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serena corsi

Reportage da tre continenti e mezzo

(una rubrica di Serena Corsi) 

 

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Un pellegrinaggio dopo l'altro



 

Vladimir aprì gli occhi e vide una donna specchiarsi nella propria ombra. Stropicciò le palpebre intirizzite dal sonno e guardò meglio, ma non c'era molto da vedere: era proprio così, la tizia si truccava con gli occhi a pochi centimetri dal muro. Poiché nello stanzone per i pellegrini non c'erano specchi, la cosa più simile a un riflesso che la donna aveva trovato era la propria ombra, proiettata sulla parete dagli impietosi neon che alle sei e trenta si erano accesi tutti contemporaneamente, per esortare i pellegrini a riprendere il viaggio.
Vladimir si mise a sedere attento a non battere la testa contro le doghe del letto di sopra, come gli era già capitato parecchie volte da quando, un mese prima, aveva cominciato il Cammino di Santiago, e si mise a piegare il sacco a pelo ascoltando con un senso di gradevole familiarità i rumori del mattino: letti e ossa che scricchiolavano, sussurri di saluto, sospiri di dolore per gli acciacchi che si moltiplicavano.
 
 

Novità da Fernandel

 

TattooTattoo di   Luca Saltini (176 pagine,  13,00 €)


Alberto, giovane sposo e padre, prova l’inquietudine di sentirsi rinchiuso in una vita che non gli appartiene più. Quando incontra Irene, una ragazza che gioca con la sua bellezza e ostenta una rosa tatuata sulla pancia, comincia con lei una relazione ambigua e contraddittoria che Alberto decide di suggellare facendosi un tatuaggio. Nel circolo vizioso che si viene a creare, più la relazione con Irene si approfondisce, più sul corpo di Alberto aumentano i tatuaggi, più la sua vita si disgrega.
Per festeggiare la decisione di abbandonare la famiglia, Irene spinge Alberto a sottoporsi a un nuovo tatuaggio, molto grande e invasivo, ma quando l’uomo comprende di essere stato preso in giro, e che in realtà l’obiettivo della ragazza è quello di umiliarlo e di allontanarlo da sé, decide di punirla con una vendetta fantastica e feroce.
Inizia così un folle viaggio verso un finale inatteso, in cui i personaggi vengono lentamente risucchiati in una spirale vertiginosa alla quale il lettore non riesce a sfuggire, agganciato da una prosa che sceglie l’indagine del dettaglio in un’intensità quasi intollerabile.
 
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serena corsi

Reportage da tre continenti e mezzo

(una rubrica di Serena Corsi) 

 

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La regina della favela



 

«Non vorrei che tutto questo vi sembrasse poco. C'è voluta una volontà di ferro per dargli luce: dovete godervelo ogni giorno, ed esserne fiere, e farlo durare». 
Rejeanie si spazzola i capelli mentre recita ad alta voce, e per l'ennesima volta, la lettera indirizzata alle sue figlie. Non è una lettera privata; da qualche anno, del resto, per Rejeanie il concetto di privato esiste solo nelle telenovelas. Tant'è vero che da quando ha scritto questa lettera la recita a chiunque, orgogliosa del risultato. Se non avesse un ego sconfinato, d'altronde, non sarebbe lei, non sarebbe il centro di questa storia che inizia in una favela brasiliana di cartone e lamiera alla periferia di San Paolo, e finisce in un dignitoso quartiere con tanto di cortile comunitario con i giochi per i bambini e aiuole ombreggiate per i pomeriggi di tedio degli anziani. 
Con una mano impugna la base delle ciocche e con l'altra una consunta spazzola nera, poi picchia sui nodi con una cadenza istintiva, ma non meno precisa, quasi stesse suonando un
tamborim al ritmo di un samba. Ogni tanto guarda verso lo specchio distrattamente, sommersa dalla corrente selvaggia dei suoi pensieri. 
 
 

Novità da Fernandel

 

Diario elementareDiario elementare di Livio Romano (184 pagine,  13,00 €)


Un maestro elementare, ultimo discendente di una stirpe di insegnanti, racconta giorno dopo giorno il suo anno scolastico. Fra tagli alla spesa e bizzarre direttive ministeriali, colleghe pittoresche e genitori bisognosi di supporto psicologico, procedendo faticosamente nelle secche dell’ideologia aziendalistica e del vuoto dei valori di riferimento della moderna società occidentale. Con verve umoristica, impeto satirico e un gusto ininterrotto tanto per l’annotazione di costume quanto per il tocco di puro mémoire, in questo piccolo pamphlet l’autore racconta quel che è rimasto della «scuola elementare migliore del mondo» – che è come dire della società italiana in generale, descritta da quel particolarissimo punto di vista che è la provincia profonda del Sud della penisola. 
Nonostante il caos quotidiano, affiora quasi a sorpresa l’antico incanto del far scuola che ha riempito gli annali dei maestri-scrittori del passato, la poesia del veder crescere davanti ai propri occhi giovani coscienze che con il loro candore hanno ancora la forza di riscattare gli insegnanti del Duemila dalla condizione degradata cui son condannati da decenni. 
 
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serena corsi

Reportage da tre continenti e mezzo

(una rubrica di Serena Corsi) 

 

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Il professore e la figlia di Yemanjà



 

1965-1992

Diameli aveva trascorso l'infanzia in un appartamento al pianterreno nel centralissimo quartiere di Cayo Hueso, ai piedi dell'università dell'Avana. Nel piccolo salotto cieco sua nonna fumava un sigaro dopo l'altro per coprire il perenne odore di cucina cinese, dal momento che accanto a loro abitava una famiglia originaria di Hong Kong che aveva dovuto lasciare il quartiere cinese a causa di una storia d'amore finita a coltellate.
 
 
 

Novità da Fernandel

 

Tutti tranne GiuliaTutti tranne Giulia di Michela Tilli (208 pagine,  14,00 €)


Giulia non c’è più, ma la vita, quella degli altri, continua. Dicono che sembrava felice, che non era depressa, che non ne aveva motivo. Dicono che non le mancava niente. E allora perché? Forse è tardi per chiederselo, o forse c’è ancora qualcosa che si può comprendere.
Attraverso le vicende di chi resta – del marito che scopre che le altre donne sembravano più attraenti quando era sposato, dei figli ormai grandi che scendono a patti con la loro identità, dello psicoterapeuta che non l’ha capita abbastanza e del maresciallo che non crede al suo suicidio – emerge in filigrana la storia della protagonista, la grande assente, e delle ragioni che l’hanno portata a commettere un atto che potrebbe sembrare di disperazione, o forse di follia, o addirittura di assoluta libertà.
 
