Come libertą comanda (maggio 2011) E-mail

Marco Candida

Come libertà comanda

(una rubrica di Marco Candida. Decima puntata)

 

 

Apertura della mente


Di solito qui a Grand Forks la sera mi piace fare una passeggiata nella downtown. Non direi che si tratta di un’abitudine, ma è senz’altro qualcosa che faccio con una certa frequenza. Mi fermo da Gilly’s oppure da O’Relly – il primo è una specie di discopub, il secondo un pub irlandese dove ho trascorso un indimenticabile Saint Patrick’s Day – poi arrivo sempre da The Hub, dove il martedì fanno musica dal vivo, blues, country e c’è un jukebox con musica folk da sballo, mi fermo davanti alla vetrina di The Toasted Frog (che significa “il ranocchio ubriaco”, e che assieme a Sanders è forse il posto dove si mangia meglio – anche se dico sempre a Elizabeth che tendiamo a sottovalutare Blue Moose, dall’altra parte del ponte, a East Grand Forks) e poi entro da Joe Black’s, dove i ragazzi che controllano l’ID ormai non me lo controllano nemmeno più. Una volta terminavo il giretto facendo una partita a Pac-Man, un videogame anni ’80 (soprattutto per lasciarmi riscaldare da un certo sentimento di nostalgia), ma adesso, chissà perché, lo hanno tolto. Io però da Joe Black’s ci vado ugualmente. Mi piace la musica. Mi piace l’atmosfera. A volte quando faccio questi giretti cammino sul ponte, di solito vado verso Whitey’s, anche se una volta o due sono andato a farmi un sandwich da Applebee’s, e fin tanto che è aperto vado anche da Cabela’s e guardo l’acquario grandissimo oppure gli orsi o le renne e gli altri animali impagliati, oppure mi concentro sulle rastrelliere con le canne da pesca e i fucili di caccia.

