Come libertà comanda (giugno 2010) E-mail

Marco Candida

Come libertà comanda

(una rubrica di Marco Candida. Prima puntata)

 

 

 

Where are you from? 

 

Giravamo per gli Stati Uniti in automobile e quando non ci fermavamo in qualche cheap motel lungo l'autostrada, prenotavamo un bed&breakfast, come è successo a St. Louis in Missouri o Fayetteville in Arkansas o a Winnipeg in Canada e altrove. Così ogni mattina al momento della colazione, che di solito consisteva in qualche fettina di bacon arrostita e assai greasy, screamble eggs, un succo d'arancia e caffè nero americano, ci trovavamo a tavola con qualche altro viaggiatore e la prima semplice domanda che ci facevamo mentre magari eravamo ancora un po' sonnacchiosi era: «Where are you from?» In un contesto del genere è la domanda più banale che si possa fare, ma in realtà stando qui negli Stati Uniti mi sono reso conto prestissimo che questo è il modo più diretto per aprire una lunga conversazione.
Negli Stati Uniti infatti ho trovato finora molto raro che qualcuno rispondesse in poche parole a questa semplice domanda, e invece è accaduto spesso che si delineassero subito i tratti di una vera e propria storia. Di solito chi risponde dice qualcosa come «All over the place». Dopodiché prende a raccontare che è nato mettiamo a Syracuse nello stato di New York, poi ha trascorso l'infanzia in Kentucky, poi l'adolescenza in Arizona, poi si è iscritto all'università di Minneapolis in Minnesota, dove è stato per qualche anno, poi ha preso il Phd in Arkansas, poi si è trasferito in Ohio, per qualche mese ha vissuto in un appartamentino pulcioso a Chicago e infine si è stabilito in una cittadina dello stato del North Dakota dove attualmente lavora. Questa a grandi linee (sono sicuro di aver dimenticato qualcosa) è ad esempio la storia di Elizabeth. Però la storia di Brian, di Crystal, di Heidi e di una davvero lunga lista di altre persone che qui ho avuto la fortuna di conoscere e frequentare non è molto diversa. Heidi viene da qualche città nello stato della South Carolina, ed è finita a Grand Forks nello stato del North Dakota dove insegna composizione poetica. Brian e Myra vengono da qualche small beach town in Florida – ma non sono nati lì, e nemmeno Heidi è nata in South Carolina, ma in Europa. Basta dare un occhio alla cartina degli States per comprendere che non si tratta di spostamenti brevi, e che cambiando totalmente clima spesso cambiano anche i sistemi di vita, le abitudini. Non smetto mai di stupirmi di Brian, che nelle spiagge della Florida faceva surf e che adesso invece, in un postaccio aspro, inclemente come Grand Forks, indossa berretto e guanti per quasi tutto l'anno, esclusi quei tre quattro mesetti caldi che volano via rapidi rapidi. 
Proprio con Brian, Myra e Elizabeth, mentre ci dirigevamo verso Fargo per una cena in un ristorantino giapponese a base di sushi a cinque dollari, discutevo qualche giorno fa sul fatto che si deve provare un senso di sradicamento profondissimo come risultato di spostamenti così conclusivi. Ad esempio, chiedevo, qual è quella che sentite come la vostra vera hometown? Per me la mia hometown è la mia Tortonina di provincia e di lì non si scappa, visto che ci ho vissuto per ventisei anni. Ma per chi nasce in un posto, vive dieci anni in un altro posto a ventiquattr'ore d'automobile, poi si sposta in un nuovo luogo dove ci vogliono quattro o cinque ore d'aereo per arrivarci, e poi si sposta ancora e ancora, prima per seguire la famiglia, poi per prendersi il titolo di studio, poi per lavorare, e chissà per quali altri motivi (non ultimi quelli sentimentali) mettendo in fila cinque o sei nuove vite in posti totalmente diversi, ecco, esiste un luogo dove si possa dire “Questa è la mia casa?”. Elizabeth ha risposto che la sua hometown è Red Wing in Minnesota perché lì ci vivono, ormai da anni, i suoi genitori. Forse, ho azzardato invece io mentre sobbalzavamo in automobile verso Fargo, è il luogo dove si è conosciuto il primo grande amore... 