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Reportage da tre continenti e mezzo

(una rubrica di Serena Corsi) 

 

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La pancia di cibo, la testa di sogni



 

Yogurt alla menta
Fatima stasera ha ospiti stranieri e si è data da fare tutto il pomeriggio per preparare una tipica cena turca. Malgrado il concetto di aperitivo sia estraneo alla cultura locale, Fatima, che non ha mai messo piede fuori dall'Anatolia ma si vanta di conoscere le mode europee in virtù di qualche mese trascorso ad Ankara in gioventù, decide di dare inizio alle danze servendo un tipico yogurt freddo – l'ayran – insieme a un piattino di beyaz peynir, il formaggio bianco dal sapore semplice con cui è solita fare colazione dopo la prima preghiera della giornata.

Portava con sé proprio una forma di beyaz peynir quando a sedici anni si ritrovò su un treno diretto ad Ankara, in compagnia di uno zio paterno con velleità di commerciante che aveva chiesto ai suoi genitori di portare con sé nella capitale una delle loro figlie. Fatima non stava nella pelle all'idea di vedere la grande città: a parte questo zio con la mania degli affari, nessuno nella sua famiglia aveva mai messo piede fuori dalla Cappadocia. Le sue sorelle le avevano preparato un grande scialle color caramello da portare sulle spalle nella metropoli, e Fatima ci si stringeva dentro fra il timore e la voglia di perdere l'odore di casa e di venire avvolta da quello della città.
Trascorse tre mesi nella capitale. Nei momenti liberi dai mestieri di casa ne approfittava per lasciarsi affascinare dalla grande città tentacolare che la confondeva e la ammaliava, la disorientava e allo stesso tempo le sembrava famigliare.
La moda degli anni ’60, i cosmetici, le sigarette; la musica di Tarkan Tevetoğlu, i film di Cüneyt Arkin, le ventate d’Europa che arrivavano col treno espresso da Istanbul. I caffè in cui si sedeva sola, dapprima intimorita poi sempre più sicura di sé, le donne che si sedevano accanto a lei e le offrivano di leggerle il fondo del caffè; le risate di gruppo delle ragazze che camminavano coi libri sotto al braccio, provenienti dall'università. Il desiderio di essere come loro. 
Un giorno una di queste studentesse la invitò al tavolo e la coinvolse nei loro pettegolezzi. Fatima non ricordava di aver mai sentito discorsi così audaci pronunciati da ragazze, e ben presto si ritrovò a ridere fino alle lacrime. Quella che l'aveva invitata insistette per leggerle i fondi del caffè, e predisse che c'era un uomo strano nel suo destino; un uomo diverso da tutti gli altri.
Anch'io sarò diversa da tutte le altre quando tornerò in Cappadocia, sospirò Fatima. E in effetti quando tornò a Nevşehir, tre mesi dopo, Fatima era diventata una ragazza di città. 

 
 

Novità da Fernandel

 

CompramiComprami di Valeria Campana (256 pagine,  15,00 €)


Bella, giovane, apparentemente sicura di sé e ben attenta a valorizzare il proprio corpo, Iris spende denaro – che spesso non ha – in vestiti di qualunque marca e prezzo, in stivali cinte e borsette, ma anche in gadget della Roma per il fidanzato e soprammobili per la casa in cui vive con i genitori. Iris acquista qualsiasi oggetto le possa restituire un’immagine migliore di sé, farla sentire qualcuno e gratificarla.
La madre le ha insegnato che la bellezza è una dote che non bisogna sprecare, e che anzi deve essere messa a frutto per farsi strada nella vita. Così per ripianare i debiti e continuare a pagare quello che compra, Iris non trova che una soluzione: prendere l’insegnamento della madre alla lettera e valorizzare il dono che la natura le ha fatto.
Ma questa spirale di acquisti, debiti e appuntamenti la trascina verso gli abissi di un mondo ingovernabile. Finché l’incontro con un uomo che sembra sinceramente interessato a lei le fa sperare di poter uscire dai guai e cambiare vita. Un uomo ricco e generoso, ma molto, forse troppo simile a lei. 
 
Rubriche


serena corsi

Reportage da tre continenti e mezzo

(una rubrica di Serena Corsi) 

 

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Contigo en la distancia



 

All'Avana c'è un palazzo azzurro di dieci piani uguale a tanti altri: solido di vecchiaia e logoro di brezza e pioggia, con i vetri delle finestre tenuti insieme da grandi X di scotch. 
Non tutti sanno che quello è stato il primo palazzo di dieci piani costruito a l'Avana. C'è ancora traccia dei primi imbianchini che, sospesi a un'altezza vertiginosa su travi di legno legate come un'altalena a due funi parallele, pitturavano d'azzurro i balconi: era l'estate del 1944, le prime automobili americane seminavano invidia e scoppiettii per le strade della città che faceva da bordello ai gringos in viaggio d'affari presso la corte del dittatore Batista. Uno di questi imbianchini si chiamava César Portillo de la Luz, e aveva gli occhi dello stesso colore con cui dipingeva la parete, o forse gli erano diventati così azzurri a forza di fissare a una spanna dal naso quella tinta undici ore al giorno per un'estate intera. L’estate in cui scrisse la canzone che lo rese il compositore di boleros più celebre della storia dei caraibi: Contigo en la distancia.

 
Rubriche

trentarighe.jpg

Trentarighe - dicembre 2011
«Catalogo»

  

Ma ci pensate che Trentarighe va avanti dall'ottobre 2007? E ancora arrivano testi. Chi lo immaginava quando ho proposto questa rubrica a Fernandel. Sì, sono in ritardo con la pubblicazione dell'edizione "catalogo", stavolta anche a causa di un computer bruciato e di settimane d'affanno per recuperarne i dati da vari backup nessuno dei quali completo.
Stefano Mascella, con Il dubbio, mi è piaciuto perché con un dialogo mette in evidenza una cosa che sembra anche a me interessante e (se posso permettermi) preoccupante: la convivenza in molti “gggiovani” di istinti di ribellione più o meno impegnata da un lato, e di subordinazione un po' acritica al consumismo dall'altro. So che questa parola, consumismo, è logora e mi dispiace, ma la uso per riferirmi a ciò che, se calato nella narrativa contemporanea, diventa per esempio citazione quasi religiosa di oggetti del desiderio come la Nutella o le caffetterie Starbucks o l'Ikea (vero Eugenia Cavallaro?) o non so cos'altro. Come si fa volere la rivoluzione sociale ed essere così banalmente schiavi di qualche brand per giunta così banale?
 
