Come libertà comanda (una rubrica di Marco Candida. Ottava puntata)
Per Natale Elizabeth e io siamo andati a Chicago e ci siamo fermati un giorno a Red Wing. È stato come attraversare una terra di fantasmi. So che chi legge queste parole potrà forse pensare che esagero, ma la verità è che quando uso l’espressione “terra di fantasmi” uso un’espressione che descrive quasi del tutto oggettivamente quello che i miei occhi hanno visto. Voglio dire, forse “terra di fantasmi” non è un’espressione oggettiva, ma è senz’altro una rappresentazione delle cose che ho visto, talmente banale e immediata che in pratica è come se fosse una qualità intrinseca del paesaggio stesso: è assolutamente impossibile attraversare la Route 94 all’altezza di St. Cloud o Alexandria, trovarsi immersi in quel biancore e non pensare di viaggiare in una terra di fantasmi o di spiriti dell’oltretomba. Così come è praticamente impossibile muoversi nelle hall deserte e immense degli alberghi americani, e fra tavolini polverosi, fiori secchi e una generale sensazione di decadenza, non cominciare a pensare che lì intorno ci siano i fantasmi – sarà forse che ho letto troppi libri horror, ma ripeto che a me pare quasi impossibile che il pensiero non corra subito ai fantasmi: direi che è una qualità oggettiva di quei luoghi, pensiamo ai fantasmi così come pensiamo che il grammofono sul tavolino è d’ottone. È strano perché quando scrivo mi sforzo di cercare parole e espressioni non comuni, nel tentativo di catturare l’occhio del mio lettore e fargli riconsiderare questo o quel dettaglio sotto un'angolatura nuova grazie a un diverso periodare, a un modo più spiazzante del solito di trovare somiglianze, di fare accostamenti, qualsiasi cosa purché diversa, poco usata, poco sentita, ma come viaggiatore quando le cose si presentano ai miei occhi in tutta la loro impressionante potenza ecco che mi vengono in mente le espressioni che mille volte ho incontrato nei libri che ho letto, proprio quelle espressioni che in gran parte cerco di evitare quando poi tocca a me scrivere, e improvvisamente quando quelle espressioni mi tornano in mente è come se le comprendessi appieno, come se quelle espressioni che sulla pagina giudico vuote, senza significato, incapaci ormai di farmi vedere le cose, di farle vibrare dentro di me, invece fossero le sole possibili, le più adatte, quelle che descrivono meglio l’essenza di quel che mi sta davanti. Così davanti all’immensità del cielo argenteo e delle colline bianche che abbiamo incontrato all’altezza di St. Cloud, Alexandria e Fergus Falls ho avuto proprio la netta sensazione che quel biancore, quel lucore immenso ci avrebbe prima o poi inghiottiti. È un’immagine banale ma ripeto che non è possibile secondo me non pensarla una volta che ci si trova nel mezzo. I pneumatici della Focus calpestavano turbini di neve che vagolavano sull’asfalto. Nugoli di neve spiraleggiavano sulla strada esattamente come spiritelli d’oltretomba. A volte capitava che uno spiritello s’alzasse dall’asfalto e ululando venisse incontro alla nostra automobile, che manteneva perlopiù una velocità di settantancinque miglia orarie. Nel dormiveglia, con gli occhi socchiusi e la mente confusa, un paio di volte mi è persino sembrato che quei nugoli di neve mi ululassero parole che mi riguardavano. «Il futuro, Marco!» «Il tuo futuro!» «Pensa al futuro!» mi dicevano prima di sparire oltre il parabrezza o di schiantarcisi sopra disgregandosi all’istante. La neve del North Dakota e del Minnesota è così secca che sembra sabbia bianca, non puoi nemmeno farci le palle di neve, non so proprio come i proprietari di certe case in Demers Avenue o Cherry Street o Walnut Street qui a Grand Forks siano riusciti a fabbricare pupazzi con cappello carota e carboncini a mo’ di naso e occhi servendosi di una neve tanto farinosa. In ogni caso, mentre viaggiavamo, in alcune zone il vento sollevava la neve dando luogo a banchi così fitti da ottenere lo stesso effetto della nebbia: più che a una bufera di neve sembrava di stare nel mezzo di una bufera di nebbia. Attorno a noi c’era un desolante nulla bianco. Proprio il nulla. Un nulla altissimo, profondissimo, vastissimo. Stava ad ogni angolo della Focus, immobile, ma anche opprimente. Ogni tanto da quel nulla spuntava la sagoma di un’automobile sulla carreggiata opposta o sulla corsia di sorpasso, una sagoma nera che tornava nel nulla bianco in un batter di ciglia, come un’allucinazione, e scheletri d’albero, pendii di colline, fattorie, casupole, cavalli al pascolo. Sull’asfalto le ruote scivolavano su lastre di ghiaccio molto lunghe, lunghe anche cinquanta metri, anche cento metri, delle volte forse anche molto più