Genesi de "Il Precursore", di Ivano Bariani E-mail
Racconti

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Premessa:
Abbiamo tutti bisogno di gente che faccia le cose per prima. Persone così non si incontrano tutti i giorni, ma la nostra esperienza ci dice che "loro" sono là fuori, da qualche parte. Eroi, precursori. Uomini che una volta erano nostri compagni di classe. Uno come il "Precursore" sembra essere venuto al mondo proprio per questo motivo: essere una specie di prototipo generazionale. Il tizio grande e grosso con lo sguardo bovino.
Il Precursore è un ragazzo che vive avanti di dieci anni rispetto a quelli della sua età.
Quando tu fumi la prima sigaretta, il Precursore si fa la prima canna. Quando tu arrivi alla prima canna, il Precursore può comprarsi una marmitta truccata coi soldi alzati vendendoti il fumo. Quando tu e i tuoi compagni scoprite il porno, il Precursore sta già scopando. Se tu hai una morosa, quella come minimo è una delle ex del Precursore (in realtà pensa spesso a lui, ancora). Se il Precursore si annoia, sei tu quello che ci rimette: non chiederti cosa può fare il Precursore per te: chiediti piuttosto cosa puoi fare tu per non essere pestato dal Precursore.



Erano quelli i tempi in cui Fornari e Revignoli potevano spiegare tutto. Li sentivi parlare e sembrava che quei due avessero sempre pedalato: si giustificavano pensando che la cosa avesse a che fare col rispetto nei confronti del posto da cui venivano, e ogni volta che infilavano il cancello della nostra scuola in piedi sui pedali gli sembrava di dichiarare al mondo quello che erano veramente, sudati anche il due di febbraio, con circa trenta secondi di tempo per salire fino al nostro piano prima dell’ultima campana.
Fornari entrò nell’atrio della scuola e guardò la scala. In fondo al corridoio ce n’era un’altra, identica, che portava dritto davanti alla porta della nostra classe; di solito i professori usavano quella. Revignoli lo raggiunse un secondo dopo. Disse che “la Coniglia” non era in corridoio. Sapevano entrambi che se prendevano la via più breve, rischiavano di incontrarla lungo il percorso. Fornari e Revignoli si buttarono allora su per i gradini della prima scala, sperando di poter essere più veloci della Coniglia.
C’erano cose che non c’era bisogno di dire, e c’erano cose che non c’era verso di ignorare, alla fine degli anni Novanta. Se andavano di moda a zampa di elefante, con le frange, stinti sulle cosce o schizzati di finta vernice bianca, potevamo essere sicuri che i pantaloni di Fornari e Revignoli sarebbero sempre stati stretti in fondo, senza pendagli, consumati solo in zona sellino e con un’unica permanente strisciata nero morchia sulla caviglia destra.
Altri aspetti interessanti del loro abbigliamento erano: non tenevano le chiavi appese al collo e non avevano un etto abbondante di gel nei capelli. Primo, perché le chiavi gli sarebbero rimbalzate addosso a ogni buca, distruggendogli lo sterno. Secondo, perché non avevano alcun bisogno di far sopravvivere la loro pettinatura allo stress di indossare un casco – e poi non sarebbe stato così piacevole correre a scuola con quella cosa che azzerava la traspirazione della testa e trasformava la loro faccia in una cascata di sudore e gommina fusa.
Però, i loro capelli privi di effetto bagnato, i loro mazzi di chiavi ridotti all’osso e quella chiazza di sudore a forma di zaino (si allargava di un paio di centimetri ogni mattina, quando consideravano la diffusione dei tascapane attorno a loro), ecco tutto questo, per quanto se la raccontassero, non aveva ragioni economiche. I nostri non erano più gli anni dei figli dei proletari contro i figli dei borghesi. L’eredità ideologica, apolitica e post-industriale degli Ottanta si presentava in tutta la sua franchezza nel fatto che quei due non avevano il motorino: non perché i loro genitori non se lo potessero permettere, anzi. Semplicemente non avevano alcuna intenzione di comprarglielo. Quindi le biciclette.
Fornari e Revignoli ogni giorno partivano presto da casa per arrivare tardi a scuola, si incontravano a metà strada e pedalando come disperati potevano fare l’appello con le targhe dei motorini. I nostri compagni li sorpassavano uno dopo l’altro lungo il viale, bastava tenere il conto.