Racconti

 

Notte bianca 

Caterina Falconi

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caterina falconi

Una svista e Letizia è uscita di casa senza che ce ne accorgessimo. La signora delle pulizie ha lasciato il portone socchiuso e lei è sgusciata fuori. Di solito, quando succede, torna spontaneamente dopo qualche ora con un oggetto sottratto dal giardino dei vicini: una pigna, un rametto, una palla del bambino. Ma oggi c’è un gran casino sul viale. Allestiscono gli stand per la notte bianca. Scaricano panche dai furgoni. Rimuovono auto parcheggiate. È tutto un turbinio di ragazzi del comune in uniforme, ambulanti e passanti. Un clangore di oggetti metallici sbatacchiati che percepisco, ovattato, grazie agli apparecchi acustici. Mi chiedo quanto forte e atterrente sia questa cacofonia per Letizia, che salta tremante sulla credenza anche se cade un mestolo. Temo che il rumore la induca ad allontanarsi dal quartiere, a rifugiarsi in qualche vicolo interno, che le accada qualcosa, di non rivederla più. In preda a quest’angoscia di perdita invio un sms a Giuseppe, che oggi si trattiene allo zoo fino alle venti, per un’attività di osservazione di un branco di cinque gibboni che vede turnare quattro operatori, direttore compreso, per l’intero pomeriggio. 

Letizia è scappata. Sono uscita a cercarla in giro, ma non la trovo. Ho paura che spinta dal terrore dei rumori si allontani e si perda. Che non torni più.

Aspetto, e dopo qualche minuto Giuseppe risponde:

Non ti preoccupare Mela. Tu sottovaluti i Cercocebi. Letizia sa badare a se stessa. Si sarà arrampicata su un albero, e riscenderà quando la notte bianca sarà finita. Vedrai che domani torna a casa.

 
Racconti

Come loro 
Matteo Ferrario  

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matteo ferrario

Fin da piccolo, non iniziai un solo anno scolastico senza che mia madre mi riempisse di raccomandazioni, la più importante delle quali era di comportarmi come gli altri.

Non capivo mai cosa intendesse di preciso. Qualche volta fui tentato di chiederle spiegazioni, ma bastò il suo sguardo tra l’intimidito e il colpevole a fornirmene una.
Era sempre così preoccupata di risultare fuori posto nei ristoranti e negozi e località di mare che ci potevamo permettere grazie alla piccola impresa di mio padre, da temere che io lo fossi altrettanto in mezzo ai coetanei.
I primi tre anni di elementari alla scuola pubblica furono in tutti i casi piuttosto divertenti. Ero uno dei più alti e avevo anche una specie di fidanzata. Facevo parecchie assenze perché ero sempre malato, e ogni volta al mio ritorno avevo una gran voglia di fare dispetti a chiunque, recuperando così il tempo che avevo perduto stando sotto una coperta imbottito di medicinali.
«Si stava meglio quando il tuo banco era vuoto» mi disse in una di quelle occasioni un compagno, mentre aiutava a rialzarsi un altro a cui avevo fatto lo sgambetto.
Gran parte dei maschi mi odiavano. Un giorno, nel corso di un tipico pestaggio in aula di quelli che nascevano spontanei quando la maestra era in corridoio a fumare con le altre, il mio rivale numero uno prese il punteruolo che avevamo portato per il lavoretto della festa della mamma, e me lo ficcò nel ginocchio. 
L’episodio, che nei racconti di mio padre avrebbe assunto contorni mitici, dimostrando una volta per tutte ai suoi occhi e a quelli dei suoi amici bottegai e liberi professionisti l’inefficienza della macchina statale, gli offrì il pretesto che aveva sempre cercato.
Dopo aver messo di mezzo il direttore della sua banca, ben introdotto nell’ambiente cattolico brianzolo, riuscì a trovarmi un posto a partire dall’anno seguente in quella che un po’ tutti, dal parroco del paese al mobiliere che mi aveva rifatto la cameretta, parevano considerare una buona scuola.

 
Racconti

 

Come due sposi 

Massimo Vasini

 


Come due sposi

Di Massimo Vasini, autore riminese eclettico, attore e educatore teatrale, qualche tempo fa abbiamo pubblicato il racconto Tanti gatti blu, tratto da una raccolta che è appena stata pubblicata da Giraldi Editore. La raccolta, dal titolo Come due sposi, contiene anche il racconto Adele, sbrigati!, che vi proponiamo. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 

Michela Tilli, La vita sospesa
La vita sospesa

 

È uscito il primo romanzo di Michela Tilli, un'autrice che sulla rivista Fernandel ha pubblicato alcuni racconti di una bellezza sorprendente: ricordo in particolare Diario di un impostore e Sacro cuore, pubblicati fra maggio e giugno 2010, mentre il primo racconto pubblicato in assoluto è stato Il naso, che risale al dicembre 2007.

La vita sospesa, il suo primo libro, è un romanzo nel quale Michela mette in luce la sua capacità di descrivere la psicologia dei personaggi. Clicca sulla copertina per leggere una scheda e la rassegna stampa completa. 

(5 giugno 2011) 

 
Rubriche

Marco Candida

Come libertà comanda

(una rubrica di Marco Candida. Decima puntata)

 

 

Apertura della mente


Di solito qui a Grand Forks la sera mi piace fare una passeggiata nella downtown. Non direi che si tratta di un’abitudine, ma è senz’altro qualcosa che faccio con una certa frequenza. Mi fermo da Gilly’s oppure da O’Relly – il primo è una specie di discopub, il secondo un pub irlandese dove ho trascorso un indimenticabile Saint Patrick’s Day – poi arrivo sempre da The Hub, dove il martedì fanno musica dal vivo, blues, country e c’è un jukebox con musica folk da sballo, mi fermo davanti alla vetrina di The Toasted Frog (che significa “il ranocchio ubriaco”, e che assieme a Sanders è forse il posto dove si mangia meglio – anche se dico sempre a Elizabeth che tendiamo a sottovalutare Blue Moose, dall’altra parte del ponte, a East Grand Forks) e poi entro da Joe Black’s, dove i ragazzi che controllano l’ID ormai non me lo controllano nemmeno più. Una volta terminavo il giretto facendo una partita a Pac-Man, un videogame anni ’80 (soprattutto per lasciarmi riscaldare da un certo sentimento di nostalgia), ma adesso, chissà perché, lo hanno tolto. Io però da Joe Black’s ci vado ugualmente. Mi piace la musica. Mi piace l’atmosfera. A volte quando faccio questi giretti cammino sul ponte, di solito vado verso Whitey’s, anche se una volta o due sono andato a farmi un sandwich da Applebee’s, e fin tanto che è aperto vado anche da Cabela’s e guardo l’acquario grandissimo oppure gli orsi o le renne e gli altri animali impagliati, oppure mi concentro sulle rastrelliere con le canne da pesca e i fucili di caccia.