lunghe, e guidare richiedeva moltissima attenzione, era estenuante, e molto pericoloso. Mentre procedevamo con la massima cautela, a volte diminuendo la velocità del nostro veicolo a cinquanta miglia orarie e per un po’ anche a quarantacinque o a quaranta, incontravamo sagome d’automobili col muso girato al contrario che erano finite fuori strada – e per fortuna se capita una cosa simile almeno il terreno è talmente piatto che non si rischia di precipitare giù da una scarpata. Tuttavia, la temperatura è bassissima, può anche arrivare a trentacinque gradi sotto zero, e se rimani bloccato nella neve il congelamento è assicurato. Anche per questa ragione nel viaggio verso Chicago ci siamo portati i cani nel sedile posteriore, con una trapunta molto pesante, e nel bagagliaio c’erano anche i gatti, Bert e Ernie, nella loro cuccetta portatile, che a volte a un sobbalzo di troppo della vettura si mettevano a miagolare – «Let me out! Let me out! Let me out!» sembravano dire. All’altezza di St. Cloud – che in italiano suonerebbe “Santa Nuvola”, cosa che adesso dopo quel viaggio, e anche quello che abbiamo compiuto per il Giorno del Ringraziamento in novembre, nonché due anni fa quando durante il periodo natalizio ci venne a me e a Elizabeth la folle idea di andare in macchina fino a New York City, mi sembra solo un’ironia bella e buona giacché da quelle parti le nuvole non hanno proprio niente di santo, ma anzi sono nuvole assassine –, quando abbiamo incontrato i cartelli che indicavano l’uscita per St. Cloud la temperatura si è alzata ed è cominciata a scendere freezing rain, ossia una pioggerellina sottile che si ghiacciava istantaneamente sul parabrezza della Focus. Il fatto è che la Focus è del 2001, ha quasi dieci anni, e forse il defroster non funzionava abbastanza, fattostà che abbiamo dovuto fermarci nelle rest area a intervalli di dieci minuti, un quarto d’ora, e col raschietto scendere e grattare via il ghiaccio. Mentre sostavamo alla rest area e grattavamo via il ghiaccio ricordo anche d’aver pensato che gli scheletri degli alberi sembravano cristallizzati. Sembravano foreste di cristallo. Osservandole mentre toglievamo il ghiaccio dai tergicristalli, dai finestrini laterali, dal lunotto posteriore, m’immaginavo un elefante sbucare fuori travolgendo querce, abeti, pini, tutto quanto. Alla rest area, mentre Elizabeth faceva correre Echo e Mister Darcy – i cani hanno avuto molte possibilità in quest’ultimo viaggio di sgranchirsi le zampe e pisciare, come ha fatto Mister Darcy, che è ancora soltanto un cucciolo, sulla trapunta dei sedili posteriori – io sono andato ai bagni e mi sono accorto che dall’arco di legno dello stabile pendevano delle stallattiti molto lunghe, robuste, appuntite. Un paio di ragazze fumavano una sigaretta e quando mi hanno visto, con la barba lunga e un po’ incolta, due berretti di lana e i guanti neri (mi è stato spiegato che per qualche ragione gli americani temono le persone con la barba lunga e i guanti neri), una di loro ha staccato una stallattite e ha cominciato a brandirla come un pugnale. Così m’è venuto in mente un racconto per il mio sito che si potrebbe intitolare L’arma perfetta e che parla di un omicidio che avviene servendosi per l’appunto di una stallattite. Forse una volta o l’altra lo scriverò. In effetti ora che l’ho messo nero su bianco mi viene anche in mente che dovrei tagliarmela la barba, non ha senso tenerla giacché mi bastano pochi secondi nella temperatura rigidissima del North Dakota perché i peli si ghiaccino sbiancandosi. Il freddo qui è terribile. Ti aggredisce la pelle, pungendola, entra nel naso, e qualche volta quando esco per una boccata d’aria temo che i polmoni possano cristallizzarsi come gli alberi nei boschi che circondavano la rest area o gli autogrill che ho appena detto. Certo il paesaggio nevoso americano (se si esclude la West Coast e il Sud, cade moltissima neve un po’ dappertutto, non solo nel Midwest, dove principalmente mi muovo io) ha comunque un suo fascino, la bufera di neve rende il sole una moneta d’argento (altra espressione che non posso fare a meno di usare), Elizabeth mi favoleggia di conigli bianchi grandi come canguri che corrono nei campi innevati, anche se io non li ho ancora visti e non credo nemmeno che esistano, e poi la neve si porta dietro un silenzio magico e camminarci dentro, in mezzo, avvolti dai fiocchi che cadono, turbinano, mulinano, a volte ti fa sentire della stessa consistenza dei sogni o delle allucinazioni, ti sembra come di scomparire a poco a poco, di fonderti col biancore assoluto, sussurrante, i fantasmi, gli angeli, la luce del divino. |
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