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La marea di São Luís |
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Reportage da tre continenti e mezzo
(una rubrica di Serena Corsi)
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La
marea di São Luís
Sul lungomare di São Luís, la capitale del Marañhao brasiliano, per scendere nell’acqua invece di un molo o di una banchina ci sono una manciata di gradini. Sono solo tre quelli che si vedono quando la marea è alta; sono più di una decina invece quelli che bisogna percorrere per arrivare a lambire il fango lasciato dall'oceano che si ritira e lascia sguarnita la baia.
Lì si capisce perché per i locali non esistono i concetti di alta o bassa marea, bensì solo quelli di marea che riempie e marea che svuota: due fenomeni che è impossibile cogliere come momenti separati l'uno dall'altro.
Tra il punto più basso raggiunto dall'acqua e quello più alto c'è una delle differenze più grandi che si registrano al mondo: stando seduti su quei gradini a contemplare la baia, l'alta marea dà un senso di potenza, talvolta di euforia. La bassa marea ha un effetto simmetricamente opposto: dà un senso di desolazione che toglie l’aria dai polmoni. Infonde stanchezza e malinconia, e sarebbe capace di spazzare via qualunque speranza anche da un pensiero ostinatamente ottimista.
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Trentarighe "Catalogo" (dicembre 2011) |
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Trentarighe - dicembre 2011 «Catalogo»
Ma ci pensate che Trentarighe va avanti dall'ottobre 2007? E ancora arrivano testi. Chi lo immaginava quando ho proposto questa rubrica a Fernandel. Sì, sono in ritardo con la pubblicazione dell'edizione "catalogo", stavolta anche a causa di un computer bruciato e di settimane d'affanno per recuperarne i dati da vari backup nessuno dei quali completo.
Stefano Mascella, con Il dubbio, mi è piaciuto perché con un dialogo mette in evidenza una cosa che sembra anche a me interessante e (se posso permettermi) preoccupante: la convivenza in molti “gggiovani” di istinti di ribellione più o meno impegnata da un lato, e di subordinazione un po' acritica al consumismo dall'altro. So che questa parola, consumismo, è logora e mi dispiace, ma la uso per riferirmi a ciò che, se calato nella narrativa contemporanea, diventa per esempio citazione quasi religiosa di oggetti del desiderio come la Nutella o le caffetterie Starbucks o l'Ikea (vero Eugenia Cavallaro?) o non so cos'altro. Come si fa volere la rivoluzione sociale ed essere così banalmente schiavi di qualche brand per giunta così banale?
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Paura di non morire |
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Reportage da tre continenti e mezzo
(una rubrica di Serena Corsi)
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Paura di non morire
Nell’unica foto che ho di Erik, lui è accovacciato a terra e fuma una grossa canna, mentre la massa di capelli biondi e spettinati gli nasconde il volto, un po' come a una rockstar.
Quella foto non dice nulla di lui. In essa non c'è traccia delle costanti della sua vita: il giornalismo militante, l'entusiasmo per le rivoluzioni possibili che invariabilmente si concludono in sconfitte, l'amore per donne cazzute e puntualmente abbandonate, i viaggi iniziati bene e molto spesso finiti male. No, nell'unica foto che ho di lui, Erik sembra soltanto un tizio mingherlino troppo vestito per una giornata di nuvole e sole messicano.
Tuttavia, quando visitai per la prima e unica volta la sua casa di Copenhagen, scoprii che possedere una sua immagine era una rarità. Alle pareti infatti c'era un marasma di disegni, soprammobili assurdi, buffi e geniali feticci costruiti con materiale di scarto; ma nessuna foto di sé o di chiunque altro. In quella casa io, Filippo e Ilaria approdammo una mattina di ottobre del 2003, dopo aver attraversato in una notte l'Europa con tutti i mezzi di trasporto esistenti – aereo fino al nord della Germania, e da lì prima il treno, poi il traghetto, e infine taxi e autobus – nell'ansia di arrivare in tempo al capezzale del nostro amico. E questo perché qualche giorno prima Tania, una cara amica di Erik, ci aveva scritto che la sua malattia si era aggravata improvvisamente, e lei non sapeva se e quando avrebbe potuto rispondere alle nostre lettere.
