"Colf" di Gabriella Kuruvilla E-mail
Racconti

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Mi ha chiamata. Strano, di solito le colf indiane non vanno. C’è questa moda dei filippini, adesso. Donne o uomini non fa differenza, è l’unico caso in cui la discriminazione sessuale non esiste. Non servono né quote rosaf né quote azzurre, basta che siano filippini. Sembra che solo loro sappiano pulire: i reucci e le reginette della scopa e del detersivo, del parquet incerato e dell’argenteria brillante. Sa Dio, Shiva si sta occupando dei fattoni che vivono al piano di sotto. Tutti bianchi, mi hanno invitata a una delle loro feste. Fanno feste tutti i giorni, come se quelli feriali non esistessero. Vivono in un perenne week-end, hanno la settimana corta, cortissima. Ristretta al sabato e alla domenica. Entro nel loro appartamento e mi sento in un negozio di souvenir di Bombay, di quelli più smaccatamente turistici. Immaginette induiste ovunque: sui teloni appesi alle pareti o usati come copriletti, ma anche sulle tazze per il chai (loro fanno del banalissimo tè ma lo chiamano esoticamente chai) o sui santini da mettere nei portafogli (al posto della Madonna, snobbata perché venerata dalle loro mamme). E, per lo stesso motivo, leggono Osho al posto della Bibbia. Ascoltano nenie tibetane o jamaicane per sentirsi di ampie vedute: il misticismo non appartiene solo all’India, df’altronde. Loro, i fattoni italiani, sono tutti seduti per terra, a gambe incrociate, sopra a un tappeto pulcioso. Appoggiano le spalle al divano, che evidentemente hanno comprato per usarlo solo come schienale. Hanno tutti, ma proprio tutti, i dread e, orrore, quando parlano tra di loro si chiamano Baba e Sista. Quindi Giovanni diventa Baba Giovanni e Paola si trasforma in Sista Paola. Poi si accendono un cilum impugnandolo come fa il prete quando innalza il bicchiere di vino, spacciandolo per il sangue di Cristo. È un’omelia. Con le sue parole d’ordine: dicono «Boom Alek» al posto di «Nel nome del padre, del figlio, e dello spirito santo». Segue la comunione, ma la marijuana sostituisce l’ostia. È il mio turno: rifiuto il corpo del Signore, detto anche il fumo del pusher, e faccio per andarmene, senza scambiare un segno di pace. Tra un’ora devo essere dalla mia nuova padrona, che ha un’insostenibile voce da bambina isterica. Tutta stridula mi ha chiamato tre volte per dirmi: «Può venire martedì alle 14?». «Va bene, signora». «Mi scusi, martedì alle 14 ho un impegno, può venire giovedì alle 15?». «Va bene, signora». «Mi dispiace ma giovedì alle 15 non posso, può venire sabato alle 17?». «Mi scusi, ma se devo fare quattro ore finisco di lavorare alle 21?». «È un problema?». «No, ma va’, io adoro mangiare intorno a mezzanotte, fa tanto cenone di Capodanno, e per me ogni giorno è l’ultimo», volevo risponderle. Però ho detto: «No, si figuri». Mentre un «Ma vaffanculo» mi si strozzava in gola. Così, sabato, ore 14, devo proprio andarmene: e abbandono l’appartamento dei fattoni del piano di sotto. Tra loro c’è un ragazzo carino, ma artefatto. Mi fa la stessa impressione che potrebbe fare a un uomo una bambola gonfiabile, bella ma di plastica. Comunque bella, anche se senti che i problemi di comunicazione saranno all’ordine del giorno. Lui, la mia bambola gonfiabile, tossisce: la ganja fa spesso questo effetto a chi ne abusa con un atteggiamento consumistico mascherato da vocazione religiosa. 
