"Notte bianca" di Caterina Falconi E-mail

 

Notte bianca 

Caterina Falconi

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caterina falconi

Una svista e Letizia è uscita di casa senza che ce ne accorgessimo. La signora delle pulizie ha lasciato il portone socchiuso e lei è sgusciata fuori. Di solito, quando succede, torna spontaneamente dopo qualche ora con un oggetto sottratto dal giardino dei vicini: una pigna, un rametto, una palla del bambino. Ma oggi c’è un gran casino sul viale. Allestiscono gli stand per la notte bianca. Scaricano panche dai furgoni. Rimuovono auto parcheggiate. È tutto un turbinio di ragazzi del comune in uniforme, ambulanti e passanti. Un clangore di oggetti metallici sbatacchiati che percepisco, ovattato, grazie agli apparecchi acustici. Mi chiedo quanto forte e atterrente sia questa cacofonia per Letizia, che salta tremante sulla credenza anche se cade un mestolo. Temo che il rumore la induca ad allontanarsi dal quartiere, a rifugiarsi in qualche vicolo interno, che le accada qualcosa, di non rivederla più. In preda a quest’angoscia di perdita invio un sms a Giuseppe, che oggi si trattiene allo zoo fino alle venti, per un’attività di osservazione di un branco di cinque gibboni che vede turnare quattro operatori, direttore compreso, per l’intero pomeriggio. 

Letizia è scappata. Sono uscita a cercarla in giro, ma non la trovo. Ho paura che spinta dal terrore dei rumori si allontani e si perda. Che non torni più.

Aspetto, e dopo qualche minuto Giuseppe risponde:

Non ti preoccupare Mela. Tu sottovaluti i Cercocebi. Letizia sa badare a se stessa. Si sarà arrampicata su un albero, e riscenderà quando la notte bianca sarà finita. Vedrai che domani torna a casa.

 
"Adele, sbrigati!" di Massimo Vasini E-mail

 

Come due sposi 

Massimo Vasini

 


Come due sposi

Di Massimo Vasini, autore riminese eclettico, attore e educatore teatrale, qualche tempo fa abbiamo pubblicato il racconto Tanti gatti blu, tratto da una raccolta che è appena stata pubblicata da Giraldi Editore. La raccolta, dal titolo Come due sposi, contiene anche il racconto Adele, sbrigati!, che vi proponiamo. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
"Come loro" di Matteo Ferrario E-mail

Come loro 
Matteo Ferrario  

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matteo ferrario

Fin da piccolo, non iniziai un solo anno scolastico senza che mia madre mi riempisse di raccomandazioni, la più importante delle quali era di comportarmi come gli altri.

Non capivo mai cosa intendesse di preciso. Qualche volta fui tentato di chiederle spiegazioni, ma bastò il suo sguardo tra l’intimidito e il colpevole a fornirmene una.
Era sempre così preoccupata di risultare fuori posto nei ristoranti e negozi e località di mare che ci potevamo permettere grazie alla piccola impresa di mio padre, da temere che io lo fossi altrettanto in mezzo ai coetanei.
I primi tre anni di elementari alla scuola pubblica furono in tutti i casi piuttosto divertenti. Ero uno dei più alti e avevo anche una specie di fidanzata. Facevo parecchie assenze perché ero sempre malato, e ogni volta al mio ritorno avevo una gran voglia di fare dispetti a chiunque, recuperando così il tempo che avevo perduto stando sotto una coperta imbottito di medicinali.
«Si stava meglio quando il tuo banco era vuoto» mi disse in una di quelle occasioni un compagno, mentre aiutava a rialzarsi un altro a cui avevo fatto lo sgambetto.
Gran parte dei maschi mi odiavano. Un giorno, nel corso di un tipico pestaggio in aula di quelli che nascevano spontanei quando la maestra era in corridoio a fumare con le altre, il mio rivale numero uno prese il punteruolo che avevamo portato per il lavoretto della festa della mamma, e me lo ficcò nel ginocchio. 
L’episodio, che nei racconti di mio padre avrebbe assunto contorni mitici, dimostrando una volta per tutte ai suoi occhi e a quelli dei suoi amici bottegai e liberi professionisti l’inefficienza della macchina statale, gli offrì il pretesto che aveva sempre cercato.
Dopo aver messo di mezzo il direttore della sua banca, ben introdotto nell’ambiente cattolico brianzolo, riuscì a trovarmi un posto a partire dall’anno seguente in quella che un po’ tutti, dal parroco del paese al mobiliere che mi aveva rifatto la cameretta, parevano considerare una buona scuola.