 
Rubriche

 



        passaparola

    Sette stelle nel cielo di Roma 

    Diciassettesimo capitolo

    Caterina Falconi (febbraio 2011)

 

Riassunto delle puntate precedenti        

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Colazione alla Poirot

Un lungo tavolo è apparecchiato per l’evento nel ristorante dell’hotel Edelweiss. Centrotavola di stelline di pezza applicate a ghirlande di rami di rosa. Otto coperti. Segnaposto con la scritta Bentornate! e il logo della Rai. Marzia Crippa fa irruzione nella sala, scarmigliata, ravvia come può i boccoli biondi, sistema i bottoncini sul formoso decolleté.
Questa mattina si incontreranno tutte ufficialmente. La Crippa ovviamente non è al corrente del sedizioso raduno della sera prima. Pensa che fino a ieri le ragazze si siano incrociate alla spicciolata, ciascuna corazzata nella propria ossessione, e in un pudore comprensibile. Sa che si sono spiate, persino scontrate, e con una punta di compiaciuto narcisismo si dice che hanno rimandato a questo primo impatto collettivo l’umiliazione di mostrarsi imbruttite e frustrate. Nessuna, a parte Lia, peraltro massacrata sul fronte sentimentale, è riuscita ad affermarsi nella vita. Per alcune lo sfascio dilaga a tuttotondo. (Mica sono Marzia Crippa che si è fatta da sola!, loro.)
Attorno al tavolo d’onore altri più piccoli, per gli accompagnatori e i clienti dell’hotel, galleggiano apparecchiati senza ornamenti sul pavimento di cotto. Tende sintetiche alle finestre, che ingialliscono la luce già sporca di un mattino stipato di nuvole. Nature morte alle pareti. Impressionanti uccelli impagliati in una credenza. Un espositore di vini. E su tutto, l’odore untuoso della pessima cucina.
La scena è pronta.

 
Rubriche

 



        passaparola

    Sette stelle nel cielo di Roma 

    Diciottesimo capitolo

    Heman Zed (febbraio 2011)

 

Riassunto delle puntate precedenti        

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Fino al 1992, il professor Erminio Gaudenzi era considerato un luminare nel campo delle malattie autoimmuni. A soli 44 anni era uno dei più giovani primari d’Italia, oltre all’enorme stima che godeva in tutta Europa e Stati Uniti, grazie agli apprezzati interventi in conferenze e giornate di studi. Fino al 1992, anno fatale in cui la moglie Ersilia propose al professore una serata di svago. Decisero di andare al cinema, e la scelta del film cadde sul Dracula di Francis Ford Coppola. Durante la proiezione, il professore rimase prima turbato, poi affascinato e infine rapito dalla figura del conte transilvano, interpretato da Gary Oldman. A circa mezz’ora dalla fine, Gaudenzi ebbe un’illuminazione, scaturita da un’ora e un quarto di velocissime connessioni sinaptiche, innescate dalle immagini sullo schermo e dai suoi più recenti studi. Erminio Gaudenzi si alzò dalla poltroncina e, nel totale imbarazzo di Ersilia, urlò all’intera sala che sì!, ne era certo!, il vampirismo era una patologia autoimmune! E anche se nessuno se ne rendeva conto, gruppi di vampiri vivevano indisturbati tra i comuni mortali. Poi si era seduto di nuovo per gustarsi la fine del film, anche se ormai non aveva più alcuna importanza: era tutto inequivocabilmente chiaro.

 
Rubriche

Marco Candida

Come libertà comanda

(una rubrica di Marco Candida. Nona puntata)

 

 

Traduzione


Negli Stati Uniti si traduce il 3% dei libri pubblicati negli altri paesi. Per essere completamente chiari dentro a questo 3% (cifra puramente indicativa, ma assai verosimile) ci sono libri di paesi come Italia, Germania, Spagna, Francia, Russia, Cina, Giappone, Austria e di altri paesi del mondo – il numero di stati al mondo, ricordiamolo, è 201. È quindi forse lecito domandarsi come mai negli Stati Uniti ci sia un interesse così scarso nei confronti della letteratura (e quindi degli usi e costumi, storie, trame, nomi, flavors, ethos e qualsiasi cosa possa venire in mente in relazione alla cosiddetta “letteratura”) che proviene da paesi diversi da quelli del Nuovo Continente.

 
Racconti

In viaggio con Mag 
Silvia Monteverdi
 

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Silvia Monteverdi.jpg

 

Sono stato concepito l'11 settembre del 1993 nei cessi dello Sports Arena in occasione dell'ultima tappa del tour degli Stone Temple Pilot a Los Angeles. Ne vado piuttosto fiero perché gli Stone Temple Pilot mi piacciono abbastanza, anche se il grunge non è esattamente la mia musica, preferisco senza dubbio il punk.
Sono venuto a conoscenza di certe cose grazie all'abitudine esasperante di mia madre di spiattellarmi tutti i particolari della sua vita privata, in particolare quelli più imbarazzanti.
Di solito la chiamo con il suo nome, Mag, che poi sarebbe Margaret, un nome che non c'entra nulla con la faccia che ha, se uno ci pensa.
Quando sono nato Mag aveva diciassette anni, si mangiava le unghie fino all'osso e siccome era convinta che il mondo fosse in combutta per renderle la vita un inferno, dal mondo si difendeva scarabocchiando parolacce sulla punta delle sue All Star.
È uscita dal bagno della sua stanza con il test di gravidanza in mano mentre sul letto Chi La Vietnamita aspettava stesa nella posizione a stella, le braccia e le gambe spalancate e i capelli neri che le coprivano completamente la faccia. Una posizione
da pensare, che si era preparata durante l'attesa.
«Sono incinta» ha detto Mag. Chi La Vietnamita si è tirata su e, lì seduta nel letto, ha guardato Mag fissa negli occhi e nessuno ha parlato. Solo dopo un lungo tempo Chi La Vietnamita ha rotto il silenzio per enunciare il succo di tanto meditare: «io dico che sarà facile, come mangiare una mela».

