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Trentarighe "Spezzato" (maggio 2011) |
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Trentarighe - maggio 2011 - «Spezzato»
Eccoci a Trentarighe, in ritardo per colpa del curatore.
Alessandra De Stefano con Spezzato. Come. fa una carrellata di costume che mi sembra un po’ inessenziale e legata solo blandamente al tema del mese.
Più in tema Luca Ciavatta in Spezzato. Che in questo duro pezzo parla di malati terminali di tumore, e di come la malattia imponga al malato e ai suoi congiunti di colpo una nuova lingua, un nuovo codice fatto di termini – ma anche di competenze – prima non frequentate.
A Monica Tantardini (Il pirata) il termine “spezzato” ricorda giustamente l’uso convenzionalmente retorico che ne fanno i cronisti riguardo alle morti per incidente stradale (“una vita spezzata”). Idem presso Andrea Luce in La vita completa, dove addirittura il protagonista è proprio un linguista.
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Trentarighe "Vermi" (settembre 2011) |
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Trentarighe - settembre 2011 - «Vermi»
I lettori di narrativa difficilmente accettano di sentirsi raccontare la morale o le conseguenze astratte di una storia prima di aver avuto modo di almeno ambientarcisi un po’. Eppure uno degli errori più comuni dei narratori è proprio questo: aver fretta di dire la propria, anziché raccontare. Quello che il narratore pensa invece dovrebbe venir fuori dalle sue scelte narrative, non dai suoi sermoni (più o meno acuti o pacati). Nell’errore stavolta ci cade in modo evidente Pierangelo Consoli con Western, ma come al solito non è l’unico, pur in un’edizione di discreta qualità complessiva secondo me.
Il vecchio amico di 30R Stefano Mascella, con A coniugare i vermi parte troppo arzigogolato, ma poi trova la vena tenera e commovente che mi aspettavo viste le premesse (la prima vacanza da padre separato del protagonista con una bimba di otto anni). Purtroppo il testo mi risulta troppo lungo ed è per questo fuori concorso. Lungo anche Le gemelline di Paola Prinzivalli, che con il brano di Mascella condivide il tema commovente: gemelline orfane, che però come in una bella favola sanno farsi rispettare.
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Come libertà comanda (maggio 2011) |
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Come libertà comanda
(una rubrica di Marco Candida. Decima puntata)
Apertura della mente
Di solito qui a Grand Forks la sera mi piace fare una passeggiata nella downtown. Non direi che si tratta di un’abitudine, ma è senz’altro qualcosa che faccio con una certa frequenza. Mi fermo da Gilly’s oppure da O’Relly – il primo è una specie di discopub, il secondo un pub irlandese dove ho trascorso un indimenticabile Saint Patrick’s Day – poi arrivo sempre da The Hub, dove il martedì fanno musica dal vivo, blues, country e c’è un jukebox con musica folk da sballo, mi fermo davanti alla vetrina di The Toasted Frog (che significa “il ranocchio ubriaco”, e che assieme a Sanders è forse il posto dove si mangia meglio – anche se dico sempre a Elizabeth che tendiamo a sottovalutare Blue Moose, dall’altra parte del ponte, a East Grand Forks) e poi entro da Joe Black’s, dove i ragazzi che controllano l’ID ormai non me lo controllano nemmeno più. Una volta terminavo il giretto facendo una partita a Pac-Man, un videogame anni ’80 (soprattutto per lasciarmi riscaldare da un certo sentimento di nostalgia), ma adesso, chissà perché, lo hanno tolto. Io però da Joe Black’s ci vado ugualmente. Mi piace la musica. Mi piace l’atmosfera. A volte quando faccio questi giretti cammino sul ponte, di solito vado verso Whitey’s, anche se una volta o due sono andato a farmi un sandwich da Applebee’s, e fin tanto che è aperto vado anche da Cabela’s e guardo l’acquario grandissimo oppure gli orsi o le renne e gli altri animali impagliati, oppure mi concentro sulle rastrelliere con le canne da pesca e i fucili di caccia.
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Trentarighe "In volo" (marzo 2011) |
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Trentarighe - marzo 2011 - «In volo»
Luciana Zennaro sceglie di partecipare a 30R “In volo” con una lirica dal titolo Libertà. La parte più suggestiva mi è sembrata questa: «Ma il cuore ha ancora legato / alla dura terra / al despota bizzarro / che per capriccio della sua vita decide», dove io non avrei messo la specificazione “per capriccio”.
L’immagine dell’aquilone tenuto a terra dai fili è forse fin troppo smaccata, ma di sicuro rende l’idea.
Il volo di Alberto Caprara in Dall’alto è un volo drammatico che non sappiamo se verrà spiccato o sventato. Il pezzo inizia secondo me malissimo («Non ho mai capito perché, eppure volare mi è sempre piaciuto», parole che sembrano di uno di quei relatori che iniziano lunghi discorsi con «Niente»). Invece la protagonista perché le piace volare lo sa eccome. E descrive con una certa lucida freddezza sensazioni comuni ma solide, che nelle poche righe del pezzo sono abbastanza per avvicinarsi a lei.
Anche Serena Gobbo nel suo testo un po’ complicato, e quasi indeciso se diventare grottesco, ha avuto la stessa idea riguardo al tipo di volo (letale). Ma almeno nel suo caso il protagonista il volo non se lo autoinfligge.
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18. Heman Zed |
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Riassunto delle puntate precedenti
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Fino al 1992, il professor Erminio Gaudenzi era considerato un luminare nel campo delle malattie autoimmuni. A soli 44 anni era uno dei più giovani primari d’Italia, oltre all’enorme stima che godeva in tutta Europa e Stati Uniti, grazie agli apprezzati interventi in conferenze e giornate di studi. Fino al 1992, anno fatale in cui la moglie Ersilia propose al professore una serata di svago. Decisero di andare al cinema, e la scelta del film cadde sul Dracula di Francis Ford Coppola. Durante la proiezione, il professore rimase prima turbato, poi affascinato e infine rapito dalla figura del conte transilvano, interpretato da Gary Oldman. A circa mezz’ora dalla fine, Gaudenzi ebbe un’illuminazione, scaturita da un’ora e un quarto di velocissime connessioni sinaptiche, innescate dalle immagini sullo schermo e dai suoi più recenti studi. Erminio Gaudenzi si alzò dalla poltroncina e, nel totale imbarazzo di Ersilia, urlò all’intera sala che sì!, ne era certo!, il vampirismo era una patologia autoimmune! E anche se nessuno se ne rendeva conto, gruppi di vampiri vivevano indisturbati tra i comuni mortali. Poi si era seduto di nuovo per gustarsi la fine del film, anche se ormai non aveva più alcuna importanza: era tutto inequivocabilmente chiaro.
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