Per arrivare dalla signora ci metto un’ora, almeno. Un’ora ad andare, e un’ora a tornare. Sono sei ore di lavoro, ma due le pago io: all’azienda dei trasporti pubblici. Prendo prima la metropolitana e poi l’autobus. Finalmente arrivo in centro. La gente si accalca sulle strade alla ricerca dei regali di Natale. Sono palline impazzite che escono e entrano nei negozi come se si trovassero dentro a un flipper manovrato da un giocatore nevrotico. Brilla tutto: dalle vetrine ai registratori di cassa. Solo i visi mi appaiono opachi e spenti. 
Citofono: n. 20. Lo odio questo anonimato metropolitano che trasforma le persone in numeri. Con il loro consenso. La voce della mia padrona è ancora più stridula, pazzesco: devono averle messo un trasformatore in gola per cambiarle il suono in fischio: «Quinto piano, a destra». Mi viene da tapparmi le orecchie. 
Speriamo che esca, o che perlomeno non sia in vena di conversazione. Che a volte ci pigliano per parrucchieri: bidoni per la raccolta differenziata di chiacchiere senza senso. Mi presto a tutto, ma se così deve essere voglio che mi paghi l’extra. Oppure potremmo optare per un bel silenzio che non mi graffi le orecchie. Salgo, viene ad aprirmi la porta con un sorriso smagliante che le rischiara il volto. Negro. La mia padrona, “la signora”, è negra. Con le treccine e i piercing. Vorrei darle l’indirizzo dei fattoni del piano di sotto, si troverebbe a suo agio. Mi fa segno d’entrare. Sono a disagio, in imbarazzo. Se devo pulire stoffe induiste, tappeti pulciosi e teiere per il chai me ne vado, anche se mi è difficile rinunciare a 8 euro all’ora. Che per quattro ore fanno 32 euro, tolti i 2 dei mezzi pubblici me ne rimangono 30, ma ci compro comunque i pannolini e gli omogeneizzati per mio figlio. fDato che il padre è scomparso appena ha scoperto che ero incinta. Diceva che mi amava e che per me avrebbe fatto qualsiasi cosa. Ha fatto un figlio e non mi ha amata più. Un copione noto, scontato. «Banale», gli ho scritto nell’ultimo sms che gli ho mandato. Poi ho cambiato numero, ma non indirizzo. Quindi, se voleva, sapeva dove cercarmi: ma non voleva, banalmente. Dunque queste 30 euro per me sono importanti. Vitali, direi. Se la vita avesse importanza. Ma queste domande esistenziali ho smesso di farmele da quando ho deciso di avere un figlio. 
«Bene», le dico, «da dove devo cominciare?». Meglio arrivare subito al sodo prima che la negra alternativa si perda in chiacchiere e decida di offrirmi un chai e un cilum per obbligo di ospitalità e senso di appartenenza alla stessa razza. Vorrei spiegarle che gli indiani sono neri e gli africani negri, la differenza è in quella fastidiosa G che manca o avanza. Creando discriminazione, rendendoci distanti. Siamo diverse. Voi eravate schiave, noi serve. L’idea di servire una schiava non mi alletta. Non è divertente questo gioco delle parti. E non trattarmi, ti prego, come una sorella. Dato che io dovrei pulire il tuo cesso per renderlo luccicante. «Bene, da dove devo cominciare?». «Dal bagno», mi dice. Non avevo dubbi. La stronza apre l’armadietto dei detersivi e mi porge vim e spugnetta. «I guanti?», chiedo. «Non li ho», risponde. Ok, tutto a mano libera. Evidentemente pensa che la mia pelle equivalga a uno straccio. Mi guarda le scarpe: un paio di stivaletti in camoscio regalati da un’amica. Penso che mi stia per chiedere dove li ho comprati, dato che hanno un’aria vagamente anni ’70 che sospetto non le dispiaccia. Invece mi dice: «In questa casa si cammina solo a piedi nudi...». Le fisso i piedi: sono scalzi, ha le unghie laccate rosse, un anellino all’indice del piede destro e un tatuaggio sul mignolo del piede sinistro. Non mi scompongo. Dico: «Ok, le tolgo». Rimango con un paio di calzettoni Mike, comprati al mercato 5 paia 10 euro, che però hanno svariati buchi sparsi a vanvera. Vorrei levarmeli, ma il pavimento è gelido. Lei, a piedi nudi, si incammina verso il salotto, si sdraia sul divano e si accende una sigaretta. Apre un libro e inizia a leggere. Io, con i calzettoni e senza guanti, vado in bagno e inizio a sfregare la vasca, il lavandino e il bidet. C’è sporcizia ovunque. Il water non lo tocco. Che mi licenzi. 