 
Racconti

Subway blu 
Francesca Esposito
 

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Francesca Esposito

 

Prendo la metro, i piedi vanno dove sanno loro. A metà banchina sono loro a fermarsi, io dietro. Mi siedo, arriva qualcuno, stiracchio le gambe, le punte, io me le controllo sempre le punte delle scarpe, sono in ordine. Seguo via via i tondini di gomma nera che lastricano le strade senza giorno né notte quaggiù e ritrovo il distributore di merendine. Sul fianco, sul metallo, una scritta nera, ma bella, scritta piano, le “o” fatte tonde, le righe regolari.

Eri seduto di fronte a me in un vagone della verde. Ti ho seguito fino alla mobile, ho pensato, solo se si gira, e ti ho lasciato diventare un puntino buio lassù. Hai delle Adidas a strisce verdi. Sono la ragazza con le ballerine nere, ho visto che mi guardavi le caviglie. Alla stessa ora, domani, ci sarai?

Arriva una folata di vento e poi il treno. Entro inghiottita da uno shanghai di gente, le guance sono a chiazzette rosse, me le sento. Mi spingono, faccio il conto, sono passati sette mesi. Cerco un buco dove appoggiare lo sguardo, trovo una spalla blu con forfora, una cintura borchiata su dei pantaloni a vita bassa, cerco a terra, scarpe, quelle degli uomini, ne trovo certe con delle punte appuntite, certe color biscotto e le fibbie di metallo, troppo lucide le fibbie di metallo, e le stringhe, le stringhe sono troppo corte nelle scarpe degli uomini, perché? perché le stringhe sono così corte, nelle scarpe degli uomini?

 
Racconti

Torri 
Azzurra D'Agostino
 

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Azzurra d'Agostino

 

La Silvana dovrebbe arrivare a momenti. Non è mica oggi? Giovedì. Quand'è che ha detto che viene? Martedì, giovedì e sabato. O è lunedì, mercoledì e venerdì? Ha detto tutti i giorni pari. O i dispari? Ah, che testa. Adesso poi quando viene me lo segno.
Torri stava in punta di piedi appoggiato al tavolo, tutto proteso verso il muro su cui era appeso il calendario del Credito Cooperativo. Gli occhiali con la spessa montatura di plastica anni ’70 un po' calati sul naso, la testa ripiegata in modo da far passare lo sguardo attraverso le lenti.
Son già le nove, mi sa che oggi non viene. Mi sa che viene domani.

 
Rubriche

Marta CasariniAstrazioni: l'oroscopo letterario di Marta Casarini (settembre 2010)


Segno del mese: VERGINE (24 agosto - 22 settembre)
Amici della Vergine, con voi arriva il momento del declino, del raccoglimento, della malinconia. Lo sa bene l'estate, che abbracciando il vostro segno cede il passo alle prime frescure, e lo sa bene chi tra i vostri amici organizza i party più esclusivi, infatti non v'invita mai. L'indole che vi domina è quella della pacata riflessione, più che dell'ardente passione, il che non garantirà mai la vittoria alle gare di limbo sulla spiaggia, ma vi dona quell'allure che agli altri segni, impegnati a sculettare al chiar di luna scolando Mojito e biascicando romantiche dichiarazioni prima di finire faccia al suolo, manca. Settembre riserva alla vostra specie diverse soddisfazioni intellettuali (e non lamentatevi per favore, poiché Marte ha un'aria talmente scura che potrebbe all'ultimo cambiare idea e negarvi perfino quelle); chiunque lavori svolgerà al meglio i propri compiti, chiunque studi i compiti nemmeno li guarderà, perché tanto nessuno verrà interrogato, nemmeno i professori hanno molta voglia di ricominciare l'anno, sapete? Chiunque non studi né lavori rifletterà comunque molto, e utilizzerà la propria indole pacatamente riflessiva in modi che mai avrebbe creduto possibili, per esempio sforzandosi di trovare il sistema per cambiare segno zodiacale e trasformarsi, chessò, in un fortunatissimo Pesci.
Il consiglio del mese è: amici Vergine, tenete botta che presto il 2011 arriverà, sarà per il vostro segno un anno fortunatissimo e, se solo l'esimio editore confermerà la rubrica dell'oroscopo, ve ne farò vedere delle belle…

 
Rubriche

Un anno a Casale Nuovo
Un anno a Casale Nuovo  
(una rubrica di Francesca Violi. Agosto 2010)
 

Con questo racconto si chiude la serie, iniziata a settembre 2009


Finché fa ancora fresco

Si fa presto a dire cammina: a lei le funzionano tutte e due, le gambe, ha mica metà corpo che va per conto suo, lei, o ’sta gamba matta, zac, zac, che ogni passo che faccio sembra che falcio l'erba! Se poi si può chiamare camminare, questo basculare qua e là appesa al suo braccione. Per farle dispetto mi irrigidisco, sbuffo, ma lei non fa una piega e continuiamo il giro del giardino: «Dottore ha detto tu devi camminare».
Sudo io, suda lei; cerco di respirare dalla bocca, perché dalla Yulka emana una serie di odori, dio santo, che sento perfettamente uno per uno, e potrei dire cosa ha mangiato ieri a pranzo, quand'è l'ultima volta che si è lavata i capelli e quante sigarette ha fumato.
Dopo non so quanto, vengo infine deposta sulla mia sedia a rotelle.
Non tira un filo d'aria. Dice il TG che oggi sarà una delle giornate più calde dell'estate.
Poi guardo di là dalla strada, e sul cancello della Luisa c'è un cartello arancione, di quelli “VENDESI”.
Ah, ecco.
Così alla fine suo figlio si è deciso. Era anche ora. Lo diciamo sempre, Armando e io, Ma cosa aspetta, che vada tutto in malora?

 
Rubriche


Patrizia Rocchi.jpgIl cuore sotto al camice. Storie di medici e pazienti

 

(una rubrica di Patrizia Rocchi)

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Fuori scena 



Veramente ho sempre avuto un’affinità per la tragedia, per le situazioni complesse e drammatiche, quelle nelle quali tendi ad essere molto più che uno spettatore partecipe, e diventi piuttosto un protagonista dei tormenti umani degli amici, dei vicini di casa, dei parenti degli amici.
Proprio per questo il dramma mi appartiene. Anche da piccolo mi muovevo a mio agio tra le lamentele della nonna che non era mai soddisfatta della propria evacuazione quotidiana, si lagnava dell’artrosi progressiva che la riempiva di dolori, esitava affannando per le scale, e il diabete del nonno, che lui viveva anche troppo allegramente, fin quasi a dimenticarsene, poco cosciente della pericolosità di questa disattenzione. Così ogni tanto, abbastanza spesso, mio padre, e mia madre con lui, doveva correre a casa da loro, che per fortuna, o per scelte avvenute in tempi remoti e a me sconosciuti, abitavano a un paio di chilometri di distanza, e preoccuparsi di una nuova piccola ulcera sulla gamba, che trascurata andava assumendo la forma e la profondità di un cratere, o di una crosta in cima alla testa praticamente calva, che aveva “inspiegabilmente” ripreso a sanguinare, e ora si mostrava in tutta la sua vasta e irregolare misura, con margini turgidi e sanguinanti, ripugnanti di pus, oppure confortare mia nonna che pencolava sbilanciata da una scaletta, incapace di ritrovare il pavimento senza rompersi un osso.