In fondo a volte quando penso alla questione del “senso di sradicamento” mi dico che per provarlo devono anche esserci delle radici da sradicare e io non lo so, almeno stando a quel che qui osservo, se una persona che è costretta a muoversi da un posto all'altro ogni sei sette anni, a dire spesso addio, a chiudere dei capitoli, a non frequentare più certe amicizie come faceva prima, a non rivedere più certi luoghi, non lo so se per questa persona si possa davvero parlare di radici. Piuttosto ho l'impressione che persone così ci si aggrappino, alle radici che di volta in volta trovano lungo il proprio sentiero. Questo mi suggerisce che qui negli States il senso d'identità sia qualcosa che ogni volta si deve cercare e ricostruire – qualcosa a cui aggrapparsi. Se trascorro la mia esistenza in un posto solo diventerò quel posto: quasi completamente mi ci identificherò. Se mi sposto molto, invece, dovrò trovare ogni volta me stesso, dovrò trovare ciò che mi assomiglia di più, ciò che meglio mi identifica. Dovrò farlo quasi per un'istanza di sopravvivenza. Il fatto che gli americani in genere (ad esempio i miei vicini di casa, qui a Grand Forks, vivono con genitori e figli insieme da vent'anni; di recente hanno deciso di trasferirsi in un'altra casa sempre qui a Grand Forks, e la notizia quasi quasi mi ha lasciato perplesso, mi ha fatto pensare: “Ma come? Fate tutto questo trasloco, per un posto così vicino?”) il fatto che gli americani in genere, dicevamo, siano costretti a spostarsi così tanto e così frequentemente forse determina un senso di identità collettiva più stolida: siamo americani un poco ovunque, e non solo qui, in questo posto. Gli americani mi sembrano sempre un po' stranieri nella loro terra, un pochino turisti, e proprio come stranieri e turisti nei loro occhi brilla sempre un lumicino di spaesamento, sembrano non possedere mai la cognizione sottocutanea di quel che davvero li circonda. Forse per questa ragione, penso, sentono così presente il bisogno di raccontarsi, di mettere in comune le loro esperienze tutto sommato tanto diseguali, in un certo senso selvagge, con la letteratura, con la musica, col cinema. In fondo loro hanno quello da raccontare, quello conoscono: le loro esperienze. Studiano sui libri, sì, ma la loro è una sapienza, per quel che mi è dato di osservare, soprattutto esperienziale. Mi viene da credere anzi che i romanzi americani, i libri dove si raccontano storie, siano proprio un patrimonio sapienziale: fonte di vera e propria conoscenza, più o meno come per noi lo sono i libri dei filosofi, e che la narrativa sia a ben vedere il loro vero modo di fare filosofia, di pensare. Riflettendo su questo a volte mi chiedo se è giusta l'idea che il senso d'identità di un paese possa fondarsi su un senso di sottile spaesamento, se non sia questo il segreto. Mi chiedo anche se proprio la diversità d'esperienze sia la forza motrice che spinge a cercare un modo per metterle assieme, tutte queste esperienze, una forza motrice che fa stare gli americani tutti così orgogliosamente uniti: forse tante storie diverse hanno qualcosa da mettere in comune, tante storie uguali, invece, tutto sommato in comune non hanno da mettere proprio niente.
 

Commenti  

 
0 #1 seguiròSusanna 2010-06-01 13:21
Ciao Marco,
solo per dire che seguirò con molto interesse questa rubrica.
Citazione
 
 
0 #2 Elio Paoloni 2010-06-03 13:23
Marco, che fai di bello in America?
Citazione
 
 
0 #3 Marco 2010-06-06 02:32
Ciao Elio, trovi tutto navigando un po' sul mio blog.
Citazione
 

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna

< Prec.