«Era la Graziabella quella là?», li sentivi urlare da un marciapiedi all’altro (e a vederli correre ti chiedevi se non si erano già stancati del loro ruolo, se si erano chiesti com’era meglio interpretarlo, come una condanna o come una missione, e se si sarebbero ricordati di quello stereotipo nato abusato che è l’essere giovani a posteriori) mentre si arrendevano all’abolizione preventiva di ogni tipo di eroismo, ansimavano e schivavano una portiera oppure un tombino. Quando si rendevano conto che la scia della marmitta diventava una scia di profumo, allora sapevano di non essersi sbagliati: era effettivamente lo scooter della Graziabella.
Anche col Ciccione e il Curvo le cose erano facili. Dimensioni e forma aiutavano a riconoscerli da lontano. Ma il bello doveva ancora venire. L’ultimo a passare, almeno le mattine in cui trovava un buon motivo per scendere dal letto, sarebbe stato Giovanni. La sua moto, oltretutto, era anche l’ultima cosa che volevi sentirti rombare alle spalle perché se lui ti sorpassava era quello il segno che avevi fatto veramente tardi.
Giovanni si faceva chiamare il Precursore. In cinque anni di scuola non l’avevamo mai visto arrivare puntuale. Nonostante il soprannome che lui stesso si era assegnato – nonostante vivesse effettivamente in anticipo di circa dieci anni rispetto a tutti quelli della nostra età – nonostante tutto questo il Precursore era in ritardo di esattamente dieci minuti su un qualunque istante T di riferimento. Un giorno avremmo capito come ci riusciva. Intanto potevamo abbeverarci alla fonte inesauribile delle leggende che lo circondavano: gettiti di materiale mitologico emanavano dal Precursore descrivendo un arco narrativo che andava dalla Leggenda Numero Uno alla Leggenda Definitiva.
La prima era stato il Precursore stesso a raccontarcela, forse il secondo o il terzo giorno di scuola. Cominciava con la descrizione del suo metodo per procacciarsi il porno. Il Precursore pagava un suo amico maggiorenne per andare al posto suo dal giornalaio. Un giorno, l’amico maggiorenne era sparito con la paghetta di una settimana del piccolo Giovanni e allora niente giornaletti zozzi per quel sabato. Se in cuor nostro eravamo convinti di appartenere alla generazione che aveva scoperto masturbazione e supporti digitali durante la stessa fase ormonale, e quindi non potevamo che considerare quella fregatura del Precursore come un effetto collaterale del suo analfabetismo informatico, di contro dovevamo sentire il resto del racconto per realizzare che l’ala del futuro batteva forte accanto al Precursore: lo spirito dell’epoca aveva attraversato quel ragazzo come un vento di promesse, facendo di lui un uomo in grado di vivere avanti almeno dieci anni. Ai suoi occhi non eravamo che poveri smanettoni.
Il Precursore aveva raccontato tutto al padre. Il padre del Precursore aveva un’azienda che produceva componenti meccaniche per conto terzi; gli aveva detto che non si pagano quelli con più anni di te per fare qualcosa che tu ti vergogni di fare: per quello ci sono i marocchini. Il Precursore allora aveva dato a un marocchino metà dei soldi che dava da mesi al suo amico maggiorenne e il marocchino si era fatto trovare nello stesso posto alla stessa ora per i sabati a venire, coi porno per lui.
Questo ti raccontava il Precursore, quando ancora nemmeno sapevi il suo cognome. E poiché in prima superiore eravamo ancora in pochi a scambiarci floppy disk neri rigorosamente senza etichette, erano parecchi quelli che ammutolivano davanti alla Leggenda Numero Uno e poi seguivano l’esempio del Precursore. Il marocchino, neanche a dirlo, capì l’antifona: aprì un conto col giornalaio più vicino al nostro liceo e cominciò a presentarsi una volta a settimana nel parco accanto all’ingresso, con la sua borsa delle meraviglie a tracolla.
Ecco di che cosa avrebbero potuto liberarci i responsabili dei programmi didattici se solo avessero avuto un minimo di coraggio: un’ora al giorno di laboratorio informatico e tutti noi non saremmo stati costretti a confrontarci con lo sfruttamento della manodopera non qualificata. Con un pacco da dieci floppy disk avevi immagini porno anche per i tuoi figli, ma se il computer neanche sapevi come accenderlo, allora non ti restava che il marocchino.