Suona il citofono, la negra va a rispondere. Improvvisamente la fsua voce diventa roca, calda e profonda. Da telefono erotico. È un maschio quello che sta salendo. «Dopo il bagno mi faccia prima la cucina e poi i vetri», urla dal corridoio con la solita voce stridula, che fevidentemente riserva solo alle femmine. Si chiudono in camera. Lui è bianco, bello, alto, capelli biondi e occhi azzurri: mi vede e ne strizza uno. Tic nervoso? O forse era un occhiolino, quello? Mi sento sua complice. Immagino che la stronza africana, con le treccine e i piercing e le unghie smaltate e l’anellino e il tatuaggio al piede, paghi me per le pulizie e lui per il sesso. Usciremo insieme da questa casa e andremo a sbronzarci, prima di unire i nostri corpi nell’estasi suprema dell’amore, che di soldi non ha bisogno. 
Torno a pulire il bagno, mentre lui se la scopa in camera da letto. I mugolii non mi danno fastidio e non mi scandalizzano, mi regalano un’euforia strana. Indescrivibile. Stiamo lavorando per la nostra causa comune. È un lavoro sporco ma, come si dice, qualcuno lo deve pur fare. Ho finito il bagno, la cucina e i vetri. Non so cosa devo pulire adesso. Sono le sette di sera e non si sente alcun rumore provenire dalla camera da letto. Apro piano la porta e li vedo addormentati, abbracciati nudi sotto le coperte. Vorrei che lei si smaterializzasse, che scomparisse da questa casa borghese lasciando spazio ai miei sogni perversi. Io e lui che ci svegliamo la mattina presto baciandoci con affetto, rinunciando a fare l’amore perché dobbiamo portare Mattia al nido e siamo già in ritardo, ci laviamo e ci vestiamo velocemente: due caffè, un biberon e siamo tutti e tre in strada. Poi lui va nel suo studio di architettura e io a registrare un disco. Il designer e la cantante, io e lui, ci ritroviamo la sera in un locale trendy, per prendere un aperitivo e andare a teatro, mentre la baby sitter, slovena, si prende cura di mio figlio che ora è anche del mio compagno. Torniamo a notte fonda, tiriamo fuori cento euro da un portafoglio che trabocca ricchezza e facciamo quell’amore a cui abbiamo dovuto rinunciare appena svegli, mentre il languore dei movimenti sembra trasportarci in un mondo di bambagia, ovattato e morbido. Senza tempo, senza obbiettivi da raggiungere. Rimango così, impietrita sulla porta, a guardarli, sdraiati nudi e abbracciati nel letto. Sono un’idiota che fa sogni smaccatamente ordinari, già visti in qualsiasi telenovela. Le lacrime mi rigano il volto senza far rumore. Senza disturbo. Richiudo la porta e pulisco il salotto e lo studio. 