 
Racconti

Diario di un impostore 
Michela Tilli

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Michela Tilli

Sono morto a Milano un giorno di settembre, nell’ora del pomeriggio in cui, persino qui, i colori si fanno più intensi, e improvvisi triangoli azzurri sbucano tra i profili sconnessi delle case. Mese meraviglioso, settembre, il più prodigioso dell’anno, tempo di trasformazione, con un piede nel passato e uno nel futuro, zona di confine tra ciò che già sappiamo ma non riusciamo a spiegare, e ciò che proviamo a dire senza averlo ancora vissuto.
Ammetto che avevo pensato spesso di farla finita, negli ultimi tempi, ma quel giorno in particolare l’idea non mi aveva sfiorato nemmeno per un momento, date le cose straordinarie che mi erano accadute; anzi, proprio quel giorno avevo intravisto uno spiraglio e avevo provato l’incredibile sensazione di essere a un passo dal comprendere qualcosa di essenziale sul senso della mia vita, come se di punto in bianco avessi potuto guardarmi con gli occhi di Dio.
Ma quel giorno, per me, è stato troppo breve per capirci davvero qualcosa, della mia vita, perché la situazione è – come si suol dire – precipitata. Precisamente, precipitata dal quarto piano del palazzo di via Pilo in cui abitavo e, sebbene le circostanze della mia morte mi siano apparse subito inverosimili, e io abbia avuto tutto il tempo di pensare no, non è possibile, non sta capitando a me, tuttavia un marciapiede che si avvicina come un treno in corsa può essere alquanto persuasivo.

 
Racconti

Sacro cuore
Michela Tilli

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michela tilli

Don Maurizio attraversò le navate con il passo svelto, lieve per abitudine, di quando era solo e non doveva rendere conto a nessuno. Passò rapido davanti all’altare, senza voltarsi, e l’istintivo irrigidirsi del collo gli rammentò un’epoca in cui si sarebbe fermato, anche se andava di fretta, e avrebbe piegato il ginocchio e chinato il capo, mentre i pizzi che orlavano il marmo, i grossi ceri spenti e la sagoma nera del crocifisso di bronzo che incombeva a mezz’aria scivolavano via.
La chiesa era vuota e fredda, anche più del solito: il debole raggio di sole che filtrava dalle vetrate non era che un’illusione.
Con impazienza raggiunse la cappella situata alla sinistra del portale, dove si trovava il dipinto del Sacro Cuore di Gesù che dava il nome alla chiesa di Treccascine e che da molti decenni – da quando il fuoco si era mangiato tutto lasciando intatta solo l’immagine sacra – raccoglieva attorno a sé le offerte e gli ex voto di chi aveva da chiedere una grazia o si era convinto di averla ricevuta. Venivano anche da fuori, per curiosare o per lasciare biglietti, fotografie incorniciate, cuori di stoffa, reperti di natura sospetta adagiati nell’ovatta. Maurizio era già passato da lì, quella mattina, quando all’alba era rientrato in canonica ed era andato ad aprire il portale, ma, forse per stanchezza, forse perché evitava sempre di guardare quell’orrenda accozzaglia di pegni, non aveva notato niente di strano.

 
Racconti

L'elefante sulle scale 
Nadia Terranova

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Nadia Terranova

Berlino, 2000
«Il grande altrove», sentenzio allontanando il dizionario che non ho neppure aperto.
«Per me è la grande distanza», Andrea batte la mano sul foglio.
«Distanza? La distanza è tangibile, è da qui a lì, come fai a dire che è distanza?»
«Capisco che l’altrove ti affascini. Ma beyond non significa altrove».
Mi arrendo alla sua ottusità. Scosto il foglio bianco, la stampata da tradurre, le nostre penne e il dizionario. Allungo le braccia sulla scrivania e lascio cadere la testa sui gomiti. «Andrea… tu uccidi la poesia» boccheggio.
È incerto tra ridere e offendersi. «Paka, sei strana», decide. Va a farsi un tè nella mia cucina e già che c’è alza al massimo il volume dello stereo.
Dovrei fidarmi di quell’attimo in cui sento che non ha capito nulla dei miei sentimenti. Strana? Rispetto al punto da cui sono partita mi sento più che normale.


 
Rubriche


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L'apprendista libraio

Testimonianze sul campo di un commesso (frustrato) di libreria 


(una rubrica di Stefano Amato)  

ULTIMA PUNTATA

 

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Il cliente difficile

E così eccoci arrivati all’ultima puntata di questa serie dell’«Apprendista libraio». Sono passati due anni esatti da quando, in preda a una serie crescente di tic nervosi, proposi la rubrica alla redazione di Fernandel. Che cosa è successo nel frattempo?

 
Rubriche


In manicomio

 

(una rubrica di Caterina Falconi. Ottava e ultima parte. Aprile 2010)

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In manicomioSchiarite
 

Primo febbraio. Forse le nove del mattino
Le navate della cattedrale convergono sulla bara, come ali oscure, velature che fibrillando scompaginano il presente in istantanee che non combaciano. Cammino tra i banchi vergognandomi di indossare un vestito beige estivo, e di essere spettinato e sporco, come se un incubo mi avesse ghermito da una spiaggia in un altrove, e catapultato qui, in una penombra teramana e in un presente lento. C’è la possibilità che stia ancora sognando. Me lo auguro, ma non riesco a vincere questa oppressione, la vergogna. La chiesa è affollata, strapiena, otturata di fedeli parenti conoscenti. Uno sciame di sagome grigie che rifluisce sulle gradinate, e di certo ingombra la piazza.
Cammino verso la bara come uno sposo in un horror, verso il cadavere della mia matrigna cucito in un abito spesso, con un ago infilato nell’ombelico!
Guardatele nella pancia! Grido.
E apro gi occhi.