Un giorno mi sono avvicinato e gliel’ho anche chiesto. Lui ha chiuso la sua borsa – la sua giornata lavorativa finiva quando iniziava la nostra scolastica – e mi ha risposto che era di Nairobi, in Kenya. Non ho mai voluto dirlo nemmeno a Fornari.
La Leggenda Definitiva, il Precursore non aveva bisogno di raccontartela. Era una storia sbocciata in estate e il primo giorno dell’ultimo anno di scuola la conoscevano già tutti: il Precursore, patentato soltanto attorno ai diciannove ma automunito già allo scoccare della mezzanotte del suo diciottesimo compleanno, aveva parcheggiato in una stradina di campagna, aveva spento il motore e si era voltato verso la sua ragazza di allora. Voleva concludere il sabato notte in bellezza. Qui le versioni si sprecano. C’è chi sostiene che la ragazza fosse semplicemente stanca e infreddolita, chi si lancia in descrizioni particolareggiate del repertorio alcolico ingerito da entrambi. Come che sia, i due, pochi minuti dopo sono impegnati in una variante sbilenca e poco appagante di sesso anale. Quindi, la battuta di lei: «Oddio, esci! Esci ché… è un brutto momento». La leggenda vuole che il Precursore, per una volta, abbia inaspettatamente assecondato la volontà della ragazza. Risultato: pelvi e sedili invasi da una versione alquanto liquida dei prodotti intestinali di lei. Al che, il Precursore (lo stesso uomo che non avrebbe avuto alcuna vergogna a confermare ogni passaggio della sequenza) aveva cercato il finestrino per vomitare, ma lo aveva trovato chiuso.
Il marocchino di Nairobi, quella volta, rifiutò prima le 50, poi le 100 e infine le 200 mila lire che il Precursore gli offrì per ripulire il tutto. Per quel che ne so, o il Precursore s’è pulito la macchina da solo o se n’è fatta comprare un’altra identica da suo padre.
Questo era il Precursore. Uno che sottoscriveva contratti di telefonia mobile che prevedessero la ricarica del credito per ogni telefonata ricevuta e poi spargeva il suo numero su tutti i giornali di annunci economici che conosceva, sotto messaggi tipo: «aaa regalo parecchia roba a prezzi stracciati. Chiamatemi presto».
Egli era l’epopea di se stesso; per cercare di esserne all’altezza passava i pomeriggi a spostare pesi o muovere palloni. Il risultato era una massa di carne che dal primo banco creava un cono d’ombra nel quale Revignoli e Fornari potevano eclissarsi anche per cinque ore di fila. Il professore si sarebbe dovuto alzare in piedi per vederli.
Le scuole superiori devono essere il primo luogo in cui un professore si rende conto della propria ridicola corporeità: dovrebbe farsi rispettare da uomini e donne fatti e finiti, ma ogni volta che alza la voce davanti alla classe sta soltanto ribadendo che il suo potere, lì dentro, è esclusivamente didattico, vagamente gerarchico, sicuramente non fisico.
Avevamo visto tutta quella pressione rovinare anche i migliori esseri umani, perciò non c’era da stupirsi se in qualche stanzetta dimenticata del Ministero della Pubblica Istruzione qualcuno aveva preso decisioni drastiche (e più in generale provava a mettere toppe come poteva). Ogni volta che ci pensavi, intuivi il lavorio discreto di anni di studi, i primi risultati dei test di laboratorio, il via vai di camici bianchi fra le gabbie, i continui compromessi con sedicenti associazioni ambientaliste. Alla fine del processo venivamo noi, stereotipi e prototipi insieme, anello di congiunzione tra lo studente e la cavia. La mia teoria era che un giorno avrebbero parlato del nostro come del primo istituto a sperimentare l’insegnamento animale.
La nostra prof di italiano e latino, per esempio. Se arrivavi dopo l’ultima campana, la Coniglia ti lasciava bussare almeno due volte prima di sussurrare «Avanti» dalla parte giusta della porta.
Fornari arrivò in cima alla scala e quasi travolse il bidello del nostro piano. Revignoli scivolò sull’ultimo gradino e si appese alla sua schiena per non cadere. Mentre tutti e due crollavano addosso al bidello, Fornari vide la prof sbucare dall’altra scala, davanti alla nostra classe.
Il bidello disse che non si correva sulle scale. Revignoli e Fornari si raddrizzarono e in fondo al corridoio la prof entrò in classe. Quando finalmente ci arrivarono anche loro, la porta era stata chiusa da forse cinque secondi.