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A metà strada tra le nuvole e il Bosforo |
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Reportage da tre continenti e mezzo
(una rubrica di Serena Corsi)
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A metà strada tra le nuvole e il Bosforo
È la stagione in cui le cicogne migrano sorvolando il Bosforo, spalancando le ali a metà strada fra un mare grigiastro e nuvole compatte che fanno da solida trincea al sole autunnale.
Piove da una settimana a Istanbul, e l'odore di asfalto bagnato è persino più forte di quello delle sardine fritte che i chioschi sotto il ponte di Galata diffondono sulla banchina dei traghetti per i quartieri asiatici.
Io e Meltem, la mia cicerona e traduttrice turca, vaghiamo per la città con le scarpe zuppe, snobbando la miriade di taxi che, per ripicca, ci proiettano addosso cavalloni di pozzanghere. Non ci importa molto: ciascuna di noi osserva la città con occhi di incanto. I miei sono quelli dell'intrusa, i suoi quella della figliol prodiga che rimette piede a casa con la speranza di restarci.
Meltem, ventotto anni, è appena tornata dopo un lungo periodo trascorso a Londra, e non sa più dove vuole vivere: lasciarsi alle spalle la malinconica – e per lei familiare – bellezza di Istanbul non è cosa facile. Rinunciare a una vita nella city, cuore pulsante della vecchia Europa, nemmeno. È in mezzo a questo dubbio che l'ho incontrata, coi suoi denti sporgenti e il suo sguardo un po' secchione e un po' ribelle.
Da ore vaghiamo insieme nel centro di Pera, la parte antica della sponda europea di Istanbul, finché eccoci di nuovo all'imbocco di un vicolo con la sala da tè che fa angolo, e i suoi giocatori di domino chini ai tavolini di legno sul marciapiede. Ci siamo passate pochi minuti fa, ma solo ora ci accorgiamo che bastava alzare gli occhi, sollevare la testa incontro alla pioggia, per veder svolazzare sull’ultimo balcone di quel palazzo fatiscente la bandiera arcobaleno dell’orgoglio gay. È lì che ci aspetta per un'intervista Demet Demir, la ragione della mia venuta a Istanbul.
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L'ultima regina della pioggia |
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Reportage da tre continenti e mezzo
(una rubrica di Serena Corsi)
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L'ultima regina della pioggia
Sono stropicciata sul sedile posteriore della Volkswagen, tra sacchi a pelo e buste di carne essiccata, stradari africani e pagine di appunti. Io, Joan ed Helena guidiamo da ore per le strade del Limpopo Sudafricano, l'estremità settentrionale della nazione arcobaleno. Poverissimo e rovente, disseminato di miniere dove moderni schiavi estraggono platino sputando pezzi di polmone in cambio della sopravvivenza o poco più, il Limpopo è la parte del Sudafrica più restia a disfarsi dei retaggi del passato. Qui il mondo dei bianchi e quello dei neri appaiono ancora troppo lontani l’uno dall’altro, vertiginose le differenze tra proprietari terrieri che masticano l'olandese rimpiangendo la segregazione razziale e braccianti senza terra che ancora oggi, nell'epoca del travagliato post-apartheid, faticano a trovare una lingua e un modello di vita di riferimento.
Da bravi aspiranti giornalisti ci siamo studiati a menadito la storia che alla fine ci ha portato nel Limpopo: quella della Rain Queen, la regina della pioggia. Ce la siamo raccontata più volte, con la passione di chi cerca di capire qualcosa di irrimediabilmente diverso e oscuro, nell'illusione che parlandone possa diventare in qualche modo digeribile.
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