 
Racconti

Alzati e cammina (Get Up, Stand Up)
Franca Di Muzio

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Non so di preciso come fosse cominciata. So solo che a un certo punto, da qualche parte dell’Appennino abruzzese, qualcuno aveva scombussolato il normale ordine delle cose e fatto pensare al miracolo. Poi la buona novella era approdata in riva all’Adriatico, fino a raggiungere il nostro quartiere: e in un mercato, una piazza, una chiesa qualsiasi, qualcuno l’aveva ascoltata e raccontata a qualcun altro, che a sua volta l’aveva riferita a una nostra vicina, che ne aveva infine parlato alla famiglia di Angela. Da lì, dall'ascolto di quelle parole eccitate e speranzose, la nostra piccola carovana ci aveva messo poco a formarsi e a partire; tutti in cammino verso l'incredibile istante in cui Angela si sarebbe finalmente alzata da quella brutta, pesante carrozzella.

 
Racconti

Il silenzio
Daniele Borghi
 

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Daniele Borghi. Foto di Ilaria Borghi

La parola è una chiave,
ma il silenzio è un grimaldello
(Gesualdo Bufalino)

Pensava al futuro come ad un luogo dove andare in vacanza. Un posto meraviglioso e lontanissimo in cui ritrovare la serenità, a dispetto della dolorosa sensazione d’essere prossima alla fine. Negli ultimi anni aveva sempre camminato accanto all'ombra della morte, ma da alcuni giorni le sembrava che questa le avesse poggiato un braccio sulle spalle, con un gesto falsamente amichevole.
A farla sentire in quel modo erano gli sguardi di suo marito. Da quando erano arrivati nella casa di montagna, lui la osservava come uno strano insetto o come un testo scientifico di cui si riescono a capire le singole parole ma non il significato complessivo. Due settimane prima di partire per quell'insolito soggiorno montano, si era sottoposta al consueto controllo semestrale ed era certa che suo marito ne avesse ritirato i risultati il giorno che aveva preceduto la partenza. Da quando cinque anni prima era stata operata al seno, quella dei controlli era diventata una routine a cui non riusciva ad abituarsi. Ogni volta l'attesa degli esiti era una tortura insopportabile che le ricordava quel film di Bergman in cui il protagonista gioca a scacchi con la morte. Anche se ci pensava da molto tempo non era ancora riuscita a ricordare il titolo di quel film, e il non saperlo si era trasformato in un rito scaramantico. Si era convinta che venire a conoscenza di quel titolo sarebbe stata la sua fine, come se le cellule tumorali potessero avere qualche oscura relazione con la filmografia del regista svedese.

 
Racconti

Così felice
Federica Marzi
 

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federica marzi

I. Graz Hauptbahnhof

La notizia del giorno, riportata a caratteri cubitali sulla prima pagina della Kleine Zeitung, era che la relazione tra Antonio Banderas e Melanie Griffith stava andando a gonfie vele, al punto che presto avrebbero dato l’annuncio del loro matrimonio.
«So glücklich nach der Verlobung», così felici dopo il fidanzamento, titolava infatti l’articolo nella cui lettura Emir sembrava particolarmente assorto. Intanto lei continuava a spiare i suoi movimenti zitta e buona, incrociando le dita e facendo gli scongiuri. Superstiziosa com’era (non per niente era del sud), sperava che quell’interesse di Emir fosse un segno del destino, che forse stava per compiersi. Perché non poteva essere solo un caso che proprio quel giorno si parlasse della felicità da cui era stata baciata la coppia Banderas-Griffith, e che l’attenzione di Emir fosse stata attirata proprio da quell’articolo in particolare.

 
Racconti

La terrazza sull'oceano
Silvia Monteverdi
 

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Silvia Monteverdi

A mia discolpa potrei dire che non è partita da me l'idea di trasferirsi in Thailandia. Anzi, mentre Jolanda mi sventolava sotto il naso la copia di Dove in cui aveva scovato l'annuncio, non le ho dato quasi retta. Avevo già infilato il cappotto per uscire.
«Sarebbe la soluzione ideale per i miei attacchi d'ansia» aveva detto fermandomi sulla porta. I suoi «attacchi d'ansia» non erano altro che fulminee crisi isteriche che scoppiavano di botto e di botto sparivano previo lancio di qualcosa contro il muro. «E poi» aveva aggiunto picchiettando l'unghia rossa sull'annuncio di vendita della villa «ho bisogno di trovare il mio equilibrio. Tu con la connessione internet potresti lavorare da lì senza problemi».
L'idea mi era subito parsa surreale, come molte delle pensate di mia moglie, ma l'ho liquidata con un «ci si può pensare», risposta che al momento mi era sembrata adatta alle circostanze e con un "coefficiente di rischio scenata" pari a zero. Inoltre non volevo acuire la distanza già abissale che c'era tra noi, liquidando con sufficienza ciò che per lei sembrava essere vitale. Jolanda ha ventisette anni meno di me, trovavo naturale che manifestasse queste puerili esigenze di fuga. Sono fisiologiche.

 
Racconti

Una valigia a metà
Laura Bottazzi

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Laura Bottazzi

Mi faccio la valigia e me la filo. Ho deciso. Se riesco a sganciarmi velocemente, arrivo in città per l’ora di pranzo.
Fuori ancora nevica e forse dovrei sentirmi in colpa a lasciare Angelo qui in albergo da solo, ma io devo sopravvivere, e un altro giorno con questo tordo deficiente potrebbe essermi fatale.
Mi fisso a guardare la neve che scende morbida e copre il mondo, lo rende tutto bianco, come un fungo o una malattia. Ci saranno tre metri di neve là fuori, non so immaginarmi cosa possa voler dire rimanere qui a primavera, quando tutto questo si sarà sciolto.
Però è bella la neve. Una volta mi piaceva un sacco, molto più di adesso.
Adesso c’è Angelo, che se potesse piallerebbe ogni singola cima innevata per farci un centro commerciale.
Certo, andarsene ora, senza nessuna spiegazione, è una vera bastardata. Mi chiedo se si meriti tanta cattiveria, se non dovrei magari andare giù alla hall e farlo chiamare. Forse dovrei aspettarlo in camera e affrontarlo, dirgli semplicemente "ti lascio, bello. Me ne vado".
Ah! Come godrei a vedere quella sua faccia da pollo morto gonfiarsi di rabbia!