Li sentimmo bussare, due volte. Poi lei disse «Avanti» e si voltò a guardarli, Danilo Revignoli e il suo compare Fornari, mentre ansimavano incorniciati a metà tra il corridoio e la classe. Alla fine, come sempre, sbuffò un: «Sì?» e gli occhiali minuscoli che aveva addosso le scivolarono in fondo al muso. Erano quelli i momenti in cui ti accorgevi del naso a intermittenza, e dei baffi.
«Buongiorno. Possiamo entrare», non chiedevano di solito i due.
«Ma prego», faceva la Coniglia tornando a guardare la classe.
Loro sfilavano fra i banchi troppo stretti e le nostre facce ancora addormentate, la prof armeggiava con i suoi attrezzi minuscoli e sul registro di classe venivano regolarmente stampate altre due r rosse, accanto ai loro nomi.
«Revignoli e Fornaciari», poteva quindi chiamare la Coniglia, se ancora stavano spostando le loro sedie. «Questo è il terzo ritardo in una settimana».
Oppure: «Fornaciari e Revignoli, vi è tanto difficile essere qui in tempo per l’appello?»
Oppure: «Revignoli e Fornaciari, e alzarsi prima la mattina?»
In ogni caso, la risposta era sempre la stessa. La battuta toccava a lui: «Fornari, prof».
«Fornari
«Già».
«Non credo sia un cognome»
«È come mi chiamo, prof».
«Sarà».
«E anche mio padre».
«Mai sentito prima. Sicuro che non è Fornaciari
Allora la maggior parte di noi sorrideva il suo primo ghigno per quel giorno, e tutti insieme iniziavamo la mattinata. Il sacrificio è il più efficace dei riti. Se poi ci metti che i riti piacciono a tutti e che nessuno può aver voglia di immolarsi ogni giorno, a maggior ragione nessuno avrebbe voluto essere lui, o Danilo. Ma comunque: tutti vogliono bene alle consuetudini. Di solito Fornari e Revignoli durante le lezioni giocavano a scacchi. Poi li sentivi confabulare di quello che non sapevano ma avrebbero voluto sapere, piuttosto che di quello che non gli interessava ma qualcuno voleva lo stesso insegnargli.
Guardavano fuori dalla finestra e si interrogavano sul nome esatto di quei tetti triangolari sulle fabbriche. Sapevano che quel nome esisteva – potevano persino averlo già sentito – ma come fare a ritrovarlo? Come immaginarselo che un giorno avrebbero imparato il cinismo e l’istinto a sbuffare con sufficienza a ogni accenno di nostalgia? Danilo gli mangiava un alfiere, Fornari cambiava argomento. Tutto questo, sempre sussurrando.
Secondo Fornari è giusto che la racconti io questa storia perché io sono incapace di qualunque empatia. «Tu nella testa hai tutto un repertorio di cazzate», dice Fornari, «Ma nessun materiale originale». Per dirlo in un altro modo: se voi trovate un cadavere per strada, avete un certo tipo di reazione. Vedete i vermi, sentite la puzza, la carne che si sfalda. Magari, a un certo punto, vomitate. Ma se leggete un manuale di anatomia, vi guardate un documentario sugli obitori, beh, è un altro paio di maniche. Per me no. Io sembro sempre annoiarmi uguale. Anche quando ero il primo ad alzare la mano in classe, anche quando tutti mi conoscevano semplicemente come “il Lecchìno”, anche allora vestirmi da gladiatore o vedere Spartaco non faceva nessuna differenza, per me, dice Fornari.
Gran bei tempi, ecco come li ricordiamo. Il Precursore non aveva ancora ammazzato nessuno. ♦



© Copyright 2007 Ivano Bariani (originariamente pubblicato su "Fernandel" n. 60, aprile-giugno 2007)  


foto_bariani.jpgIvano Bariani (Reggio Emilia, 1981) ha pubblicato il romanzo 16 vitamine (minimum fax, 2005). Nel 2004 ha fondato con Mattia Walker la rivista "FaM - Frenulo a Mano" (http://www.famlibri.it/). Il suo secondo romanzo Il Precursore. Manuale del supereroe scolastico uscirà a fine aprile per Sironi. Fernandel ne pubblica in anteprima uno dei capitoli iniziali.


 
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