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Come libertà comanda (febbraio 2011) E-mail

Marco Candida

Come libertà comanda

(una rubrica di Marco Candida. Nona puntata)

 

 

Traduzione


Negli Stati Uniti si traduce il 3% dei libri pubblicati negli altri paesi. Per essere completamente chiari dentro a questo 3% (cifra puramente indicativa, ma assai verosimile) ci sono libri di paesi come Italia, Germania, Spagna, Francia, Russia, Cina, Giappone, Austria e di altri paesi del mondo – il numero di stati al mondo, ricordiamolo, è 201. È quindi forse lecito domandarsi come mai negli Stati Uniti ci sia un interesse così scarso nei confronti della letteratura (e quindi degli usi e costumi, storie, trame, nomi, flavors, ethos e qualsiasi cosa possa venire in mente in relazione alla cosiddetta “letteratura”) che proviene da paesi diversi da quelli del Nuovo Continente.

Una ragione potrebbe essere che gli americani non traducono per il semplice fatto che per loro la letteratura degli altri paesi non è per niente catchy. Cosa si può desiderare di più, in fondo, quando ci sono autori come Elmore Leonard o come James Patterson, o romanzi di non-fiction come quelli scritti da Rebecca Godfrey, solo per fare i nomi di alcuni autori di paperbacks che ho letto di recente? Cosa si può desiderare di più insomma quando si posseggono romanzi dotati di una così grande e vergognosa e pornografica leggibilità? Come si può voler cercare altrove quando ci sono già autori come Jhumpa Lahiri, Richard Russo, Elise Levine, William Gaddis o Charles Baxter? Come si può aggiungere altra scelta quando ci sono scaffali e scaffali di romanzi di ogni genere e (se si escludono i romanzi di Stuart Woods) tutti quanti scritti perfettamente bene, che ti prendono e non ti lasciano, ti offrono drammi non banali, trame che si intrecciano alla perfezione, e da cui sono stati tratti film o serie tv di successo, libri che sono stati coinvolti in produzioni da milioni di dollari oppure che ti trasportano in un mondo poetico così definito e consapevole da appagare ogni neurone più refrattario del tuo intelletto e che se vai a controllare nella bandella hanno vinto sempre qualche importantissimo Award o Prize o Fellowship Competition? Negli Stati Uniti c’è tantissima crap (se proprio vogliamo considerare crap autori come Patterson, Leonard e Godfrey), ma c’è anche tantissima qualità – Lahiri, Russo, Gaddis, Levine, Baxter sono solo cinque nomi ma ce n’è un oceano di autori di quel livello. Qui non stiamo parlando di una élite sparuta che non si capisce se è più in gamba nel lobbing e nello snobismo o a preservare invece la sua effettiva natura di portavoce di vera creatività: stiamo parlando, se proprio vogliamo rimanere entro i confini di questo slang un po’ degradante, di un sistema larghissimo di lobbies e élite culturali fatto di università, giornali, case editrici, premi letterari, manifestazioni culturali (su Wikipedia vengono contate sette fiere del libro, ma sono molte di più e bisogna considerare che ognuna di esse è gargantuesca e pluristrutturata). Come si fa dunque a volere di più?
Altra ragione potrebbe essere che la letteratura americana è oggi un melting pot che rispecchia la composizione salad bowl del paese: proprio i racconti della Lahiri (che è nata nel 1976 e ha vinto nel 2000 il Pulitzer) danno contezza di quanto oggi gli immigrati non vogliano conformarsi ai valori Wasp ma rivendichino invece all’interno del sistema socio-culturale americano una propria identità. Questo mi porta a credere che gli americani gli stranieri li abbiano già in casa: i sapori esotici ci sono già e allora perché mai dovrebbero voler aggiungere altri ingredienti traducendo libri che vengono da altre parti del mondo?
Poi sarà anche vero che la tendenza degli immigrati negli ultimi decenni è quella di non mescolarsi ai valori e alle usanze degli americani originari, discendenti dalle colonie inglesi, di pelle chiara e protestanti (i cosiddetti Wasp), ma se mi guardo intorno (a Philadelphia, a Baltimore, a New York City, persino a Kansas City e a Los Angeles, e un poco ovunque) vedo ancora un popolo unico che conserva più o meno le stesse caratteristiche ovunque.
Tale convinzione mi si è fissata bene nella testa un giorno mentre stavo guardando alcuni filmati su Youtube relativi alla scrittrice italiana Igiaba Scego. Igiaba Scego è una donna nera di origini somale, ma è anche italiana: e osservandola sono rimasto impressionato dal fatto che ha un accento romano e si muove, gesticola e ha gli atteggiamenti tipici di un’italiana romana. Fino a quel momento io avevo solo l’immagine della donna nera che si muove, gesticola e ha atteggiamenti tipici di una donna americana: e vedere Igiaba Scego mi ha fatto capire una volta di più, se ce ne fosse stato bisogno, che un’identità italiana ed europea esiste eccome. Forse il movimento di un braccio, il modo in cui teniamo il corpo eretto, la forma stessa del corpo, le smorfie della faccia, sono dettagli che sembrerebbero non avere molto peso: e invece sono convinto che tutti questi dettagli siano espressione di un processo di assimilazione di modelli e schemi comportamentali che fanno capo indubitabilmente a una cultura unica. Igiaba Scego si muove in quel modo, ha quell’accento e ha persino quella forma del fisico e del viso perché ha assimilato modelli culturali italiani ed europei. ZZ Packer invece è quella che è per il semplice fatto che è nata a Chicago e pur essendo considerata una scrittrice african-american ha assimilato modelli culturali totalmente americani.