 
Racconti

Verso la madre di tutte le feste
Laura Bottazzi

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Laura Bottazzi alla Biennale di Venezia

Sono seduto sul bordo della piscina del tennis club e faccio dondolare pigramente le gambe nell’acqua. Mi piace osservare le increspature che creo a ogni movimento. Il propagarsi delle onde e l’incresparsi dell’acqua rimandano a concetti profondi e sostanziali che in questo momento non ho voglia di focalizzare e che quindi lascio scorrere in superficie.
Carlo è in ritardo come al solito. Allungo una mano verso il mio cuba libre e lo finisco in una sorsata, poi faccio cenno alla bagnina di portarmene un altro. Lei fa finta di non vedermi ma io insisto fino a quando non si arrende e, pur di essere lasciata in pace, va a chiamare il cameriere.

 
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Sotto i tuoi occhi
Caterina Falconi

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Gli anni trasformano. Io a ventidue sembro un barbaro. Capelli corvini raccolti in una lunga coda bassa. Pelle scura. Zircone al lobo sinistro. Canotta della squadra e pantalone lungo di una tuta qualsiasi. Spalle e braccia da lottatore. E un piede spolpato sulla pedana della mia sedia a rotelle.
La partita sta per finire.
Sul parquet della palestra ci affolliamo attorno al pallone come uno stormo di pesanti uccelli incassati tra le ruote divaricate delle nostre carrozzine. Innestati ai sedili imbottiti, agli schienali bassi, ci sentiamo mischiati ai sostegni. Le nostre braccia e le nostre mani sono dispositivi di precisione. Muovono le ruote imprimendo spinte calibrate da un istinto sicuro. Siamo le nostre braccia, le mani e le dita. Che mancano la palla, l’afferrano, la lanciano. Si alternano sui cerchi in lega delle ruote, applaudono, coprono il viso, si alzano.

 
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Essere il capitano
Azzurra D'Agostino

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Azzurra D'AgostinoIl medico si avvicinò alla bambina e lei pensò che il suo fiato odorasse di formaggio, o forse di ragù, e che la sua pelle avesse qualcosa di unto. Ma non era questa, forse, la cosa fastidiosa; quello che la metteva a disagio era il fatto che le facesse male.

E che dopo sarebbe dovuta uscire all’aria aperta con quella sensazione di stordimento addosso, con l’occhio che le pungeva e la luce del sole trasformata in spine.

Bendata e malconcia e stranamente oppressa: qualcosa che la strappava al suo essere bambina.

Ogni volta cercava di fare finta di niente, che tanto sarebbe passato presto; ma un giorno che era uscita dall’ospedale con l’occhio buono vide un gatto con la coda annodata correrle davanti nel vialetto e qualcosa cambiò. Per la prima volta ebbe un presagio.

«Perché quel gatto ha un nodo nella coda?», chiese a sua madre camminando.

«Non lo so, glielo avrà fatto qualcuno».

«E che cosa non doveva scordare?»

«I nodi per ricordare si fanno ai fazzoletti, non ai gatti. Non si fanno queste cose. Il gatto ha male».

 
Racconti

Una bella sensazione
Arianna Pelagalli

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Arianna Pelagalli

Sedici anni sono una bella età del cazzo. I miei oggi hanno di nuovo rotto i coglioni per il motorino. Cosa me l’avete comprato a fare se ogni volta che lo uso dev’essere una tragedia? E stai attento, e non lo usare la sera, e se esci dicci esattamente a che ora torni. Ma bóna, ormai abituatevi, quando avrò la patente che supplizio sarà?

L’allenamento oggi è stato abbastanza pesante. È il secondo dopo le vacanze estive e ovviamente la palla il mister non ce l’ha ancora fatta vedere. Preparazione atletica. Corsa, corsa, corsa, esercizi, esercizi, esercizi. Forse dalla prossima settimana inizieremo a fare i palleggi. Poi, il mese prossimo, finalmente partite. Sono bravo in campo, gioco da terzino. Mi piace correre, sentire le scarpe che affondano nell’erba mentre tocco la palla. Rivedere i compagni di squadra dopo l’estate mi rende felice, ne ho sentito la mancanza in questi due mesi in cui non ci si è visti. E poi, dopo le vacanze tutti hanno le loro storie da raccontare, così ascolto un po’ le vite degli altri. Le mie vacanze non sono mai particolarmente interessanti, quindi di solito sono quello che ascolta e fa le battute su quello che hanno fatto gli altri. Raccontare del mare dai nonni non mi sembra particolarmente divertente, quindi evito di parlarne.

 
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Mara chiuse gli occhi
Cynthia Collu

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cynthia collu.jpgLa donna che le aprì la porta era grassa e intabarrata in un lungo caffettano viola. Aveva i capelli cortissimi, irrigiditi in ciuffi ispidi come cardi selvatici. Spesse lenti grigie le nascondevano gli occhi. Mara istintivamente cercò oltre la sua spalla qualcun altro. Lei dov’era? Tornò a guardare la grassona. «Sono Mara Fini», disse con un sorriso forzato.
Non voleva essere villana. Aveva solo fretta. Dopo vent’anni d’attesa aveva una fretta terribile.
La donna le sorrise, comprensiva. «Lo so. Prego, entri».
Ci volle ancora qualche secondo perché Mara comprendesse che la persona davanti a lei era la stessa che le aveva risposto al citofono. Osservò la grassona con stupore, incapace di nascondere il proprio sgomento. L’altra la invitò a seguirla nello studio.
Era un locale piccolo ma straordinariamente luminoso. In una frazione di tempo che pure le sembrò scorrere indolente, Mara notò che i muri erano tinti di un giallo caldo, dato a spatola con rilievi diversi, e che i quadri appesi avevano tutti cornici dorate.
«La prego, si accomodi».
La donna l’osservava e continuava a parlarle con la voce di Eva.
Dunque quella era Eva

 
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L'uovo di Pasqua
Luca Martini

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luca_martini.jpgChiedere aiuto a un amico, alla fine solo questo mi venne in mente di fare.
Nell’affannosa costruzione di un pensiero che schiacciava il mio orgoglio in un angolo buio, senza darmi tregua, pensai che quella fosse l’unica soluzione che mi rimaneva da mettere in atto.
Mi capitava di svegliarmi all’improvviso, nel cuore della notte, di accendere la lampada sul comodino e di restare a guardarla in silenzio, senza che lei si accorgesse di nulla. Potevo rimanere così, con i gomiti affossati nel materasso di lattice e lo sguardo perso nei suoi capelli, anche per un’ora, sempre nella stessa posizione, sempre senza dire o fare assolutamente nulla.
Nulla tranne che pensarci.

 
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