<?xml version="1.0" encoding="iso-8859-1"?>
<!-- generator="FeedCreator 1.7.2" -->
<rss version="2.0">
	<channel>
		<title>Joomla! powered Site</title>
		<description>Joomla! site syndication</description>
		<link>http://www.fernandel2.it/rivista</link>
		<lastBuildDate>Fri, 18 May 2012 12:48:57 +0100</lastBuildDate>
		<generator>FeedCreator 1.7.2</generator>
		<image>
			<url>http://www.fernandel2.it/rivista/images/M_images/joomla_rss.png</url>
			<title>Powered by Joomla!</title>
			<link>http://www.fernandel2.it/rivista</link>
			<description>Joomla! site syndication</description>
		</image>
		<item>
			<title>Contigo en la distancia</title>
			<link>http://www.fernandel2.it/rivista/content/view/343/45/</link>
			<description>


 



Reportage da tre continenti e mezzo


(una rubrica di Serena Corsi) 


 


Scaricalo e stampalo  


 






Contigo en la distancia






 



All'Avana c'&amp;egrave; un palazzo azzurro di dieci piani uguale a tanti altri: solido di vecchiaia e logoro di brezza e pioggia, con i vetri delle finestre tenuti insieme da grandi X di scotch. 
Non tutti sanno che quello &amp;egrave; stato il primo palazzo di dieci piani costruito a l'Avana. C'&amp;egrave; ancora traccia dei primi imbianchini che, sospesi a un'altezza vertiginosa su travi di legno legate come un'altalena a due funi parallele, pitturavano d'azzurro i balconi: era l'estate del 1944, le prime automobili americane seminavano invidia e scoppiettii per le strade della citt&amp;agrave; che faceva da bordello ai gringos in viaggio d'affari presso la corte del dittatore Batista. Uno di questi imbianchini si chiamava C&amp;eacute;sar Portillo de la Luz, e aveva gli occhi dello stesso colore con cui dipingeva la parete, o forse gli erano diventati cos&amp;igrave; azzurri a forza di fissare a una spanna dal naso quella tinta undici ore al giorno per un'estate intera. L&amp;rsquo;estate in cui scrisse la canzone che lo rese il compositore di boleros pi&amp;ugrave; celebre della storia dei caraibi: Contigo en la distancia.


</description>
			<category>Rubriche - Reportage da tre continenti e mezzo</category>
			<pubDate>Tue, 01 May 2012 08:50:10 +0100</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>L'equivalente africano di una balla di fieno</title>
			<link>http://www.fernandel2.it/rivista/content/view/342/45/</link>
			<description>


 



Reportage da tre continenti e mezzo


(una rubrica di Serena Corsi) 


 


Scaricalo e stampalo  


 






L'equivalente africano di una balla di fieno





 


Un paio di settimane prima di partire per il Mozambico sono andata in treno, destinazione provincia di Forl&amp;igrave;, a incontrare i Fusaroli Casadei. Dal finestrino l&amp;rsquo;Emilia si trasformava inesorabilmente in Romagna, e la pianura diventava tutta una balla di fieno. La campagna &amp;egrave; bella in questa stagione, quando l&amp;rsquo;estate &amp;egrave; ormai finita ma ancora non sono arrivate le nebbie autunnali. 
Alla stazione di Forlimpopoli mi viene a prendere Antonio, detto Gaetano, figlio di Umberto Fusaroli e di Marisa. Ha degli occhiali da sole da killer che mi lasciano un po&amp;rsquo; perplessa, ma quando se li toglie svela una paciosa aria romagnola. Fa il pilota per l&amp;rsquo;Alitalia, e questi sono i giorni in cui l'azienda sembra stia per fallire. Mentre guida mi spiega i punti della trattativa: mi sembra che abbiano ragione loro, i piloti, a non volerla accettare. Comunque sull&amp;rsquo;intera vicenda mi riprometto di leggere il Manifesto di domani.


</description>
			<category>Rubriche - Reportage da tre continenti e mezzo</category>
			<pubDate>Thu, 01 Mar 2012 08:50:10 +0100</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Trentarighe &quot;Catalogo&quot; (dicembre 2011)</title>
			<link>http://www.fernandel2.it/rivista/content/view/340/45/</link>
			<description>













Trentarighe - dicembre 2011 &amp;laquo;Catalogo&amp;raquo;


  



Ma ci pensate che Trentarighe va avanti dall'ottobre 2007? E ancora arrivano testi. Chi lo immaginava quando ho proposto questa rubrica a Fernandel. S&amp;igrave;, sono in ritardo con la pubblicazione dell'edizione  catalogo , stavolta anche a causa di un computer bruciato e di settimane d'affanno per recuperarne i dati da vari backup nessuno dei quali completo.
Stefano Mascella, con Il dubbio, mi &amp;egrave; piaciuto perch&amp;eacute; con un dialogo mette in evidenza una cosa che sembra anche a me interessante e (se posso permettermi) preoccupante: la convivenza in molti &amp;ldquo;gggiovani&amp;rdquo; di istinti di ribellione pi&amp;ugrave; o meno impegnata da un lato, e di subordinazione un po' acritica al consumismo dall'altro. So che questa parola, consumismo, &amp;egrave; logora e mi dispiace, ma la uso per riferirmi a ci&amp;ograve; che, se calato nella narrativa contemporanea, diventa per esempio citazione quasi religiosa di oggetti del desiderio come la Nutella o le caffetterie Starbucks o l'Ikea (vero Eugenia Cavallaro?) o non so cos'altro. Come si fa volere la rivoluzione sociale ed essere cos&amp;igrave; banalmente schiavi di qualche brand per giunta cos&amp;igrave; banale?