Pertanto, anche se forse un po’ in contraddizione con il pensiero espresso prima, ho come la sensazione che gli americani tollerino se non addirittura provino piacere (un piacere che forse qualche repubblicano avrebbe problemi ad ammettere ma che comunque c’è) nel vedere gli stranieri diventare americani e assumere il loro stesso stile di vita: mettersi il cappellino da baseball, indossare un magliettone slabbrato, mangiarsi un hamburger, tifare Red Bull e insomma aderire in tutto e per tutto a quello stile. E poi è come se sotto sotto gli americani trovassero conferma della loro identità, di uno spirito collettivo che li unisce, proprio attraverso le diversità della pelle, dei paesi, di usanze e costumi – e forse il rifiuto degli immigrati di conformarsi ai valori dei Wasp (mettersi il cappellino da baseball, indossare un magliettone slabbrato e quelle cose lì) nasce da una progressiva presa di coscienza che si può essere popolo con una sola identità anche senza rinunciare alle tradizioni delle proprie terre d’origine, e che anzi mantenere le proprie diversità può determinare una controspinta verso una maggiore e più forte identità.
In fondo in Italia è proprio questo che ancora manca, non riusciamo a vedere il lato dolce, affascinante della faccenda: un somalo, un senegalese, un marocchino o un maghrebino che s’ingozzano di pastasciutta al pomodoro, guidano un apecar, prendono un accento salentino o bresciano, valdostano o pugliese possono essere assolutamente divertenti, dolci, e possono aiutarci a capire qualcosa in più di noi stessi, cioè a scegliere i tratti che ci rendono davvero uguali in quanto italiani.
Forse posso dire queste cose con questa semplicità perché nel passato ci sono state lotte terribili, eppure è quello che sento e penso se mi guardo intorno qui negli Stati Uniti d’America: che sempre di più si stia andando nella direzione di considerare tutto sapore, gusto, ingrediente, sia esso religione, cibo, abiti, qualsiasi cosa. I nostri nonni e bisnonni si scannavano per alcune di queste cose, molto sangue è stato sparso, ma forse il sistema di valori e conseguentemente di interessi legati a quelle cose oggi è in gran parte decaduto, e le cose sono tornate a essere semplicemente quelle che sono, hanno perso il loro valore di simboli, conservano soltanto una eco di quei valori, una risonanza di quelle lotte, di quel clamore, e questa eco e questa risonanza sono in verità ancora molto importanti: contribuiscono a rendere quelle cose ancora oggi affascinanti e per questo vengono esibite come puro ornamento.
Magari ciò è possibile perché qui negli States si sono ormai accorti che l’importante non è essere uguali ma stare insieme: e che i nostri padri avevano visto nell’uguaglianza il modo migliore per stare insieme, e questo era stato elevato a rango di valore. Bisogna essere uguali, uguali il più possibile: altrimenti vengono i guai. Solo che forse non è così: forse esistono anche altri modi per stare insieme e l’uguaglianza non è un valore, ma solo un modo per ottenere il vero valore, che è la convivenza pacifica, cioè appunto stare insieme.
Per tornare a discorsi più prettamente letterari, negli ultimi mesi ho fatto questi pensieri perché ho ascoltato molti dibattiti sul tradurre: un po’ perché Elizabeth è traduttrice, e un po’ perché qui negli Stati Uniti sono finito dentro a un’antologia che raccoglie testi di autori di narrativa europea – quaranta paesi in tutto. In particolare questa antologia, messa assieme dallo scrittore bosniaco Aleksandar Hemon, è un oggetto per me molto interessante, visto che vi sono stati inclusi paesi come la Russia, l’Estonia, la Georgia… Mi chiedo perciò se questa identità europea secondo i curatori non si estenda anche ad altri paesi che dell’Europa almeno ufficialmente ancora non fanno parte. Mi viene da pensare che quell’antologia metta insieme la vera Europa, e dopo tutto non mi sorprende che a tracciare l’identikit della vera Europa non possa essere altri che qualcuno che dentro l’Europa ci stava e che poi se ne è andato e adesso la osserva da tutt’altra angolatura: solo chi possiede il privilegio di questo duplice punto di vista infatti si può accorgere di quali siano i tratti realmente comuni – e qui alludo evidentemente anche a quello che sta accadendo sempre di più a me.
A volte osservando la copertina dell’antologia, con le bande arancioni in campo bianco che formano una grande E, mi chiedo se non sarebbe opportuno inviarne una copia a ogni capo di stato dei paesi rappresentati per invitarli a una riflessione sulla loro reale identità: e chissà che così facendo non debba essere proprio l’America, magari proprio attraverso le correnti secondarie della letteratura, a scoprire dove l’Europa si trova davvero.
 