Nei giorni scorsi mentre attraversavo il ponte ho notato qualcosa che mi ha colpito.
Prima di dire di cosa si tratta però credo di dover sottolineare che la neve qui a Grand Forks ha cominciato a sciogliersi solo due settimane fa. Ora è il 9 aprile e la scorsa settimana – durante l’annuale Writers Conference presso la University of North Dakota – s’è messo a nevicare fitto, sembrava di essere di nuovo a Natale. Perciò mentre attraversavo il ponte neve e ghiaccio stavano ancora sciogliendosi, e che cosa accadrà qui a Grand Forks lo sappiamo tutti quanti fin troppo bene: arriverà puntuale l’esondazione del Red River, e il ponte che collega Grand Forks a East Grand Forks chiuderà, impedendoci almeno per un paio di settimane di andare da Whitey’s, da Cabela’s ma anche al River Cinema o al Little Bangkok Restaurant – se non prendendo una Route trafficata e fuori mano.
Insomma, mentre pochi giorni fa passeggiavo sul ponte ho visto grandi blocchi di ghiaccio che venivano trasportati dalla corrente. Galleggiavano bianchi e grossi sul letto nero, scomparendo come inghiottiti dall’oscurità. Osservandoli ho pensato che quei blocchi di ghiaccio avevano la forma degli stati americani. L’idea mi è stata suggerita dal cartello verde a metà del ponte, che mostra la sagoma frastagliata dello stato del Minnesota, di cui East Grand Forks fa parte – in qualche modo assomiglia a una Seven-Up stretta in un pugno. Mentre osservavo i pezzi di ghiaccio apparire da sotto il ponte pensavo: “Ecco il Montana”, “Ecco il Kentucky”, “Ecco lo Utah”, “Ecco l’Idaho”, e naturalmente “Ecco il Minnesota” e “Ecco il North Dakota”. Mi piaceva pensare che il fiume convogliasse quei poligoni bianchi e irregolari tutti nella stessa direzione incastrandoli fino a formare l’immagine degli Stati Uniti d’America. C’era un senso di giustizia, in un pensiero come questo. Il sapore di un ritorno all’ordine dopo il lungo e tempestoso inverno.
Anche se mi ha sorpreso vedere blocchi di ghiaccio così grandi venire trasportati dalla corrente, e l’ho considerato uno spettacolo naturale molto bello, ormai stando qui a Grand Forks mi sorprende sempre meno essere spettatore di eventi naturali come questo. Però osservando i blocchi scivolare silenziosamente sul letto del fiume m’è venuto da riconsiderare quella cosa che si dice sempre e cioè che viaggiando gli orizzonti si spalancano.
Secondo me è vero. Ora noto cose che prima non notavo, e come potrebbe non essere diversamente, dato che qui certi dettagli sono così grandi, impressionanti? Solo un cieco non li vedrebbe.
Tanto per cominciare una cosa della quale mi sono accorto è che provengo da una cittadina in provincia di Alessandria, piovosa, ventosa e fredda. Non credo che a Tortona ne siamo poi così consapevoli. Ricordo infatti che spesso si usciva in compagnia, a novembre, dicembre, a gennaio o febbraio, con la gola scoperta, con una ghiacchetta, senza coprirsi, e il risultato era che ci si ammalava regolarmente. Qui a Grand Forks comincia a nevicare a metà novembre, se si è fortunati a inizio dicembre, e quando arriva gennaio non si può nemmeno uscire di casa tanto è bassa la temperatura, ci si lascia la pelle. Questo mi ha fatto capire – per usare un eufemismo bello e buono – che col freddo conviene coprirsi, e bene: mettersi due maglioni, i guanti, mettersi il giaccone pesante, e il berretto. Usare anche le long john, a volte. Qui non è proprio possibile mettersi a fare i playboy – per quanto abbia visto con questi miei occhi giovani camminare in maglietta mentre nevicava così forte che sembrava nevicare nebbia.
Qui a Grand Forks, come devo aver già annotato altrove, il freddo è secco e l’estrema secchezza del clima genera un fenomeno di elettromagnetismo abbastanza impressionante. Parecchio impressionante. Ci si prende la scossa uno con l’altro in continuazione. Accarezzi il gatto ed è quasi come friggerlo. Quando ti togli il maglione in una stanza buia schizzano scintille bluastre. Certe volte la scossa la prendi anche solo avvicinando la mano alla maniglia della porta o all’interruttore della luce. Qualche volta mi è venuta l’impressione che mi sarebbe bastato puntare il dito contro un oggetto (una penna o una lattina di SevenUp) irrigidirmi e dirigere l’energia elettrostatica dal dito diritta sull’oggetto per disintegrarlo. Un paio di volte che dovevo essere un po’ alticcio devo anche averci provato davvero, però senza successo. Per evitare questo fenomeno elettromagnetico in casa usiamo un umidificatore: ne abbiamo un paio in soggiorno e nelle nostre stanze, bollendo l’acqua questi aggeggi spandono un vapore che in parte aiuta, anche se non elimina del tutto il problema.
Altra cosa difficile da non notare in un luogo come questo sono le lastre di ghiaccio che pavimentano per tre o quattro mesi marciapiedi e carreggiate, e quando la temperatura si alza e ghiaccio e neve si sciolgono, ecco arrivare le pozzanghere. Solo che stiamo parlando di metri e metri di pozzanghere. Sono anche belle a vedersi. Non sono marroni e melmose come quelle di Tortona, di Torino o di Milano – per non parlare di quelle di Alessandria. Sono pozzanghere d’acqua cristallina e al mattino presto sono percorse da una lastra di ghiaccio sottile che basta colpire una volta col tacco per frantumarle, finendo nei cinque, sei centimetri d’acqua sottostante. È molto divertente rompere la crosta di ghiaccio delle pozzanghere sui marciapiedi.
Cosa dire poi del cielo, delle nuvole? Per molti versi io sono un tipo che ha “la testa fra le nuvole”, ma mai prima d’ora le nuvole si sono imposte alla mia attenzione con questa insistenza. Me le sogno persino la notte – nuvole estesissime e cieli vertiginosi.
Anche luoghi come bar o discopub qui a Grand Forks diventano oggetti della mia attenzione. Mi chiedo se una volta tornato in Italia sarò una mosca da bar come lo sono qui – anche se per la verità quasi del tutto astemia. Per me uscire e stare appoggiato a un bancone e osservare gli altri oppure parlare con qualcuno non è soltanto un modo per ammazzare il tempo, ma semmai rianimarlo, farlo vivere: significa fare esperienza della cultura americana, essere pienamente nel mito. Mi chiedo però se poterò con me quest’abitudine, io che in Italia non sono certo uno che ciondola nei bar, non mi piace nemmeno farlo.
Comunque, la lista sarebbe ancora lunga ma forse non è necessario farla per dimostrare che viaggiare spalanca gli orizzonti, e questo significa soprattutto che si vedono cose nuove e questo determina un’apertura maggiore della propria mente. In fondo grattacieli, tapee, bisonti, vallate immense e quant’altro sono tutte cose che si trovano qui, ma che da noi non ci sono e basta. Invece avendo visto nuvole, cieli, orsi, pozzanghere, ghiacci, fiumi, umidificatori, e avendoli visti così bene, a grande dimensione e in contesti nuovi, ora si sarà pronti a notarli sotto una luce nuova anche nei luoghi dove prima quasi non ci facevamo caso. Ecco la crescita vera, l’apertura della mente che il viaggiare determina: imparare a vedere quello che c’è e che il quotidiano tende a nascondere.

 

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