Sono le 20. Ridendo, escono dalla camera da letto, camminano a piedi nudi nel corridoio mentre io sto strizzando gli stracci nel lavandino fdel bagno di servizio. «Può fare la camera da letto, e il terrazzo», mi dice, con una voce che non è né quella sensuale, diretta ai maschi, né quella stridula, confezionata per le femmine. È monocorde e annoiata, come si riserva a una donna di servizio. Io, la colf. Lui guarda solo lei e lei guarda solo lui. Io guardo i miei calzettoni bucati, schizzati di detersivo. Mi piego sul pavimento e passo lo straccio. Lei non ha i guanti, ma neanche gli spazzoloni. Inginocchiata davanti al mio stipendio sfrego, sfrego, sfrego il più possibile. Fino a farmi male alle unghie. Esce sangue. Questo non va bene, sporca lo straccio e il pavimento. Mi viene in mente Mario, come mi guardava e come mi stringeva e come mi accarezzava e come mi parlava dopo che avevamo fatto l’amore. Mi diceva «Sei bellissima», spostandomi una ciocca di capelli dietro l’orecchio. Mi sussurrava «Non ho mai provato qualcosa di simile per nessun altra», mentre mi baciava le orecchie. Io mi perdevo nella sua voce, dimenticando le bollette da pagare e gli esami all’università. Facevo la commessa in un negozio di abbigliamento. Guadagnavo ottocento euro al mese che potevano bastare per entrambi, non era poi così importante che continuassi a studiare. Poi Mattia, il licenziamento, i libri venduti al mercatino dell’usato per racimolare almeno qualche soldo. Finiti i libri, finiti i soldi. Adesso faccio la colf per una negra. E alle nove di sera, nel gelo dell’inverno milanese, con le unghie insanguinate e i calzettoni bucati, lavo un terrazzo di trenta metri quadri. Guardando gli addobbi natalizi, tutti luci e sberluccichifi, appesi sopra alle strade. Mentre Mattia, un anno, è parcheggiato davanti alla televisione a casa di un’amica che ne approfitta per fare qualche ora di cyclette. Mattia piange quando me ne vado e non mi guarda quando torno. Anch’io piango quando me ne vado e non mi guardo quando torno. Ma penso che ruberò un’altra ora al nostro difficile rendez-vous per fare un salto dai fattoni del piano di sotto. Per sentirmi un oggetto perfettamente inserito nell’arredamento, coordinato tanto ai teloni sulle pareti e sopra ai letti quanto alle tazze di chai e ai santini nel portafoglio. Per trovare un mio posto in questo mondo. 
Ho finito, raggiungo la signora in salotto. Rabbrividisco, faceva freddo, molto freddo, fuori. Sono seduti in maglietta a maniche corte e piedi completamente nudi davanti al tavolo, uno di fronte all’altro. Si tengono per mano parlando sottovoce e guardandosi negli occhi. In mezzo a loro una bottiglia di vino bianco, due calici in vetro smerigliato, delle ciotole colme di mandorle pistacchi e arachidi, un posacenere vuoto affiancato da due accendini e da due pacchetti di sigarette. Tossisco per attirare l’attenzione. Lei si alza, lui la segue con gli occhi. Si avvicina alla borsa, estrae il portafoglio e mi paga: 32 euro, tondi tondi. Io li infilo nella tasca dei pantaloni in velluto liso, le stringo la mano e la saluto. Giro le spalle e me ne vado. Sto per aprire la porta quando sento la sua voce stridula colpirmi alle spalle: «Ci rivediamo tra una settimana, la chiamo io per farle sapere il giorno e l’ora». «D’accordo», rispondo. Ma un «A sua completa disposizione» ci sarebbe stato sicuramente meglio. Vorrei che tu avessi almeno 14 anni, Mattia. E che con questi trenta euro potessimo andare a farci una pizza ridendo a crepapelle di qualsiasi cosa ci passi per la mente. Vorrei che tu potessi essere mio amico, e capirmi. Mentre mi armo per affrontare il tuo risentimento, portandoti in dono pannolini e omogeneizzati di cui non sai di avere bisogno. 