 
"In viaggio con Mag" di Silvia Monteverdi E-mail

In viaggio con Mag 
Silvia Monteverdi
 

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Silvia Monteverdi.jpg

 

Sono stato concepito l'11 settembre del 1993 nei cessi dello Sports Arena in occasione dell'ultima tappa del tour degli Stone Temple Pilot a Los Angeles. Ne vado piuttosto fiero perché gli Stone Temple Pilot mi piacciono abbastanza, anche se il grunge non è esattamente la mia musica, preferisco senza dubbio il punk.
Sono venuto a conoscenza di certe cose grazie all'abitudine esasperante di mia madre di spiattellarmi tutti i particolari della sua vita privata, in particolare quelli più imbarazzanti.
Di solito la chiamo con il suo nome, Mag, che poi sarebbe Margaret, un nome che non c'entra nulla con la faccia che ha, se uno ci pensa.
Quando sono nato Mag aveva diciassette anni, si mangiava le unghie fino all'osso e siccome era convinta che il mondo fosse in combutta per renderle la vita un inferno, dal mondo si difendeva scarabocchiando parolacce sulla punta delle sue All Star.
È uscita dal bagno della sua stanza con il test di gravidanza in mano mentre sul letto Chi La Vietnamita aspettava stesa nella posizione a stella, le braccia e le gambe spalancate e i capelli neri che le coprivano completamente la faccia. Una posizione
da pensare, che si era preparata durante l'attesa.
«Sono incinta» ha detto Mag. Chi La Vietnamita si è tirata su e, lì seduta nel letto, ha guardato Mag fissa negli occhi e nessuno ha parlato. Solo dopo un lungo tempo Chi La Vietnamita ha rotto il silenzio per enunciare il succo di tanto meditare: «io dico che sarà facile, come mangiare una mela».

 
"Subway blu" di Francesca Esposito E-mail

Subway blu 
Francesca Esposito
 

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Francesca Esposito

 

Prendo la metro, i piedi vanno dove sanno loro. A metà banchina sono loro a fermarsi, io dietro. Mi siedo, arriva qualcuno, stiracchio le gambe, le punte, io me le controllo sempre le punte delle scarpe, sono in ordine. Seguo via via i tondini di gomma nera che lastricano le strade senza giorno né notte quaggiù e ritrovo il distributore di merendine. Sul fianco, sul metallo, una scritta nera, ma bella, scritta piano, le “o” fatte tonde, le righe regolari.

Eri seduto di fronte a me in un vagone della verde. Ti ho seguito fino alla mobile, ho pensato, solo se si gira, e ti ho lasciato diventare un puntino buio lassù. Hai delle Adidas a strisce verdi. Sono la ragazza con le ballerine nere, ho visto che mi guardavi le caviglie. Alla stessa ora, domani, ci sarai?

Arriva una folata di vento e poi il treno. Entro inghiottita da uno shanghai di gente, le guance sono a chiazzette rosse, me le sento. Mi spingono, faccio il conto, sono passati sette mesi. Cerco un buco dove appoggiare lo sguardo, trovo una spalla blu con forfora, una cintura borchiata su dei pantaloni a vita bassa, cerco a terra, scarpe, quelle degli uomini, ne trovo certe con delle punte appuntite, certe color biscotto e le fibbie di metallo, troppo lucide le fibbie di metallo, e le stringhe, le stringhe sono troppo corte nelle scarpe degli uomini, perché? perché le stringhe sono così corte, nelle scarpe degli uomini?

 
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