</description>
			<category>Rubriche - Trentarighe </category>
			<pubDate>Tue, 10 Jan 2012 09:00:00 +0100</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>&quot;Notte bianca&quot; di Caterina Falconi</title>
			<link>http://www.fernandel2.it/rivista/content/view/339/2/</link>
			<description>


 



Notte bianca 





Caterina Falconi



Scaricalo e stampalo  



 


 




Una svista e Letizia &amp;egrave; uscita di casa senza che ce ne accorgessimo. La signora delle pulizie ha lasciato il portone socchiuso e lei &amp;egrave; sgusciata fuori. Di solito, quando succede, torna spontaneamente dopo qualche ora con un oggetto sottratto dal giardino dei vicini: una pigna, un rametto, una palla del bambino. Ma oggi c&amp;rsquo;&amp;egrave; un gran casino sul viale. Allestiscono gli stand per la notte bianca. Scaricano panche dai furgoni. Rimuovono auto parcheggiate. &amp;Egrave; tutto un turbinio di ragazzi del comune in uniforme, ambulanti e passanti. Un clangore di oggetti metallici sbatacchiati che percepisco, ovattato, grazie agli apparecchi acustici. Mi chiedo quanto forte e atterrente sia questa cacofonia per Letizia, che salta tremante sulla credenza anche se cade un mestolo. Temo che il rumore la induca ad allontanarsi dal quartiere, a rifugiarsi in qualche vicolo interno, che le accada qualcosa, di non rivederla pi&amp;ugrave;. In preda a quest&amp;rsquo;angoscia di perdita invio un sms a Giuseppe, che oggi si trattiene allo zoo fino alle venti, per un&amp;rsquo;attivit&amp;agrave; di osservazione di un branco di cinque gibboni che vede turnare quattro operatori, direttore compreso, per l&amp;rsquo;intero pomeriggio. 

Letizia &amp;egrave; scappata. Sono uscita a cercarla in giro, ma non la trovo. Ho paura che spinta dal terrore dei rumori si allontani e si perda. Che non torni pi&amp;ugrave;.

Aspetto, e dopo qualche minuto Giuseppe risponde:

Non ti preoccupare Mela. Tu sottovaluti i Cercocebi. Letizia sa badare a se stessa. Si sar&amp;agrave; arrampicata su un albero, e riscender&amp;agrave; quando la notte bianca sar&amp;agrave; finita. Vedrai che domani torna a casa.

</description>
			<category>Racconti - Racconti</category>
			<pubDate>Sun, 01 Jan 2012 12:31:53 +0100</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>&quot;Come loro&quot; di Matteo Ferrario</title>
			<link>http://www.fernandel2.it/rivista/content/view/331/2/</link>
			<description>



Come loro 
Matteo Ferrario  




Scaricalo e stampalo (pdf/ferrario.pdf)  






 


Fin da piccolo, non iniziai un solo anno scolastico senza che mia madre mi riempisse di raccomandazioni, la pi&amp;ugrave; importante delle quali era di comportarmi come gli altri.



Non capivo mai cosa intendesse di preciso. Qualche volta fui tentato di chiederle spiegazioni, ma bast&amp;ograve; il suo sguardo tra l&amp;rsquo;intimidito e il colpevole a fornirmene una.
Era sempre cos&amp;igrave; preoccupata di risultare fuori posto nei ristoranti e negozi e localit&amp;agrave; di mare che ci potevamo permettere grazie alla piccola impresa di mio padre, da temere che io lo fossi altrettanto in mezzo ai coetanei.
I primi tre anni di elementari alla scuola pubblica furono in tutti i casi piuttosto divertenti. Ero uno dei pi&amp;ugrave; alti e avevo anche una specie di fidanzata. Facevo parecchie assenze perch&amp;eacute; ero sempre malato, e ogni volta al mio ritorno avevo una gran voglia di fare dispetti a chiunque, recuperando cos&amp;igrave; il tempo che avevo perduto stando sotto una coperta imbottito di medicinali.
&amp;laquo;Si stava meglio quando il tuo banco era vuoto&amp;raquo; mi disse in una di quelle occasioni un compagno, mentre aiutava a rialzarsi un altro a cui avevo fatto lo sgambetto.
Gran parte dei maschi mi odiavano. Un giorno, nel corso di un tipico pestaggio in aula di quelli che nascevano spontanei quando la maestra era in corridoio a fumare con le altre, il mio rivale numero uno prese il punteruolo che avevamo portato per il lavoretto della festa della mamma, e me lo ficc&amp;ograve; nel ginocchio. 
L&amp;rsquo;episodio, che nei racconti di mio padre avrebbe assunto contorni mitici, dimostrando una volta per tutte ai suoi occhi e a quelli dei suoi amici bottegai e liberi professionisti l&amp;rsquo;inefficienza della macchina statale, gli offr&amp;igrave; il pretesto che aveva sempre cercato.
Dopo aver messo di mezzo il direttore della sua banca, ben introdotto nell&amp;rsquo;ambiente cattolico brianzolo, riusc&amp;igrave; a trovarmi un posto a partire dall&amp;rsquo;anno seguente in quella che un po&amp;rsquo; tutti, dal parroco del paese al mobiliere che mi aveva rifatto la cameretta, parevano considerare una buona scuola.


</description>
			<category>Racconti - Racconti</category>
			<pubDate>Thu, 01 Sep 2011 10:31:53 +0100</pubDate>
		</item>
	</channel>
</rss>