Mattia non mi guarda, guarda fisso il televisore. È una televendita di pentole. Meglio di Vanna Marchi. È legato sul seggiolone. Saluto la mia amica, che si alza tutta sudata dalla cyclette e mi dice: «Vuoi una birra?». «Certo», sorrido stanca. Mi rassicura: «Ha mangiato tutti e due gli omogeneizzati, quello di carne e quello di verdure, e poi ha voluto anche dei biscotti». Mattia con me non mangia. Sorrido, triste. L’amica mi stappa una Moretti piccola e calda e me la passa. La bevo comunque, anche se la vorrei gelida, anche se la vorrei cenando. Si accende una sigaretta e il mio sguardo cade sul posacenere stracolmo di mozziconi, per la prima volta annuso l’aria: è satura di fumo. Mi sento in colpa nel giudicarla, ma l’ameba affumicata e teledipendente legata sul seggiolone è mio figlio. Mi avvicino a lui, lo slego e lo prendo in braccio. Temo che mi allontani, invece si lascia toccare e baciare, senza ricambiare. Senza dimostrare alcun sentimento: né fastidio né piacere. «È stanco», penso. Finisco velocemente la birra mentre lei mi domanda: «Com’è andata», e io rispondo «Tuttapposto». Non ho il coraggio di dirle che la mia padrona è una negra alternativa che se la fa con uno splendido uomo bianco. Vesto Mattia, sciarpa guanti cappellino e giacca, e lo metto nel passeggino. Tra la nebbia ci avviamo verso il mio appartamento, un quinto piano su sedici, in un palazzo anonimo ma rispettabile della periferia di Milano. Il giardino condominiale è pure attrezzato con i giochi per i bambini e la vasca per i pesci. L’Eldorado, si direbbe. Non c’è un negozio intorno, ma a pochi chilometri di distanza c’è un Esselunga dove si trova tutto, dalle mutande al pane. È una zona ben servita, si direbbe. Sotto casa c’è anche la fermata della metropolitana e quella dell’autobus. Dentro casa non c’è quasi niente. Niente teloni induisti, tappeti pulciosi o teiere per il chai. Solo dell’arredo standard. Bagno, cucina, armadio, letto, lettino. Ikea, made in Svezia. Tutto il mio passato è rimasto nella mia terra. Quando ho deciso di andarmene, per laurearmi in medicina e emanciparmi dalla famiglia, non ho preso niente. Neanche un foulard. Per non avere rimpianti non bisogna avere ricordi. E una casa semivuota si pulisce facilmente. Mattia ha scarabocchiato un muro, è questo il mio primo segno. 

© Copyright 2007 Gabriella Kuruvilla (originariamente pubblicato su "Fernandel" n. 60, aprile-giugno 2007)


Gabriella kuruvilla (foto di Andrea Grolla Da Gasso)
«Nata a Milano il 26 febbraio 1969, da padre indiano e madre italiana, nel 1995 mi sono laureata in architettura e nel 2000 sono diventata giornalista professionista. Ho collaborato per vari quotidiani e riviste, tra cui il “Corriere della Sera”, “Max”, “Anna”, “Marie Claire”, “Cosmopolitan”, “Urban” e “D”, occupandomi di attualità, costume, cinema e viaggi. Dal 1998 al 2002 ho lavorato, come redattrice ordinaria con contratto a tempo indeterminato, per il mensile di arredamento “Brava Casa” (Rizzoli), da cui mi sono licenziata per dedicarmi quasi a tempo pieno alla scrittura e alla pittura. Mai scelta fu più azzardata…
Nel maggio del 2001 ho pubblicato, con lo pseudonimo di Viola Chandra, il romanzo Media chiara e noccioline edito da DeriveApprodi, mentre nel novembre 2005 è uscita l’antologia Pecore nere (Laterza), in cui sono presenti due miei racconti, Ruben e India, che trattano il tema della doppia identità per gli immigrati di seconda generazione».  
 

Commenti  

 
0 #1 francesca 2008-07-10 12:42
oh che bello questo racconto! bellissimo.
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+1 #2 Arianna 2008-11-17 15:09
si, mi piaciuto
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-1 #3 okamgiolo 2010-03-22 18:55
Bel racconto, bella indiana avresti bisogno di uno schiavo
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0 #4 RE: "Colf" di Gabriella Kuruvillamarco 2010-11-22 16:52
Bello, vitale, toccante.
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