così mi disse Marco, quel pomeriggio.
Di lì a poche settimane avrei compiuto diciotto anni, e un po’ da tutti mi
sarei sentito ripetere che avevo davanti un’intera vita.
Matteo Ferrario è nato nel 1975 nell’hinterland di Milano, dove vive. Nel 2002 ha pubblicato il racconto Habitat nell’antologia Via dei matti numero zero (Berti- Terre di Mezzo). Tra il 2004 e il 2006 ha pubblicato Giusto per rispettarsi di più nella raccolta Racconti diversi di Stampa Alternativa e quattro racconti sulla rivista online “Frenulo a Mano”. Con Buia è stato tra i vincitori del concorso Subway 2009.
Come loro è il racconto che apre una raccolta di dieci storie terminate di recente e accomunate da un tema: il male che nasce all’interno della famiglia. Il protagonista e narratore è un figlio unico educato al conformismo piccolo borghese dai genitori e dall’ambiente che lo circonda, quello di un collegio cattolico privato imposto dal padre dopo la scelta iniziale della scuola pubblica voluta dalla madre. Diventato un adolescente insicuro e disposto a tutto pur di piacere agli altri, finirà per conoscerne il prezzo.
[settembre 2011]
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Commenti
mi è dispiaciuto rendermi conto di essere arrivata alla fine del racconto...avrei voluto continuasse!
L'altra è più un dubbio, cioè che negli anni '80 nelle scuole superiori italiane non si davano i voti con le lettere, ma coi numeri da 1 a 10: c'erano scuole in cui si davano A B ecc?
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