 

 

Commenti  

 
0 #1 pagina fb "perché io no?"nicoletta Sipos 2011-02-03 12:15
Caro Marco trovo molto stimolanti le tue riflessioni. Avendo vissuto a lungo negli stati uniti, parecchio tempo fa, mi ha sempre stupito il disinteresse americano per il resto del mondo in termini editoriali e artistici, mentre sotto il profilo della cucina e della moda la storia è diversa. A suo tempo io riflettevo anche (oltre che sulla qualità degli americani) anche sul fatto che l'Europa risultava in qualche modo colonizzata (ora mi pare di meno) dalla cultura degli states. Ma è sicuramente vero che i nostri suonano a volte un po' fiacchi. E questo, io credo,per una serie di ragioni (non ultime la fatica degli scrittori nostrani a entrare nel giro e le difficoltà a mantenersi col puro lavoro editoriale) Ti faccio i miei complimenti per l'antologia (e sicuramente significa molto esserci finito). Grazie di avermi spinto verso tanti ricordi e riflessioni.
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0 #2 RE: Come libertà comanda (febbraio 2011)Marco Candida 2011-02-03 17:24
Ti ringrazio.
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0 #3 vistoingiroMario 2011-04-13 15:05
Interessante, tra l'altro il discorso che tu fai sulla "genesi" del popolo americano è trattato da molti, ho letto di recente un illuminante libello sul tema.
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